In base agli elementi riassunti da questo articolo, non si capisce come i magistrati abbiano potuto scarcerarlo e mandarlo agli arresti domiciliari. Ad un qualunque altro militante, per molto meno, avrebbero buttato via la chiave. Il perché è solare. Siamo contro il carcere, specie quello “duro”, ma non cretini…
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Eitan Bondì custodiva in casa una “attrezzatura specifica di pronto uso in uno scenario di guerra”. Emergono particolari rilevanti dagli atti inediti sull’arresto del 21enne ultra sionista, che il 25 aprile scorso a Roma ha sparato a due militanti dell’Anpi. Ricostruzioni e valutazioni dei giudici che rendono la vicenda tutt’altro che chiusa.
Gli investigatori della Digos vogliono essere certi che il ragazzo abbia davvero fatto tutto da solo, per questo monitorano i gruppi giovanili legati alla Comunità ebraica di Roma, tra cui la “Brigata Vitali’, di cui Bondì si sospetta facesse parte.
Nel provvedimento di convalida del fermo, la gip Paola Della Monica descrive l’azione del 21enne caratterizzata dalla “assoluta indifferenza mostrata dopo il fatto, avendo egli completato il giro di consegne con Glovo e, dunque, il suo turno di lavoro, incurante delle conseguenze del proprio gesto”.
Si tratta di un dettaglio importante: Bondi non era partito da casa, magari “istigato” dalle notizie arrivate da Milano (la Brigata Ebraica cacciata dal corteo del 25 aprile, ndr) ma stava lavorando.
“Un‘azione programmata – sottolinea la giudice – dagli effetti chiaramente e volutamente eclatanti (…) che evidenziano una freddezza da parte dell’aggressore, e dunque un altissimo grado di pericolosità”.
La giudice poi si sofferma sull’attrezzatura “da guerra” in dotazione a Bondi. Troppo fornita per un ragazzo di 21 anni seppur con porto d’armi per uso sportivo.
Una pistola Glock 9×19, una semi-automatica Para Ordnance calibro 48, una rivoltella Taurus calibro 38 e ancora un fucile a pompa Hatsa calibro12euno monocolpo (da cecchino), un Chiappa calibro 22lr, una carabina Smith& Wesson 223 e una scacciacani. Ma c’è dell’altro: in casa c’erano zaini, kit medici e due coltelli a serramanico con lame da 12 e 19 centimetri.
“La parete della sua camera da letto presentava due disegni di coltelli, una stampa di un fucile AK-47 (“Kalashnikov”) e attestati di formazione anche di corsi di difesa personale”. Una persona, sottolinea la giudice, “che conosce le armi”, una “mano esperta” che il 25 aprile ha colpito “da posizione idonea e con piena visualizzazione degli obiettivi”.
Non risulta agli investigatori che Bondì si fosse iscritto come riservista dell’esercito israeliano. O che avesse fatto richiesta del passaporto di Tel Aviv. Una scelta che accomuna invece diversi giovani della Comunità ebraica.
Per questo la Digos vuole avere un quadro completo dei porto d’armi distribuiti tra le persone legate alla comunità romana. Bondì, scrive infatti la gip, nella sua azione é stato mosso da una chiara “presa di posizione e da un coinvolgimento rispetto al conflitto israelo-palestinese”.
Fattore diventato il principale motivo di scontro, sul territorio, tra movimenti di sinistra e i gruppi legati al mondo ebraico.
* da Il Fatto Quotidiano
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