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Il giornalista e la guerra. Intervista a Ennio Remondino

L’informazione in tempi di guerra è difficile, certo, ma quello che vediamo in azione in queste settimane è un dispositivo bellico applicato alle notie, alle fonti, all’interpretazione e alla storia.

Come se fosse all’opera un ministero della verità” che non ammette contraddittorio (basterebbe riguardarsi l’allucinante intervento di Ettore Rosato, ex piddino renziano ora in Italia Viva, a RaiNews, in cui accusa il corrispondente da Mosca, Marc Innaro [chiamato “Iannàro”, ndr], di diffondere “propaganda filo-sovietica [!]).

Proponiamo qui questa intervista a uno storico inviato di guerra, Ennio Remondino, anche lui della Rai, capace di servizi molto lucidi e giornalisticamente utili persino sotto le bombe, a Belgrado 1999. E che si era fatto le ossa, tra l’altro, con i servizi sul “processo Moro”, in piena isteria “anti-terrorismo” e “giornalisti in prima linea”, senza perdere mai la bussola che deve tenere un giornalista: il rispetto per i fatti e la credibilità. Quella propria e della testata per cui lavora. Altrimenti è un altro mestiere…

In ambito di Commissione di Vigilanza Rai, quindi dalla “politica” sono partiti degli attacchi contro il corrispondente Rai da Mosca, Marc Innaro, per una affermazione – decisamente oggettiva – in una sua corrispondenza. Possiamo chiederti un commento su questo visto che sei stato per anni corrispondente e inviato Rai anche in “zone critiche”?

Commento facile. E’ stata una interferenza indegna da parte della politica che ha inventato il caso per pura e strumentale ignoranza, e poi per i vertici aziendali, incapaci e servili. Vi ripropongo ciò che ho scritto in quei giorni su Remocontro.

«La Rai arruolata e la Russia cancellata. La corretta informazione sotto attacco» il titolo abbastanza esplicito del 10 marzo.

«Chi vi ha raccontato che tutta l’informazione occidentale è fuggita sdegnata da Mosca? Sì, la Rai ha chiuso le notizie ma non la sede di corrispondenza, con Marc Innaro che rimane, anche se ridotto a pagare bollette, affitto e stipendi, senza poter fare il suo vero mestiere. Questo mentre le televisioni e i giornali seri nel mondo sono praticamente tutti operativi a Mosca, e nessuno di loro è certo tenero con Putin. Ovviamente le versione dei fatti che raccontano è quella Russa per il necessario utile confronto».

L’Europa che c’è. «La BBC, che era stata la prima a chiudere la sede con personale russo sotto minaccia di censura, non ha mai chiuso la sua strategica BBC World in inglese. E dopo qualche giorno di tentennamenti, trasmettono regolarmente da Mosca, imprescindibile postazione nella crisi: l’EBU, il consorzio delle tv pubbliche europee; la televisione pubblica austriaca; le francesi pubbliche e private France 2 e TF1; la tv finlandese e quella giapponese, mentre stanno per riaprire tedeschi e spagnoli. E altre certamente di cui non sappiamo».

Noi Italia ci siamo ma non trasmettiamo. Autocensura di schieramento o censura e basta?

Certo che vedere l’informazione costretta ad omologarsi in momenti estremamente critici come questo non è proprio rassicurante. Cosa ne pensi?

Vado col seguito di quanto scritto allora.

«Chi c’è e chi scappa. Le stesse agenzie di stampa occidentali e molto governative non hanno mollato. L’americana Associated Press, l’inglese Reuters, la France Press, la giapponese Asahi. L’Ansa italiana manca ormai da tre mesi per cambio di corrispondente con il sostituto in attesa di accreditamento oggi difficile da ottenere. Operativo solo un suo collaboratore italiano. Operativa anche la piccola Agenzia Nova. Collaboratori free lance per tutti, a partire dai grandi quotidiani ridotti sempre più all’osso, e l’eccezione del Corriere della Sera con l’inviato Marco Imarisio, e Repubblica con Rosalba Castelletti».

