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D’Istruzione pubblica/1. “Abilismo”, medicalizzazione e categorie diagnostiche infantili

Proseguono accese, in queste settimane, le discussioni sul documentario D’istruzione pubblica di Federico Greco e Mirko Melchiorre. Fra i protagonisti del dibattito, Christian Raimo è stato, in varie sedi, piuttosto tranchant e, in un intervento di qualche settimana fa, ha ripreso l’accusa di abilismo che aveva già formulato nella sua prima recensione critica su «Il domani»:

Il tema della disabilità è stato un tema importante di tutta la discussione. Molte persone avevano trovato tremendo il passaggio del doc in cui una docente racconta come si è resa conto da grande di essere stata una dsa a scuola, ma che l’avercela fatta da sola senza certificazione l’ha resa più sicura di sé.

Sulla questione certificazioni c’è stata una opposizione polare: chi dice sono fondamentali, per fortuna che riusciamo a seguire anche in modo faticoso persone per cui non avremmo una didattica adeguata attraverso una certificazione, per altri sono la scusa che molti insegnanti usano per non fare un cazzo o farlo male. Melchiorre ha detto a un certo punto: Perché non ve la prendete con gli insegnanti di sostegno che gli interessa solo di prendere punti perché non possono insegnare sulla loro classe di concorso? Metà della sala ha applaudito.

Di segno opposto è stato l’intervento di Simona D’Alessio, preside, ricercatrice di disability studies, che ha riportato l’attenzione al fatto che una scuola democratica, dove si applica quella pedagogia, senza piegarla a una torsione neoliberista, è possibile. Ha rivendicato l’inclusione, le competenze, la progettazione.

Forse la frase della docente, riferita peraltro a sé stessa, è troppo poco per accusare l’intero documentario di Greco e Melchiorre di “abilismo”. I difetti del film, semmai, ci sembrano stare altrove, e in ogni caso non sono rilevanti per questo dibattito.

Di per sé, i DSA aprono una questione specifica: quello relativa al nesso fra il neuro-funzionamento specifico di una persona, che si suppone essere un fatto oggettivo e dimostrabile, e la distribuzione e performatività dei carichi cognitivi (calcolo, scrittura, lettura ecc.). La gran parte della discussione in corso dà per scontato questo nesso, il quale, tuttavia, è tutt’altro che dimostrato.

C’è un dibattito non concluso e le voci critiche non sono poche (compresa quella di Daniele Novara, pedagogista piuttosto noto, che già ne scriveva anni fa qui). Francamente, che la frase “gli uomini e le donne sono tutte uguali” sia sbagliata è una idea così pericolosa che, prima di accoglierla, vorremmo qualche certezza in più.

Ma il problema è un altro: la questione dei DSA rientra in quel meccanismo di psicologizzazione-psichiatrizzazione che Robert Castel aveva individuato come uno degli aspetti delle nuove forme di governo delle popolazioni. Essa attiene alla questione del soggetto, in particolare alla “costruzione della soggettività” basata sulla debolezza e sulla sofferenza come unica possibilità di accedere ad una accettata rivendicazione di “diritti” (più “concessioni”), e che finisce per costruire un soggetto incapace di ribellarsi perchè abituato a viversi più come “portatore di traumi” e “bisognoso di aiuto” che partigiano disposto a prendersi ciò che gli spetta.

La questione dei DSA rimanda all’intero mondo della patologizzazione dell’infanzia e all’ossessione performativa di un modo di produzione che ha nell’istruzione un territorio da colonizzare per la formazione della forza lavoro e la riproduzione ideologica del “senso comune”.

Una questione che noi affrontiamo tuttavia attraverso la più ampia questione “psichiatrica” e che portiamo a ragionamento a partire dall’infinito dibattito sulla “oggettività” scientifica (e, in particolare, della psichiatria) e dell’ADHD che è un po’, insieme allo spettro autistico, il grande riferimento della gestione della “devianza infantili”.

Lo faremo in due puntate: la prima dedicata alla psichiatria, la seconda all’ADHD.

