Sono passati 19 giorni dal licenziamento nel Consiglio dei Ministri al via libera dal capo dello Stato, ma ora Sergio Mattarella ha firmato il nuovo decreto Sicurezza che ha fatto molto discutere per l’evidente torsione autoritaria che porta con sé. Da molti media viene presentato come leggermente annacquato rispetto alle prime ipotesi, ma i problemi di fondo rimangono.
Le quasi tre settimane impiegate dal Presidente della Repubblica per dare l’ok al provvedimento (e Mattarella non è mai stato parco di firme) fanno ben capire la gravità delle misure introdotte nella – pur di facciata – “democrazia liberale”. Sicuramente, l’emersione della verità sui fatti dell’esecuzione di Abderrahim Mansour da parte di un poliziotto che lo taglieggiava ha reso più complicato far accettare le novità del decreto (e ha dato una spallata anche alla propaganda sul prossimo referendum sulla riforma della giustizia).
Ad ogni modo, il testo delle nuove disposizioni arriva in Senato per la discussione parlamentare. Al suo interno, rimangono le misure che rappresentano il “cuore politico” del provvedimento, come è stato chiamato in un servizio di SkyTg24., ovvero il fermo preventivo in caso di manifestazioni pubbliche e lo “scudo penale”, ripensato più come “filtro penale”, che però non attenua l’opportunità di impunità per gli agenti che calcano un po’ troppo la mano…
Partiamo dal fermo preventivo. Rimane, così come rimangono le 12 ore massime entro cui trattenere il “sospetto”. Quello che cambia sono le motivazioni: non più “circostanze di fatto” che arbitrariamente lasciavano in capo alle forze dell’ordine la decisione se procedere al fermo, ma un “attuale pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica“.
Ciò potrà essere desunto anche in relazione della “rilevanza di precedenti penali o di segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza alle persone o sulle cose in occasione di pubbliche manifestazioni nel corso degli ultimi cinque anni“. Insomma, certamente c’è stato un restringimento della casistica che legittima il fermo preventivo, ma la natura di fondo non è affatto cambiata.
Il “pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica“, se può essere associato a una sorta di “stigma penale” che ci si porta dietro per cinque anni, è una formulazione abbastanza larga da permettere una limitazione concreta del diritto a manifestare.
Rimane poi il nodo dei tempi: il fermo dovrà pur essere comunicato al magistrato, che può disporre il rilascio immediato se ne mancano i presupposti. Ma anche con la burocrazia più veloce del mondo, ci potrebbero volere ore per verificare tutti i documenti e decretare l’illegittimità del fermo. Al fermato, dunque, sarebbe comunque impedito di manifestare.
Lo “scudo” penale, si legge su molte ricostruzioni, diventa un “filtro”. Il pubblico ministero, in presenza di una “causa di giustificazione” (come può essere la legittima difesa o l’uso legittimo delle armi in servizio), effettuerà una “annotazione preliminare” per la persona coinvolta nel fatto, senza iscriverla direttamente nel registro degli indagati.
Le tutele rimangono le stesse (tutela legale, accesso agli atti, e così via), ma si evita l’avvio immediato di procedimenti disciplinari o sospensioni professionali. L’annotazione preliminare ha una durata massima di 150 giorni, dopodiché il pubblico ministero dovrà decidere se archiviare o procedere con l’iscrizione formale tra gli indagati.
Si allungano i tempi per gli accertamenti, ma il fatto che per le forze dell’ordine che usano violenza venga prevista una sorta di “riserva protetta”, alternativa ai percorsi che rispondono al principio che “la legge è uguale per tutti”, rimane. Inoltre, abbiamo sentito questi giorni di casi di “testimoni brutalizzati” e altre oscenità, che mostrano come, con tale “filtro”, sarà più complesso far emergere elementi che spingano verso delle vere e proprie indagini.