Trombettieri. «Un Tg1 letteralmente militarizzato sul fronte Nato, senza neppure un barlume di terzietà di apparenza tra ragioni e torti, persino quando qualcuno parla di storia; e il resto dell’informazione del ‘Servizio pubblico’ -sottolineatura necessaria-, salvo meritevoli eccezioni professionali personali, con sempre minor spazio in un palinsesto che (sempre salvo meritevoli eccezioni), tende a trasformare anche la tragedia-guerra in un talk show purché poco critico e allineato».

Perché la Rai non riapre? «Se censura Rai era (e lo è stata), ora cadono le giustificazioni pretestuose. Marc Innaro silenziato tornerà a raccontarci la guerra vista anche da Mosca? Lui, Innaro, non trasmette e non parla di cose Rai. Tocca ai vertici confusi parlare nei fatti, anche se già nei corridoi di Viale Mazzini si sussurra di un prossimo ‘promoveatur ut amoveatur’. Corrispondenze estere spesso come storico esilio dorato. A questo punto della mortificante vicenda, una domanda d’obbligo: dalla lottizzazione dei partiti a cosa? Chi comanda realmente in Rai oggi?»

Resocontare in televisione un teatro di guerra quali problemi comporta? Quali cautele deve adottare e quali margini di autonomia ha un corrispondente sul campo?

Prima regola non farsi ammazzare (quando il giornalista diventa lui la notizia si è all’errore fatale), seconda non farsi cacciare, perché ruberesti al pubblico (parlo da vecchia Rai) una informazione che gli è dovuta.

Non compromesso di contenuti, ma solo di linguaggio. Tu racconti di una parte in guerra e lo devi ribadire più volte citando rigorosamente le fonti, sempre dubitativo (da qualunque parte di trovi), poi devi chiamare persone e cose col loro nome ufficiale.

Nella mia memoria, per fare un esempio facile, quando da studio mi chiedevano del ‘conflitto’ io rispondevo con ‘guerra’ (con Putin pare sia alla rovescia), quanto citavano il ‘despota Milosevic’, io riferivo del ‘presidente serbo Milosevic’, dando ovviamente spazio anche alle ridotte opposizioni interne.

Per molti della nostra generazione sei stato il corrispondente Rai da Belgrado sotto i bombardamenti Nato. Anche allora la politica pretendeva l’allineamento dell’informazione alle scelte di guerra del governo. Vedi paragoni possibili con quello che stiamo vivendo adesso con la guerra in Ucraina?

Si, e non molto incoraggianti. Gli attacchi politici, anche personali, a chi le bombe le prendeva da parte di certa politica da talk show. Questa volta l’aggravante è che il primo attacco a Innaro è arrivato da una “sinistra” evidentemente in carica di accreditamento di parte.

A mio vantaggio la dignità dell’allora vertice Rai che seppe sempre difendermi, anche rischiando politicamente qualcosa. Due galantuomini, Zaccaria presidente, Celli Dg, che oggi considero amici.

Hai suggerimenti da mettere in campo per contrastare questo scenario di informazione “embedded”?

Mi sembra il quesito chiave del ‘Che fare’, posto da ben altre autorevolezze. Una editoria monopolizzata oggi peggio che ai tempi di Berlusconi e dei suoi ‘editti bulgari’, e una Rai di cui ho già detto.

E anche qui mi rifugio in qualcosa già scritto, questa volta da altri. Un gruppo di colleghi che denunciano una informazione omologata, ‘embedded’, appunto. La ‘non informazione’ sostituita da un coro di opinioni.

E l’assenza o quasi di analisi, non a giustificare la tragica scelta del presidente russo Putin, ma a cercare di capirne le origini per favorire la ricerca di un rimedio, una pace che superi i problemi invece di crearne altri che prima o poi riesploderanno.

Come se la storia non avesse in segnato nulla. Salvo non esistano obiettivi diversi a noi non noti da parte delle forze politiche in campo. E non parliamo di Russia-Ucraina, ma di Russia-Cina rispetto al blocco occidentale Nato sotto egemonia Usa.

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