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I nuovi barberini

Sino dalla nascita ho vissuto a viale Marconi, quartiere di Roma stretto tra la ferrovia verso Civitavecchia e il fiume Tevere.

Ho memoria di viale Marconi quando a inizio anni ’60 era ancora fiancheggiata ai suoi lati da un piano campagna vuoto e più basso di almeno sei metri, dove sussistevano alcuni edifici industriali in via di abbandono come il Mulino Biondi (primo edificio a Roma in cemento armato, tecnologia ideata 20 anni prima in Francia), la Mira Lanza, la Permolio/Purfina, la Vetreria a via Pacinotti e vari depositi petroliferi (Api, Shell, eccetera).

Era l’area industriale di Roma di inizio XX secolo.

L’area industriale aveva però un simbolo che la rendeva unica: ponte di ferro.

Il nome toponomastico del ponte è “dell’industria”, ma chiamarlo di ferro (o de fero) è tipico dei cittadini romani, un modo quasi affettuoso.

Era un ponte con un valore storico importante perché il papa-re, per impedire una nuova repubblica romana, avvenuta nel 1849, fece costruire una ferrovia a doppio binario che portasse le truppe francesi dal porto di Civitavecchia al porto fluviale di Ripetta vicino Porta Portese, la cui stazione finale fu edificata vicino al Tevere, edificio che ora è sede della Croce Rossa a via Pacinotti, tratta completata in tre anni nel 1859 (altro che i tempi biblici attuali per le opere infrastrutturali come il sottopasso a Castel s.Angelo o l’anello ferroviario!).

Il ponte di ferro fu progettato dagli inglesi e fucinato in Belgio, in pezzi da assemblare e montare a Roma, trasportato con velieri e che originariamente aveva un ponte levatoio sollevabile centrale per permette il passaggio di navi.

Ponte di ferro fu inaugurato nel 1863 con la presenza del papa-re e relativa foto.

Ponte di ferro fu il secondo ponte in metallo d’Europa, un valore storico e architettonico assoluto.

Nel 1911 fu sostituita la sovrastruttura del ponte, da una “squadrata” con una a “doppio arco” e con il ”levatoio”  bloccato, e avvenne quando vi fu una ristrutturazione della rete ferroviaria per cui fu costruita l’attuale stazione di Trastevere a piazza Flavio Biondo, che sostituì quella a piazza Ippolito Nievo, che nel 1894 aveva sostituito quella iniziale a via Pacinotti.

Il ponte di ferro perse la sua utilità “ferroviaria”, ma ancora ai primissimi anni ’60, io bambino, vidi un locomotore transitare da Ostiense e attraversare piazza della Radio, locomotiva che andava a un deposito dietro la stazione di Trastevere, scavalcando la via Portuense con un ponticello di ferro.

Gli anni successivi videro un completo abbandono di questa tratta ferroviaria mentre viale Marconi si riempiva di palazzi che oscurarono il piano campagna.

Nel 1992 erano ancora visibili le rotaie davanti alla stazione ora sede della CRI e ancora era presente lo “scambio” finale all’angolo con piazza della Radio per invertire i treni sui due binari di arrivo, ma proprio con quei anni lavori stradali vennero eliminati sia i binari, sia lo scambio, ma anche il ponticello di ferro sulla Portuense che portava i treni a piazza Ampere.

Anche il Mulino Biondi subì l’aggressione modernizzatrice quando con una ristrutturazione per trasformarlo in “loft” cominciarono a smantellare la bellissima tamponatura originaria a mattoncini di laterizio sostituendola con una banale a intonaco.

Lo smantellamento cominciò da un “avancorpo basso” al lato dell’edificio principale e quando lo vidi telefonai subito a Italia Nostra spiegando l’importanza dell’edificio: passarono molte settimane e lo smantellamento fu completato nell’edificio basso e iniziato nel corpo principale verso piazza della Radio.

Non so chi intervenne, ma lo smantellamento fu fermato conservando il resto della tamponatura originaria.

Anche per ponte di ferro speravo che lo stornellatore, che fa pagare ai romani le manifestazioni guerrafondaie, tutelasse e restaurasse il ponte con la sua sovrastruttura così particolare ed evocativa, ma ben mi sbagliavo.

Non puoi chiedere ai barbari di comportarsi diversamente dai barberini e così invece di un restauro è avvenuto, per me e ne sono convinto, un vero scempio, un ponte ex novo che ha eliminato la sovrastruttura e mi domando se anche i piloni sono quelli originari.

Sono passato sul ponte di ferro poche ore dopo l’inaugurazione e ho avuto una stretta al cuore e ho pensato:

ma se vogliono costruire con gli “sponsor” una nuova piattaforna dentro il Colosseo, cosa succederà?

Scopriremo che il Colosseo sarà trasformato in “loft”?

Scopriremo che sarà costruita una struttura che niente ha a che fare con il Colosseo composta di diavolerie fantascientifiche?

Dallo stornellatore mi aspetto di tutto.

Conservare gli elementi del nostro passato non è per continuare a vivere nel passato, ma perché danno senso al nostro presente ed è necessario trovare sempre una coesistenza, altrimenti siamo barberini: sono gli elementi di odio che vanno eliminati, come i vari simboli fascisti ancora presenti nella città, come l’obelisco a Foro Italico.

Sul ponte di ferro era avvenuto un episodio tremendo durante l’occupazione nazista della città, il 7 aprile 1944 con la strage di 10 donne uccise perché avevano tentato di saccheggiare al Mulino Biondi la farina per i tedeschi: alcuni anni fa conobbi un testimonio diretto  del fatto, allora bambino, il signor Carnevali.

Ora che memoria ci resta di quel fatto?

Alcuni anni fa ho segnalato come la lapide di inizio lavori della ferrovia Roma-Civitavecchia è posta su un costone tufaceo al lato della ferrovia per Civitavecchia vicino alla chiesa di Santa Passera alla Magliana, ma una serie di lavori rischia di renderla per sempre irraggiungibile: lo stornellatore o chi per lui salverà dall’oblio la lapide eretta nel 1856?

Io aspetto.

 * Anpi Trullo-Magliana

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