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Prove di ICE a Milano. No alla stato di polizia e giustizia per Ramy e Mansour

Per mesi abbiamo atteso le evoluzioni del caso di Ramy Elgalm, ucciso alla fine di un inseguimento a Milano nel novembre del 2024. All’epoca, io stessa ero finita in un linciaggio mediatico alimentato sapientemente dai media, per perorare la causa di un aumento dei sistemi di controllo e repressione verso ogni forma di dissenso. Chiedevamo semplicemente una cosa: giustizia per Ramy, in un caso che aveva troppe somiglianze con altri di malapolizia a cui ci siamo dovuti purtroppo abituare in Italia.

Ora, mentre le ipotesi di reato contestate a cinque carabinieri vanno dall’omicidio stradale con eccesso colposo fino al favoreggiamento, al depistaggio, al falso ideologico nel verbale d’arresto, nascondendo sia l’urto tra l’auto dei militari e lo scooter su cui si trovava Ramy sia i video di body e dashcam, arriva la voce stessa dei carabinieri a dirci quale giustizia va pretesa. Gli audio, diffusi dal giornale Domani e che sono agli atti del processo, rivelano che i carabinieri speravano nella morte dell’amico di Ramy, anche lui sullo scooter, facevano dichiarazioni razziste e violente contro chi manifestava per la verità.

E poi, c’è un carabiniere che lo dice chiaro e tondo: il testimone che aveva ripreso delle scene dell’accaduto è stato “brutalizzato” (parole sue) per costringerlo a cancellare prove. Il militare si chiede poi da dove sia uscito fuori un nuovo testimone, che i lui e i suoi colleghi non hanno visto. Come a dire che l’opera di depistaggio era sistematica, ragionata.

Questi messaggi venivano scambiati in chat con molti altri carabinieri. Perché non sono “mele marce”, ma rappresentano un modo di intendere le “forze dell’ordine” strutturato, profondo, difeso dalle classi dominanti perché gli è utile nello zittire dissenso e manifestazioni. E vale per tutti i loro rappresentanti, dal governo nazionale a quello di centrosinistra di Sala. Il sindaco di Milano, alla fine del 2025, ha consegnato al Nucleo Radiomobile del Comando Provinciale Carabinieri di Milano, quello coinvolto nell’omicidio di Ramy, l’Ambrogino d’Oro, ovvero il massimo riconoscimento civico concesso dal comune di Milano. Un modo per dirgli: “ottimo lavoro“.

Questi carabinieri hanno provato a prendersi da soli uno “scudo penale”, “brutalizzando” un testimone. Scudo che ora, insieme a varie altre misure dal sapore fascista, il governo sta implementando col nuovo decreto Sicurezza. E questo mentre, a Rogoredo, alla periferia di Milano, comincia a emergere la verità anche sul caso di Abderrahim Mansour, ucciso a fine gennaio in un controllo antidroga.

Anche in questo caso, 5 poliziotti sono ora indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, oltre che l’omicidio volontario del giovane. Quello che sta emergendo dagli accertamenti è un’azione che ha la stessa logica dei fatti riguardanti Ramy: l’arma (finta) che viene attribuita a Mansour sarebbe stata piazzata dopo accanto al cadavere. Non ci sono, infatti, le sue impronte, e il ritardo nel chiamare i soccorsi, che l’ha condotto alla morte, sarebbe esattamente il tempo che i poliziotti hanno usato per recuperare la pistola giocattolo.

Quando scendevamo in piazza per Ramy e per Mansour, o chiedevamo verità e giustizia in televisione, lo facevamo per combattere questa tendenza all’impunità, all’autoritarismo, alla repressione, che era già forte e che oggi sta facendo un salto di qualità, di fronte all’incancrenirsi della crisi. L’unica “soluzione” pensata, da Roma a Bruxelles, è la guerra, interna ed esterna, con il peggioramento ulteriore delle condizioni di vita delle classi popolari. Delle nostre condizioni di vita e di tutti i fratelli e sorelle come Ramy e Mansour.

Ovviamente, attendiamo la prosecuzione del processo, ma il nodo è politico. Per questo abbiamo già lanciato un presidio sotto il consiglio comunale, lunedì 23 marzo, perché non possiamo lasciar passare l’idea di una sicurezza che significa “licenza di uccidere”, invece di lavoro, servizi sociali. La vera sicurezza è una città pubblica contro la speculazione privata.

Giustizia per Ramy, e lotta per far sì che i diritti di chi vive in questo paese non possano essere “brutalizzati” da guerrafondai che sono nemici nostri e di un futuro di pace e sviluppo.

*portavoce di Potere al Popolo

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