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Guerra ai civili. Meloni toglie la maschera

Chiamiamo le cose con il loro nome: il governo Meloni ha creato in modo premeditato l’”emergenza Torino” per imporre un metodo ben noto: la guerra ai civili.

Lo sgombero di Askatasuna, annunciato da anni, da tutti i governi, è stato messo in atto con un pretesto risibile (sei persone che dormivano in un’ala dichiarata inagibile) e durante le feste natalizie, in modo da non avere “resistenze” adeguate nel momento scelto.

Era ovvio e previsto che ci sarebbero state proteste, ma di certo non era stata immaginata la portata: oltre 50.000 manifestanti, in una città non facilmente raggiungibile a livello nazionale, per dare solidarietà ad un centro sociale classificato da sempre tra i “cattivi”. E tantissimi, come sempre più spesso accade, erano stati fermati sulle autostrade bloccando pullman, fermando macchine, controllando le stazioni…

Quella massa di gente inconsueta per Torino è l’eredità diretta dell’ondata di piena che si è visto in autunno, con oltre un milione di persone in due scioperi generali ravvicinatissimi, e poi nell’immensa manifestazione del 4 ottobre a Roma, a sostegno del popolo palestinese sottoposto a genocidio da Israele con la complicità diretta di tutta l’area euro-atlantica.

Un’ondata che ha preoccupato la classe dirigente italiota – tutta, dal centrodestra parafascista a chi ha provato goffamente a metterci un cappello sopra – al punto da far immediatamente progettare nuovi “decreti sicurezza”, nuovi reati e vecchissime soluzioni (il “fermo anticipato” applicato dal fascismo verso chiunque fosse sospettato di poter contestare il passaggio del “duce” nei paraggi).

Per imporre una simile svolta era indispensabile un episodio, uno scontro vero (quelli registrati come tali negli ultimi anni erano stati pestaggi di polizia contro manifestanti inermi), qualcosa che potesse far scattare la retorica “chiagn’e fotte” tipica dei fascisti in ogni variante, a cominciare ovviamente dai nazi-sionisti.

Bisognava provocarla con qualsiasi mezzo e per questo – come si desume da tutte le testimonianze anche giornalistiche – era stato dato un evidente ordine ai reparti schierati in piazza: manganellate chiunque non porti una divisa.

L’ordine è stato eseguito, come direbbe uno storico famoso. Fotografi, passanti, turisti (come si vede nell’articolo riproposto qui sotto), manifestanti e no, erano destinati a cadere sotto i candelotti sparati ad altezza d’uomo e i manganelli. Nel caos della violenza poliziesca era prevedibile che qualche forma di resistenza si sarebbe resa evidente. E’ nella logica del conflitto politico, spiega lucidamente anche Piergiorgio Odifreddi.

E se non si fosse manifestata, o non fosse stato possibile “certificarla” in immagini o video, erano pronti anche i soliti agenti camuffati da “black bloc” attivi fin dai tempi di Cossiga. Che, a quanto pare, stavolta sono riusciti soltanto a supportare la caccia al manifestante, visto che di caos ne era stato seminato parecchio già dai loro colleghi in divisa.

Un video incompleto è diventato “il braccio violento” della retorica governativa, mentre la testimonianza che lo contestualizzava in ben altro scenario è stata silenziata nel circuito mainstream, nonostante venisse da una professionista dell’informazione.

Guerra ai civili, tutti. Come a Genova 2001, dicono tutti quelli che hanno potuto vedere i due momenti ad un quarto di secolo di distanza. La “caccia ai rossi” è arrivata fin nelle corsie dei pronto soccorso, alla ricerca di chi era rimasto ferito e aveva bisogno di cure.

Abolita dal governo stesso la distinzione tra “buoni” e “cattivi” che qualche stolido “tardo-democratico” ha rispolverato anche questa volta come uno straccio ammuffito.

