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Referendum sulla giustizia, c’è un problema…

Un governo di prepotenti che se ne fregano delle regole di uno Stato e pensano che la loro volontà sia sufficiente per decidere tutto.

Come doveva essere prevedibile lUfficio centrale presso la Corte di Cassazione ha riformulato il testo già ammesso a novembre sulla base della richiesta dei parlamentari, accogliendo la versione proposta dai 15 giuristi promotori della raccolta firme popolare, partita sotto Natale e che in appena 25 giorni ha raggiunto e superato le 500mila sottoscrizioni richieste.

Per imporre invece il voto il prima possibile – per evitare una campagna referendaria lunga dove le ragioni del “NO” avrebbero potuto rimontare nell’opinione pubblica, come sta avvenendo, e per allontanare lo spettro delle elezioni anticipate – il governo Meloni aveva “decretato” che la consultazione si doveva tenere il 22 e il 23 marzo, basandosi sulla richiesta di un certo numero di parlamentari (i propri, di fatto).

Ora la questione si complica. Non è detto infatti che si possa semplicemente sostituire il quesito proposto dai parlamentari di destra.

La questione può apparire di lana caprina, ma non lo è. I quesiti proposti per i referendum costituzionali – confermativi di una legge approvata in Parlamento, quindi senza previsione di un quorum minimo – devono obbligatoriamente indicare quali articoli della Costituzione vengono modificati dalla “legge di riforma”.

Il quesito proposto dai filo-governativi, invece, per ignoranza o fretta, si limita a chiedere se l’elettore approva o no quella riforma: “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?”. Come se la Costituzione restasse uguale e venisse semplicemente aggiunto un ulteriore tassello.

Fatto sta che il “pacchetto Nordio” modifica ben sette articoli della Carta, ma al votante – nel quesito – non viene detto. Dunque sarebbe teoricamente necessario far ripartire da ora – o dai prossimi giorni, quando la sentenza della Cassazione sarà pubblicata con tutte le motivazioni – la tempistica del processo referendario. Per garantire almeno 50 giorni (fino a 70) di campagna incentrata sul nuovo quesito.

E’ chiaro che a molti non frega nulla di questa differenza. I partiti di governo fanno manifesti puzzolenti in cui di mette la foto dei “martellatori” di Torino con la scritta “questi votano no”, come se il passaggio dallo scontro di piazza al seggio elettorale fosse automatico e quei ragazzi “violenti” fossero innamorati dei magistrati…). Ergo la precisione degli argomenti lascia parecchio a desiderare.

Però, se si vuole procedere in modo formalmente – cioè costituzionalmente – corretto nella modifica della Carta bisognerebbe rinviare di qualche settimana la consultazione popolare. Fine aprile, diciamo…

Se non altro per evitare il rischio di ricorsi che potrebbero poi invalidare il referendum stesso, perché effettuato su un quesito “sbagliato” oppure per il troppo poco tempo – rispetto alle regole esistenti – per far conoscere quello nuovo.

Cose che un parlamentare della Repubblica dovrebbe conoscere a menadito, l’abc del suo lavoro profumatamente retribuito.

Ma in realtà prepotenza e ignoranza vanno sempre a braccetto. Il fascismo era e rimane questa roba qui. Una fetenzia senza capo né coda, ma con la prepotenza nel dna. E questa classe politica, per quanto possa apparire incredibile, è addirittura peggiore di quella del Ventennio…

P.S. A conferma di entrambe le “virtù negative” il governo ha deciso che non fa niente>; si vota quando già detto modificando q. b. il quesito…

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