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La posta in gioco sulla estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti

Il 20 e 21 febbraio si è tenuta presso l’Alta Corte del Regno Unito l’udienza finale sulla richiesta di estradizione di Julian Assange negli USA. La Corte si è riservata di pronunciarsi nei prossimi giorni.

Se estradato, il co-fondatore di WikiLeaks (il sito che ha rivelato tanti illeciti commessi da governi e privati in tutto il mondo) rischia una condanna a 175 anni di carcere.  Motivo: aver svelato i crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq in base a documenti coperti da Segreto di Stato.

Ma la Corte Suprema USA e la Corte Europea dei Diritti Umani hanno stabilito che legittimo rivelare segreti di stato quando ciò è nell’interesse generale.  Altrimenti, se non fosse per questa possibilità, qualsiasi regime potrebbe nascondere impunemente i suoi misfatti, ponendoli sotto il Segreto di Stato.

Per la Giustizia USA e UK, le sentenze di queste corti non importano.  Così, hanno già fatto trascorrere ad Assange 7 anni di reclusione da rifugiato politico e gli ultimi 5 di carcere duro nella prigione londinese di Belmarsh, subendo una costante tortura psicofisica — come ha riconosciuto Nils Melzer, Relatore Speciale dell’ONU sulla tortura.  Il tutto senza processo.  E adesso, con l’estradizione, vogliono che Julian finisca in una prigione statunitense ancora più dura e debilitante. Soltanto per aver svolto il mestiere di giornalista investigativo.

Colpire Assange non significa soltanto distruggere l’uomo, ma lanciare un messaggio intimidatorio a tutti coloro che vorrebbero fare del vero giornalismo, libero ed indipendente — “colpirne uno per educare cento”.  Mentre, in realtà, ciascuno di noi avrebbe un gran bisogno di giornalismo indipendente per poter comprendere la realtà che ci circonda.

Al danno, poi, s’aggiunge la beffa: mentre lui che ha rivelato i crimini dei potenti viene perseguitato, coloro che li hanno commessi sono a piede libero.

Centinaia di migliaia di attivisti, da ogni parte del globo, sono confluiti su Londra il 20 e 21 febbraio per riempire la piazza davanti alle Royal Courts of Justice nei due giorni di udienza sul caso Assange. Più di 60 sono arrivati dall’Italia. Contemporaneamente, in 58 città del mondo, centinaia di migliaia di simpatizzanti si sono riuniti davanti alle rappresentanze diplomatiche di UK o USA – o in una piazza qualsiasi – in segno di solidarietà con la gigantesca manifestazione londinese.

Tutto questo perché siamo arrivati al fatidico “Giorno X”, in cui verrà deciso se Julian ha esaurito o meno ogni possibilità di opporsi all’estradizione negli Stati Uniti. Il termine “Day X” è stato lanciato da Stella Moris Assange, moglie di Julian e avvocato difensore dei diritti umani, per sottolineare la gravità del momento.

Ma attenzione: la posta in gioco non è decidere se Julian ha agito bene, cioè nell’interesse generale, o male, cioè illecitamente, quando ha rivelato certi documenti secretati che dimostrano crimini di guerra statunitensi – questa decisione, se Julian verrà estradato, spetta al tribunale statunitense di Alexandria, in Virginia, prenderla. Si tratta peraltro di un tribunale vicino alla CIA, geograficamente e non solo. Infatti, in tutti i processi per ipotetici reati contro la CIA giudicati da questo tribunale, il verdetto è stato la condanna in ogni singola istanza.

Per Julian, una condanna da parte del tribunale di Alexandria significherebbe passare il resto della vita in una cella di isolamento di una “supermax”, cioè in una prigione di massima sicurezza. In pratica, per Julian, vorrebbe dire la morte. Infatti, egli ha già fatto capire che piuttosto che subire un tale destino si toglierebbe la vita. Peraltro, nelle supermax statunitensi, le morti per suicidio sono il doppio rispetto alle prigioni normali.

Nelle udienze del 20 e 21 febbraio, dunque, i due giudici non sono entrati nel merito delle accuse fatte ad Assange dall’allora Segretario della Giustizia Mike Pompeo sotto l’amministrazione Trump. Dovranno decidere semplicemente se accogliere la richiesta degli avvocati di Julian e riaprire il caso oppure dichiarare esauriti i canali di ricorso e quindi spedire Julian negli Stati Uniti.