E’ addirittura il facente funzione di ministro dell’interno, Piantedosi, a spiegare che quella distinzione non serve più. Persino “la velocità” con cui si è mosso il corteo diventa per lui “la prova” che tutto era stato preparato per arrivare sul luogo prescelto “all’ora giusta” (senza neanche accorgersi dell’assurdità che dice: se serviva il buio, si poteva arrivare a qualsiasi ora…). Il post con cui accusa chiunque fosse in piazza di aver agito consapevolmente per coprire “i violenti” è una dichiarazione programmatica di guerra alle mobilitazioni future. Come il “fermo preventivo” o la “cauzione” da versare per poter scendere in piazza…

Non è una conclusione difficile da trarre. Un governo che non ha nulla da offrire alla popolazione, ma anzi le sfila ogni giorno qualcosa per garantire i profitti di un numero sempre minore di “benestanti”, comincia a sentire che nel fondo della società qualcosa si sta muovendo.

Per ora si è manifestato in due modi diversi: un’astensione elettorale che supera ormai stabilmente il 50%, sollevando chiari dubbi di legittimità democratica per qualsiasi maggioranza di governo, e una partecipazione alle mobilitazioni magari un po’ a singhiozzo, ma con dimensioni che non si vedevano da anni, specie tra i giovani.

E quando sente il fiato della popolazione sul collo, un governo reazionario – che sia in Italia o negli Stati Uniti – reagisce sempre allo stesso modo. Violento. Sul piano legislativo e costituzionale, ma soprattutto con i corpi armati. 

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«Picchiati e scherniti». Torino, i racconti di chi era in piazza

Il volto insanguinato di Claudio Francavilla è diventato, suo malgrado, uno dei simboli della guerriglia durante la manifestazione in sostegno ad Askatasuna di sabato scorso. Francavilla ha raccontato a La Stampa di essere finito in mezzo a una carica pure essendo sceso in piazza pacificamente. Soccorso da due fotografi che chiedevano un’ambulanza alla forze dell’ordine, è rimasto sul ciglio della strada abbandonato per molto tempo.

Sono decine i manifestanti rimasti feriti sabato, diversi video si trovano sul web, uno di questi ritrae il fotografo Federico Guarino buttato a terra e manganellato da diversi agenti mentre, nonostante la maschera antigas, gridava «stampa!». «Ero lì a fare le foto, è partita una carica e l’ho fatta sfilare finendo dietro le forze dell’ordine, poi si sono girati e altri agenti sono arrivati dalla direzione opposta».

Si accorge che hanno preso una persona. Erano andati tutti via mentre il fotografo continuava a scattare: «All’improvviso mi hanno buttato a terra e si sono accaniti. Urlavo, ma penso che con la maschera non si sentisse. Ho dato per scontato che con la macchina fotografica capissero, avevo anche fatto una foto con il flash poco prima».

Guarino dice di essere stato trattato come un delinquente violento. Mentre lo portano via viene colpito con scappellotti sulla testa, manate sul volto e schernito, mentre ripete di essere un fotografo.

«L’atteggiamento era provocatorio», racconta, fino a quando non hanno capito che effettivamente fosse lì solo per lavoro: perquisizione, foto identificative e controlli. È rimasto in mano alla polizia per un’ora.

Il giorno dopo è andato in ospedale avendo ricevuto diversi colpi in testa: cinque giorni di prognosi, ghiaccio e antidolorifico a esigenza. «Zoppico e sono ammaccato ma sto bene, ho chiesto i nomi degli agenti, ma mi hanno detto che non ne danno».

In piazza è arrivata una pioggia di lacrimogeni sparati spesso ad altezza uomo. Francesco Anselmi fotografo dell’agenzia Contrasto racconta: «Ho ricevuto un lacrimogeno dritto all’inguine, per fortuna ho solo un livido sulla gamba perché avevo tre strati che mi coprivano. Tutti lanci ad altezza uomo, una pratica sdoganata con i No Tav».

