Da oggi prende il via a Monaco di Baviera la 62ª Conferenza sulla Sicurezza di Monaco alla quale, come spiegano gli organizzatori tedeschi, prenderanno parte “centinaia di decisori e leader di opinione provenienti da diverse regioni del mondo discuteranno delle sfide delle politiche di sicurezza”.
Ci saranno quasi cinquanta tra capi di Stato e di Governo da tutto il mondo, tra questi ci sono leader della maggior parte dei paesi europei, insieme a una numerosa delegazione del Governo federale tedesco, guidata dal cancelliere Friedrich Merz.
“Con alleanze di lunga data messe in discussione, l’ordine internazionale basato sulle regole che si erose, l’instabilità crescente e l’escalation dei conflitti in tutto il mondo, la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di quest’anno si svolge in un punto di svolta fondamentale”, recita la presentazione della conferenza di quest’anno che ha scelto come slogan il decisamente pessimista “Under Destruction”. Un evidente segno dei tempi.
Per capire che aria tira nelle relazioni internazionali e come questo si ripercuota all’interno delle società, appare abbastanza inquietante l’introduzione del documento preparatorio della Conferenza di quest’anno.
Secondo gli analisti e gli esperti che hanno curato il rapporto, “Il mondo è entrato in un periodo di demolizione della politica. In molte società occidentali, i leader che preferiscono la distruzione al cambiamento incrementale sono saliti alla ribalta. Le loro agende dirompenti si basano su un diffuso disincanto verso il rendimento delle istituzioni democratiche e su una perdita diffusa di fiducia in riforme significative”.
In pratica c’è l’identikit degli “uomini al comando” in modalità Trump o Milei, grotteschi ma spesso presi come riferimento o interlocutori a cui ispirarsi anche nel nostro paese. Ci sono ormai pochi dubbi sul fatto che le democrazie e gli assetti democratici che abbiamo conosciuto siano oggi a rischio, soprattutto nei paesi dell’Occidente capitalistico.
“La politica del bulldozer di Washington promette di spezzare l’inerzia istituzionale e di costringere la risoluzione di problemi su sfide precedentemente segnate da stalli” – sottolinea l’introduzione del rapporto – “I critici, a loro volta, temono che questa politica distruttiva stia minando la capacità della comunità internazionale di affrontare le sfide più difficili dell’umanità”. Sembra esserci una sorta di rassegnazione sul fatto che la governance oggi sia perseguibile solo, appunto, con la politica del bulldozer.
Ma i temi trattati alla Munich Security Conference 2026 affronteranno soprattutto la sicurezza e la difesa europea, il futuro delle relazione transatlantiche, la rivitalizzazione del multilateralismo, le visioni contrastanti dell’ordine globale, i conflitti regionali e le implicazioni per la sicurezza dei progressi tecnologici, solo per citarne alcuni.
Secondo Wolfgang Ischinger, Presidente della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, l’incontro di questo 2026 “offrirà uno slancio unico per approfondire le discussioni strategiche e rafforzare la cooperazione necessaria ad affrontare le sfide globali più urgenti di oggi”.
Gli Stati Uniti di Trump percepiti come un fattore di rischio
Presentando i risultati del Munich Security Index per quest’anno (è una sorta di sondaggio su 32 parametri di sicurezza con interviste condotte in 11 paesi strategici, quelli del G7 più quattro dei Brics escludendo la Russia e come tali indicati nel rapporto come BICS, ndr), il rapporto scrive che “Riflettendo gli sviluppi attuali della politica estera statunitense, gli intervistati di quasi tutti i paesi del G7 e BICS – eccetto Giappone e Cina – vedono ora gli Stati Uniti come un rischio più serio rispetto all’anno scorso. Questo rappresenta una continuazione di una tendenza già evidente nell’edizione dello scorso anno del Munich Security Index (MSI) dopo l’elezione di Donald Trump, quando la percezione della gravità degli Stati Uniti come rischio è aumentata”.
La Russia inquieta sempre meno
Può sembrare un paradosso – ma non lo è – al contrario degli USA, la Russia nel mondo viene percepita sempre meno come un rischio. E’ una percezione che fa letteralmente a sportellate con quella che invece viene diffusa a piene mani dai governi europei, incluso il nostro.
Una contraddizione che viene rilevata anche nel rapporto per la Conferenza di Monaco: “Gli intervistati in tutti i paesi vedono gli Stati Uniti come più minacciosi rispetto all’anno scorso. Eppure, in termini assoluti, la Russia continua a essere vista come una minaccia considerevolmente maggiore rispetto agli Stati Uniti in tutti i paesi esaminati – con chiare eccezioni tra Cina e India” .
