Non si è mai viaggiato così tanto per curarsi in Italia, ma non è un buon segno. Significa che, in Italia, il diritto alla salute non è garantito ovunque allo stesso modo, e spesso non è garantito affatto. Stando infatti agli ultimi studi della Fondazione Gimbe, nel 2023 la mobilità sanitaria interregionale ha toccato il valore record di 5,15 miliardi di euro, il livello più alto mai registrato e in aumento del 2,3% rispetto ai 5,04 miliardi dell’anno precedente.
I numeri presentati in occasione del trentennale della Fondazione parlano di dinamiche molto differenti tra il Nord e il Sud del paese. Nelle regioni settentrionali si assiste spesso a una “mobilità di prossimità”, ovvero a uno scambio che può essere considerato “fisiologico” di pazienti tra territori confinanti, che offrono comunque standard elevati. Al Mezzogiorno, invece, il fenomeno assume i tratti di una vera e propria fuga.
I cittadini abbandonano la propria terra perché non trovano risposte adeguate, alimentando un flusso unidirezionale verso il Settentrione senza che le regioni d’origine riescano ad attrarre pazienti da altrove. “La migrazione sanitaria tra Regioni è tra gli indicatori più sensibili delle diseguaglianze del servizio sanitario regionale: rileva dove i cittadini trovano risposte adeguate e dove, invece, sono costretti a spostarsi per curarsi“, spiega Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbe.
Cartabellotta ha poi aggiunto: “la mobilità sanitaria è sempre meno una scelta e sempre più una necessità“. Di questa necessità se ne avvantaggiano soprattutto alcune regioni (o meglio, i sistemi sanitari di alcune regioni, compresi ovviamente i privati collegati): circa la metà degli incassi nazionali derivanti dalle cure a pazienti non residenti finisce nelle casse di Lombardia (23,2%), Emilia-Romagna (17,6%), e Veneto (11,1%).
Sul versante opposto, a pagare il conto più salato per i propri cittadini che si curano fuori sono il Lazio (12,1% della spesa totale), la Campania (9,4%) e, paradossalmente, la stessa Lombardia (9,2%). Ma il paradosso è sciolto nel momento in cui si vanno a vedere i saldi finali: la Lombardia chiude con un attivo di ben 645,8 milioni di euro, mentre la Calabria segna un -326,9 milioni, la Campania -306,3, la Puglia -253,2, la Sicilia -246,7 milioni.
Per la Fondazione questa è la prova “che il diritto alla tutela della salute non è garantito in maniera equa su tutto il territorio nazionale“, disattendendo le disposizioni fondanti della Repubblica. Senza considerare che, per lo più, a potersi permettere di viaggiare per le cure sono coloro che non si trovano in condizione di indigenza: l’emigrazione sanitaria è perciò espressione innanzitutto di una faglia di classe.
Se già oggi dei “livelli minimi” di prestazioni non sono garantiti, quando il “Servizio” è ancora “Nazionale”, almeno sulla carta, immaginate cosa succederà quando entreranno in vigore tutti i meccanismi dell’Autonomia Differenziata. Un vero e proprio spezzettamento del paese per favorire i bilanci di ricchi approfittatori sulla vita delle persone.
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