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Dalle piazze all’alternativa. La mobilitazione politica è oggi più forte di quella sociale?

Le contraddizioni si acutizzano velocemente, come dimostrano i ripetuti colpi di mano dell’amministrazione USA e la precipitazione di tutti i teatri di crisi internazionali. Di fronte a questa velocizzazione la mobilitazione politica è oggi più forte di quella sociale? Di questo se ne discuterà a Roma il prossimo 24 gennaio in un Forum organizzato dalla Rete dei Comunisti.

C’è un dato che ha colpito tutti negli scioperi generali “politici” del 22 settembre, del 3 ottobre e del 28 novembre scorsi così come nelle grandi manifestazioni di questi mesi: non solo migliaia di lavoratrici, lavoratori, studenti hanno scioperato ma lo hanno fatto con numeri superiori agli scioperi sindacali su questioni sociali anche fondamentali.

Il fatto che uno sciopero chiaramente “politico” come il ripudio del genocidio dei palestinesi e il sostegno alla Global Sumud Flotilla sia stato una leva mobilitante superiore rispetto agli scioperi vertenziali, è un fattore che merita di essere approfondito e discusso.

Per anni infatti si era ritenuto che il conflitto sociale fosse più forte e credibile agli occhi delle “masse” di quello politico, sia per il crollo di credibilità della politica mutatasi in farsa – per le stesse forze della sinistra – sia perché le vertenze e la logica vertenziale (nei posti di lavoro come nei territori) sembravano svolgere una funzione di supplenza rispetto a obiettivi dichiaratamente politici. Insomma sembrava che il particolare fosse più convincente del generale.

Ma negli ultimi decenni la fine di ogni mediazione, sociale, sindacale, politica, ha prodotto un processo di politicizzazione delle contraddizioni e dei conflitti. Di fronte al muro alzato delle classi dominanti, la reazione “politica” ha ripreso il sopravvento rispetto alla sua dimensione sociale e vertenziale affossata a tutti i livelli con la collaborazione attiva della sinistra e dei sindacati complici.

Nel periodo successivo alla crisi del debito del 2011, questa tendenza si è più volte manifestata in forme anomale: dal populismo leghista al vaffa di Grillo, fino anche allo spirito rottamatore di Renzi.

Tutte quelle forme di “rappresentanze” si affermarono perché buona parte della società prendeva atto che non si poteva modificare nulla e la reazione all’impotenza si sfogava con il voto per “vendetta”. Ma anch’esso è divenuto oggi poco credibile di fronte alla giravolta della Meloni che è passata dal dire alla UE che “la pacchia è finita” a fare lo zerbino di Trump e della Von Der Leyen.

Uno dei risultati è stato l’aumento esponenziale dell’astensionismo alle elezioni che ormai supera la metà degli aventi diritto al voto.

E’ decisivo comprendere come questo processo sia venuto dall’alto, ovvero come conseguenza della frammentazione dell’economia mondiale, dall’affermarsi della competizione su scala globale rispetto ai decenni della concertazione/globalizzazione e da una evidente crisi di credibilità ed egemonia delle classi dirigenti.

Se la politicizzazione delle contraddizioni e del conflitto oggi si materializza inaspettatamente, questa è stata accompagnata anche da altri due processi profondi e oggi irreversibili: quello della velocizzazione dei processi stessi e quello della centralizzazione a livello statuale e finanziario che completano il quadro generale in cui agiamo e di cui dobbiamo tenere conto.

Questo passaggio ha reso visibile la crisi di egemonia delle classi dominanti rivelatesi inadeguate a gestire le contraddizioni che loro stesse avevano prodotto e accumulato nei decenni precedenti. Non solo. Questa crisi di egemonia ha impresso una visibile svolta reazionaria e guerrafondaia delle classi dominanti.

In questo passaggio di fase storica, a nostro avviso, i comunisti tornano a poter svolgere un ruolo decisivo sia sul piano ideologico – e con una visione complessiva del cambiamento politico – sia sul piano della organizzazione degli interessi e delle istanze sociali che aspirano al cambiamento.

Il ripudio del genocidio del popolo palestinese e l’indignazione diffusa per la complicità dei governi occidentali con il genocidio stesso, ha innescato un detonatore tutto politico che è diventato senso comune tra amplissimi strati della popolazione di tutte le età.

Negli ultimi tre anni la guerra e l’economia di guerra sono entrati nell’agenda sindacale e sociale. L’azzeccato slogan “Abbassate le armi, alzate i salari” ha rappresentato ad esempio una sintesi nella quale si sono riconosciute tantissime lavoratrici e lavoratori e non solo.

E’ emersa infatti una voglia di coerenza e di radicalità che la parola d’ordine “Blocchiamo tutto” ha interpretato con grande efficacia a partire dall’appello dei portuali genovesi e poi con gli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre fino all’enorme manifestazione del 4 ottobre.

Ma la questione palestinese, apparentemente più lontana dal clima di guerra che ormai si respira ormai a pieni polmoni in Europa, ha avuto la forza di intercettare, sintetizzare e rappresentare un sentimento diffuso di indignazione che ha mobilitato, anche in modalità diverse tra loro, decine di migliaia di persone in tutto il paese.

Questa crescita della mobilitazione popolare sul piano “politico” sta preoccupando seriamente il governo ma sta preoccupando anche le forze del centro-sinistra.

Le mobilitazioni hanno rivelato un potenziale blocco sociale composto dalle categorie sociali massacrate da anni di austerity e frammentazione che sembrano indicare una possibile rottura della “letargia di classe” che ha pesato per anni sul paese.

La nuova fase appare ipotecata dalla ridefinizione strategica degli interessi imperialisti degli Stati Uniti: in competizione aperta con l’Europa e la Cina e con ritrovati appetiti egemonici sull’America Latina.

La retorica colonialista del Piano Trump per la Palestina, ha confermato come nel momento  stesso in cui a Gaza sono cessate le ostilità (nonostante le centinaia di palestinesi uccisi), le forze normalizzatrici, gli agenti dell’imperialismo e i complici del genocidio hanno cercato di riprendersi lo spazio che avevano perso in questi mesi. Contemporaneamente i guerrafondai europei intendono approfittare di questa crisi nei rapporti con gli USA per rilanciare la guerra, l’economia di guerra in Europa e imporre una torsione autoritario “sul fronte interno”.

Ma se nel paese cresce una domanda di politica e indipendenza politica adeguata alla turbolenta e violenta fase storica che stiamo attraversando, le forze che agiscono per una alternativa politica di sistema come possono e devono rispondere a tale esigenza? Come possono e devono individuare le forme della sedimentazione delle forze che si stanno esprimendo in questi mesi?

Di questo e su questo la Rete dei Comunisti intende discutere pubblicamente nel paese in un momento di confronto a livello nazionale sabato 24 gennaio a Roma e successivamente articolare questa discussione nei territori.

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1 Commento


  • Luciano Zambelli

    Si sta spostando la lotta sul piano politico ma per ricreare,nella classe sfruttata,una vera co- scienza bisogna riuscire a eliminare l’inibizione in-dotta dall’indottrinamen- to della classe dominante.

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