Eppure nel rapporto sui rischi – cioè quello rilevato con le interviste – è scritto testualmente che “Pur essendo ancora considerato un rischio significativamente maggiore rispetto al 2021, la percezione della gravità della Russia come rischio è diminuita in tutti i paesi intervistati dall’indagine dello scorso anno – in particolare tra i paesi del G7. Tra i paesi del G7, la Russia è scesa dal secondo all’ottavo rischio più grave tra tutti i 32 rischi valutati dagli intervistati. Nel gruppo BICS dei paesi, la Russia è sempre stata classificata come uno dei rischi meno gravi in qualsiasi delle iterazioni del Monaco Security Index dal 2021”.
Nell’Occidente capitalista si minimizzano i rischi ambientali
Così come emerso anche al World Economic Forum di Davos, nei paesi occidentali del G7 è in netta diminuzione l’attenzione ai rischi ambientali e ai cambiamenti climatici. Una sensibilità totalmente inversa a quella dei paesi Brics e decisamente distante dalla “sensibilità” sulle emergenze ambientali che fino al 2021 era al primo posto.
“Gli intervistati nei paesi BICS continuano a classificare i rischi ambientali come i principali rischi per il loro paese – un modello invariato dal 2021. Al contrario, tra i paesi del G7, i rischi ambientali sono gradualmente diminuiti nella loro classifica negli ultimi anni” – scrive il rapporto – “Invece, attacchi informatici, crisi economiche o finanziarie e campagne di disinformazione da parte dei nemici sono stati classificati come i rischi più gravi nei paesi del G7”.
L’autonomia strategica dell’Europa, difficile a farsi
Il capitolo sull’Europa mette i piedi nel piatto nelle contraddizioni che continuano a imbrigliarne le ambizioni all’autonomia strategica e la realtà sul campo.
“Di fronte a segnali mutevoli da Washington, le nazioni europee rimangono divise tra negazione e accettazione, cercando di mantenere gli Stati Uniti coinvolti mentre si muovono cautamente verso una maggiore autonomia” – scrive il rapporto – “Le nazioni europee hanno risposto forgiando coalizioni di leadership flessibili, aumentando la spesa per la difesa e fornendo all’Ucraina i mezzi per sostenere il suo sforzo bellico. Tuttavia, persistono dubbi sul fatto che questi sforzi siano sufficienti a compensare l’erosione della Pax Americana”.
Di fronte a quella che indica come “la minaccia più significativa e diretta ai membri della NATO e alla sicurezza europea” da parte della Russia, il rapporto per la Conferenza di Monaco assume le stime di alcune agenzie di intelligence secondo le quali “la Russia potrebbe riorganizzare le proprie forze per una ‘guerra regionale’ nell’area del Mar Baltico entro due anni da un possibile cessate il fuoco in Ucraina – e per una “locale” contro un singolo vicino entro sei mesi”.
In pratica dà per acquisito che, in un periodo quantificabile tra sei e ventiquattro mesi, potremmo trovarci coinvolti in un conflitto regionale sul suolo europeo. Uno scenario che mette i brividi ma che mette i decisori di Bruxelles (e anche quelli di Palazzo Chigi) di fronte a scelte che avranno comunque conseguenze pesanti: “L’Europa ora si trova ad affrontare la sfida di scoraggiare proattivamente ulteriori provocazioni evitando un’escalation involontaria”.
Colpisce il fatto che vengano dipinti gli stati europei come agenti involontari di una eventuale escalation, mentre negli atti concreti e nelle dichiarazioni pubbliche sono riusciti invece a essere i volontari – anzi, “volenterosi” – artefici dell’escalation politico-militare contro la Russia. Ma l’Europa, come si sa, riesce sempre ad assolversi. Lo ha fatto durante la Seconda Guerra Mondiale e lo ha fatto con il genocidio dei palestinesi a Gaza da parte di Israele.
Si desume, da queste righe e dalle cose che sentiremo alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco in questi tre giorni, che l’illusione sull’Europa come soggetto di pace, su cui molti si sono trastullati in questi anni, è andata ormai a farsi benedire.
L’Unione Europea è una macchina da smontare per vedere se ne rimane qualche raro pezzo di ricambio ancora utilizzabile per cause migliori. Se si vuole salvare l’Europa e le sue popolazioni occorre demolire l’Unione Europea e sganciarsi dalla Nato, ovviamente.
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