Come avevamo scritto tre settimane fa, inoltre, il problema “di modello” rimane: “si costruisce un’idea di legittimità preventiva dell’uso della forza, un’anticipazione di fiducia verso chi reagisce, verso chi “si difende”, verso chi afferma di aver agito in un contesto percepito come minaccioso“. Il rafforzamento delle tutele per gli agenti e misure preventive di detenzione dal sapore fascista blindano il potere e imprimono una svolta verso lo “stato di polizia”.
Nel decreto Sicurezza, poi, rimangono altre misure critiche. Zone rosse, multe esorbitanti per mancato preavviso o deviziazione del percorso di una manifestazione. La strategia di colpire “l’indipendenza economica” dei manifestanti, delle organizzazioni e delle associazioni che promuovono mobilitazione è una scelta che mette a serio rischio l’agibilità politica nel paese.
C’è infine un’ultima modifica rispetto al testo originario, cioè il dietrofront sull’obbligo per i commercianti di registrare l’identità di chiunque acquistasse un coltello con lama superiore ai 15 centimetri. La norma avrebbe costretto coltellerie, ferramenta, supermercati e persino catene di arredamento a conservare i dati degli acquirenti (anche di semplici coltelli da cucina) per ben 25 anni.
Si trattava evidentemente della messa in capo a una serie di piccole e grandi attività di una schedatura di massa, con dati sensibili elargiti senza tanti contrappesi o motivazioni concrete di pericolo per la sicurezza. Era anche un impegno sostanzioso per le stesse attività commerciali, che si è preferito eliminare.
Per mantenere però tutto il valore simbolico di questa misura (perché questo era il suo senso fin dall’inizio), rimane il divieto di vendita ai minori con sanzioni amministrative per i genitori. Mettendo in capo a questi ultimi una responsabilità economica indiretta, si vuole percorrere la strada dell’allarmismo sul fenomeno delle “baby gang“. Resta inoltre il rischio di arresto in flagranza per chi viene sorpreso a portare fuori casa strumenti da taglio senza giustificato motivo.
Ovviamente, quello che è stato davvero “ridotto” nel testo arrivato in Senato è l’esborso economico. Vengono stanziati 19 milioni per la videosorveglianza comunale nel biennio 2025/2026, ma spariscono i fondi per gli anni successivi e anche il piano da 50 milioni per la sicurezza ferroviaria.
Non che ce ne sia da rammaricarsi: è evidente che la ragione del proveddimento è tutta beceramente securitaria, nel senso di spingere l’acceleratore sull’idea di un paese nel caos, per cui serva un controllo costante. L’Italia è già uno dei paesi più videosorvegliati in Europa, e di altre migliaia di telecamere non c’è bisogno.
Ma il tema è proprio che la “sicurezza”, per la classe dirigente, va intesa dentro la cornice dell’austerità di bilancio. In un paese segnato da profonde disuguaglianze, salari da fame, sanità e servizi sociali smantellati, crisi abitativa, la sicurezza reale, ovvero quella che si esprime nella piena garanzia di diritti sociali, viene trasformata in un problema di ordine pubblico, a cui rispondere con l’inasprimento di misure repressive. Ovviamente, quanto più a costo zero possibile.
Il vero obiettivo di questo tipo di provvedimenti, com’è chiaro, sono le varie forme di espressione del dissenso, e dunque qualsiasi tipo di opposizione reale agli indirizzi politici di guerra, interna ed esterna, che sono stati adottati dai governi europei per fare fronte alla propria crisi economica e strategica.
E nel frattempo, una sana democrazia, di cui la vera cartina tornasole è lo spazio effettivo di una dialettica politica che passi anche attraverso un inevitabile conflitto sociale, viene seppellita sotto i tratti di una “democratura” che si fonda sulla possibilità di mettere una X su una scheda ogni tanto, ma senza poter davvero poter intervenire sulle scelte politiche di fondo.
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