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Frana a Niscemi: non è una fatalità, è il modello che crolla!

In questi giorni una grave frana ha colpito Niscemi, in provincia di Caltanissetta, producendo oltre mille sfollati e rendendo inagibili interi quartieri: un burrone profondo 50 metri con una linea di frana posizionata a 150 metri dal bordo e la quasi certezza che le case entro 50-70 metri crolleranno.

Il fronte del cedimento si è allungato per chilometri, coinvolgendo la strada provinciale SP10 e isolando parti della città. Case lesionate, famiglie costrette a lasciare le proprie abitazioni, scuole chiuse: una situazione definita “drammatica” dalle stesse autorità locali.

È evidente che questo evento non è casuale: da settimane il Sud e le isole sono nella morsa di una violentissima perturbazione, il ciclone Harry, che si stima abbia prodotto 200 milioni di euro di danni in Sardegna, 300 in Calabria e ben un miliardo e mezzo in Sicilia.

La frana di Niscemi è il punto di arrivo di settimane di inondazioni, devastazione e crolli, dovuti agli eventi estremi frutto della tropicalizzazione del clima, ma soprattutto di anni di incuria rispetto alla situazione strutturale di dissesto idrogeologico che attraversa gran parte del territorio italiano, e in particolare la Sicilia, dove ad aggravare questa condizione si aggiunge la cementificazione selvaggia portata avanti in nome del profitto.

Il rapporto ISPRA 2025 sul consumo di suolo evidenzia come nell’ultimo anno la Sicilia sia la seconda regione del centro-Sud per suolo consumato, e quarta in tutta Italia solo dopo Emilia-Romagna, Lombardia, e Puglia. Suoli fragili, colline argillose, aree già vulnerabili vengono sottoposte a pressione continua: urbanizzazione, infrastrutture, opere considerate “strategiche”, consumo di suolo e impermeabilizzazione che aumentano il rischio di frane, alluvioni e crolli.

Per questo le responsabilità politiche a tutti i livelli di governo sono triple: per il mancato impegno nelle politiche di contrasto alla crisi climatica, per l’asservimento totale delle amministrazioni nei confronti degli speculatori e per il taglio agli investimenti sulla tutela dei territori.

La finanziaria approvata quest’anno è emblematica: meno soldi per la prevenzione del dissesto idrogeologico, investimenti nella “grandi opere strategiche” (come il Ponte sullo Stretto!) e soprattutto ingenti finanziamenti alla guerra, che con le sue basi rappresenta un’altra piaga di lungo corso in Sicilia.

Le conseguenzele pagano le comunità locali, le famiglie sfollate, chi perde la casa, chi vive nell’incertezza e nella paura. La frana di Niscemi è l’ennesima dimostrazione che il dissesto non nasce in una notte: è il risultato di scelte politiche precise, di un modello di sviluppo che consuma il territorio e scarica i costi sociali e ambientali sulle classi popolari.

Con le piogge intense, ciò che cede non è solo il terreno, ma l’intero sistema economico e questo modello di gestione del territorio.

Non bastano parole di cordoglio o interventi emergenziali. Serve staccare la spina a questo sistema. Serve costruire una prospettiva di rottura, capace di mettere al centro la difesa dei territori, la sicurezza reale delle persone e un’alternativa sistemica al capitalismo della devastazione e della guerra.

È in questa prospettiva che cresce la necessità di organizzarsi. Serve costruire le EcoResistenze contro un sistema che, in nome di profitto e guerra, sta letteralmente facendo franare il futuro.

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