Riaprire il caso significherebbe soprassedere per ora alla richiesta di estradizione negli Stati Uniti e portare il caso davanti ad un nuovo giudice distrettuale, per valutare la fondatezza del verdetto di primo grado emanato nel gennaio 2021 (dall’allora giudice distrettuale Vanessa Baraitser).

I legali di Julian avevano avanzato 16 motivi per invalidare la richiesta di estradizione fatta dagli Stati Uniti; Baraitser invece non ha voluto esaminarli, giustificando poi giuridicamente le sue conclusioni; lei ha semplicemente deciso di opporsi all’estradizione di Julian negli Stati Uniti per gli evidenti rischi di suicidio che tale decisione comporterebbe. Tale decisione, tuttavia, è stata poi rovesciata undici mesi dopo dall’Alta Corte, dopo aver ricevuto promesse, da parte del Dipartimento di Giustizia USA, che Assange, se imprigionato, riceverebbe un trattamento carcerario meno severo di quello solito e che, pertanto, i rischi di suicidio sarebbero minori.

Ma quei 16 motivi per rigettare la richiesta di estradizione che Baraitser non ha considerato, sono validi o meno? Riaprire il caso significa far rispondere a quella domanda ad un nuovo giudice distrettuale.

Quindi vuol dire dare agli avvocati di Julian la possibilità di dimostrare – a prescindere dal merito delle accuse fatte ad Assange – che la pretesa di estradizione è irregolare e irricevibile e pertanto che Julian deve uscire dal regime di carcere preventivo nella prigione di Belmarsh e tornare uomo libero.

Non sappiamo quando i due giudici riuitisi il 20 e 21 febbraio emaneranno la loro decisione. Né sappiamo, qualora accettassero di riaprire il caso, quanto durerebbe il nuovo processo – sicuramente anni. E durante tutto questo tempo, Julian Assange rimarrebbe nella prigione di Belmarsh in una cella di isolamento di soli tre metri per due.

Certo, Julian avrà evitato l’incubo dell’incarcerazione in una prigione “supermax” statunitense. Ma rimane pur sempre ingiusto che il suo regime di carcere preventivo duri all’infinito. Infatti, ciò equivale alla detenzione senza giusto processo.

Nell’eventualità di una riapertura del caso, dunque, i sostenitori di Julian devono battersi perché le autorità britanniche sostituiscano la carcerazione preventiva con un regime di detenzione domiciliare – magari insieme alla famiglia. In fondo, l’hanno concesso al dittatore sanguinario cileno Augusto Pinochet mentre decidevano in merito alla sua estradizione – peraltro, domiciliari signorili in una villa di lusso con tanto di servitù.

E se invece i due giudici dell’Alta Corte rifiutassero di riaprire il caso?

In quella situazione diventerebbe subito valido l’ordine di estradizione firmato nel giugno 2022 dall’allora ministra degli Interni Priti Patel. Con il rischio che, prima che i legali di Julian possano ottenere una ingiunzione da parte della Corte Europea dei Diritti Umani in base alla regola 39, la polizia penitenziaria possa mettere Julian su un aereo militare con destinazione Alessandria, Virginia, USA.

In questa infausta eventualità, che potremmo chiamare Giorno Y, i sostenitori di Assange dovranno chiedersi cosa sono pronti a fare per contrastare l’ingiustizia commessa. Manifestare in massa di nuovo, come il 20 febbraio? Troppo poco.

Nelle ore (che probabilmente saranno giorni se non mesi) che precedono l’annuncio della decisione dei due giudici dell’Alta Corte, bisogna pensare seriamente ad azioni – sempre nonviolente – di disobbedienza civile di massa. In particolare azioni che costano danaro, non a chi ci governa (perché quei soldi sarebbero semplicemente quelli delle nostre tasse) ma a chi detta l’agenda di chi ci governa. Il Giorno Y deve significare una svolta nel tipo di attivismo per Julian Assange condotto finora.

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1 Commento


  • Pasquale

    BDS per tutti i ‘canaglia’.

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