Per questo ha deciso di rimanere dietro la linea delle cariche, spiega, nascondendosi dietro un’auto. Anche nelle vie limitrofe, dove le persone si raggruppavano per sfuggire ai fumi densi, schizzavano lacrimogeni. Uno, su largo Montebello, ha colpito un passeggino.

Sempre sulla piazza all’improvviso sono arrivate due camionette a tutta velocità: «Una con un agente con il portellone aperto che brandiva un manganello – racconta un testimone -. Poi si è bloccata e tornata indietro, credevo sarebbero scesi in venti a massacrarci».

A fine manifestazione molti lacrimogeni sono stati lanciati sui palazzi e sono finiti contro le finestre dei residenti e sui balconi. «La sensazione è che stessero cercando lo scontro, l’incidente. Ho assistito ad alcune manovre azzardate, non pareva che lo scopo delle forze di polizia fosse ridurre il danno», racconta un altro fotografo che vuole rimanere anonimo, che ha partecipato anche al G8 di Genova.

«Ad esempio sono avanzati in una carica con la camionetta e sono venuti in contatto con una barricata con le fiamme, hanno abbandonato la camionetta lì che poi ha preso fuoco. Sicuramente una di quelle foto che poi resta».

In molti rievocano quella che è stata Genova 2001 per il movimento e per la gestione dell’ordine pubblico. In tanti video e testimonianze si vedono manifestanti colpiti mentre scappano via, alcuni inciampano, cadono a terra e vengono trascinati dalle forze di polizia.

In sei sono finiti in questura fino alle due di notte, ne sono poi usciti con un’accusa di resistenza a pubblico ufficiale aggravata, raccontano di essere stati presi a caso tra la folla. Una turista francese con un braccio rotto è stata mandata via velocemente, forse così non sporgerà denuncia.

Un video in particolare, ripreso da un palazzo di corso Regina, dove c’è Askatasuna, vede protagonisti più di dieci agenti intorno a due persone disarmate che cercano una via di fuga dai lacrimogeni: vengono circondati e manganellati. In un altro filmato un manifestante scappa riceve diversi colpi alle spalle mentre è a terra.

Una quarantina di persone sono ricorse alle cure mediche. Ma molti evitano i pronto soccorso per il rischio di essere denunciati. Arianna, studentessa di 19 anni, è finita in ospedale perché svenuta per i troppi lacrimogeni: «Una mia amica ha notato che non respiravo più, per fortuna c’erano le squadre mediche volontarie che mi hanno soccorsa, non riuscivo a muovere la gamba sinistra e la mano destra. Sono svenuta, poi ho avuto le convulsioni, hanno dovuto chiamare l’ambulanza».

Al Giovanni Bosco, con la flebo al braccio, si ritrova due poliziotti in divisa che le chiedono i documenti. È lenta, i poliziotti le dicono di muoversi: foto ai documenti a lei e all’amico, minorenne, che viene cacciato fuori. Di fianco a lei un ragazzo insanguinato con la testa aperta: «Sono andati anche da lui per i documenti, nonostante le condizioni».

Anche all’ospedale Gradenigo gli agenti sono entrati, questa volta in borghese: «I pazienti avevano fatto il triage e si trovavano in un’area sanitaria, non andrebbe fatto. I medici purtroppo non hanno detto nulla», racconta l’avvocato Gianluca Vitale.

«Hanno preso il cellulare di un ferito su una barella e l’hanno messo in una busta intimandogli che non avrebbe potuto più usarlo. Ma non glielo hanno sequestrato». Poi hanno detto al personale medico: «Aspettate a dimetterlo che dobbiamo tornare. Una pratica largamente usata a Genova durante il G8», conclude Vitale.

* Rita Rapisardi, il manifesto

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1 Commento


  • Anna M.

    Ero a Genova 2001. Ho sentito la cronaca fasulla delle ” violenze dei manifestanti” da un TG ed ho pensato le stesse cose. Naturalmente il “nostro” (!!) presidente della Repubblica non ha mancato di dire la sua

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