  1. La psichiatria nella storia

In questo intervento proveremo a riflettere sul tema delle diagnosi psichiatriche infantili a partire da un punto di vista decentrato rispetto al discorso egemone. Le categorie diagnostiche della psichiatria infantile, infatti, non sono né assolute, né oggettive, ma, come tutte le categorie scientifiche, provengono da una specifica costruzione storico-sociale che dev’essere conosciuta se si vuole evitare la vecchia trappola della naturalizzazione dei fenomeni e della malattia. Tenendo conto, tuttavia, che in questo momento storico le categorie diagnostiche della psichiatria costruiscono la normalità dei soggetti attraverso la definizione di ciò che è patologico, la ricostruzione della loro storia epistemologica e operativa è politicamente imprescindibile.

Tutto ciò si lega, peraltro, alla questione dell’“autonomia di classe”, impostata dallo stesso Gramsci, che costringe a chiedersi come debbano comportarsi i lavoratori e le lavoratrici di questo paese (e di tutti gli altri) di fronte a quella particolare oggettività fantasmatica attribuita dall’ideologia egemone alle categorie scientiste che naturalizzano l’ordine sociale.

Nel far ciò, ci iscriviamo in una tradizione che rivendica il “metodo scientifico” (e, più in generale, la postura critica), ma rifiuta l’idea di un’oggettività esterna alla storia e data una volta per tutte, l’oggettività universale e assoluta presupposta, appunto, dallo scientismo.

La diagnosi psichiatrica, e in special modo quella sui minori (che coinvolge anche valutazioni relative all’apprendimento e al comportamento), si trova oggi nell’intersezione di tre grandi spinte: quella diretta alla desocializzazione della malattia; quella relativa alla produzione del soggetto performativo neoliberale; quella generata dai profitti che vengono della farmacologizzazione del disagio.

In questa serie di tre interventi tratteremo delle prime due spinte, provando a riflettere sull’oggettività delle categorie nosologiche, sulla loro costruzione storica e sui presupposti della soggettività neoliberale. Non tratteremo invece – in quanto già assai nota – la questione dei profitti generati della farmacologizzazione delle malattie e dal disease mongering, che tuttavia resta ben salda sullo sfondo di quel che diremo.

Partiamo con una cautela fondamentale: la psichiatria non è una, ma molte. Se quella egemone è dominata dall’American Psychiatric Association, che periodicamente aggiorna DSM (il Manuale Diagnostico Statistico imposto a livello mondiale, negli ultimi vent’anni, come unico standard per le diagnosi), ci sono anche modi della cura mentale che, pur restando sotto l’etichetta generale della psichiatria, sono tuttavia assai diversi per presupposti, metodi, implicazioni.

Si pensi, ad esempio, alla lunga tradizione della psichiatria fenomenologica, o alle trasformazioni della pratica nei contesti dell’etnopsichiatria. Ciò detto, la “psichiatria normale” (e cioè, egemone) è indubbiamente quella del DSM e a questa, da qui in avanti, faremo riferimento.

Questa forma egemone di psichiatria rivendica la stessa oggettività delle altre branche mediche – nate, in buona sostanza, dal tavolo anatomico – ma patisce fin dall’inizio di un curioso handicap: non ha a disposizione un organo su cui verificare, con l’autopsia, la causa organica della malattia.

In un certo senso, l’organo della psichiatria è chiaramente l’encefalo, ma dove esso presenti effettivamente delle lesioni o alterazioni organiche, lì si apre il campo della neurologia. Nonostante i molti tentativi per potersi equiparare alle altre specialità della medicina, la psichiatria resta una disciplina senz’organo, la cui ambizione epistemologica di essere tanto “oggettiva” e verificabile quanto la cardiologia o l’endocrinologia è continuamente frustrata.

Nondimeno, la sofferenza e la malattia mentale esistono eccome. Non potendo appoggiarle a un’alterazione organica oggettiva, bisognerà comprenderle per come si manifestano, attraverso i loro sintomi – e cioè, attraverso i comportamenti. E qui iniziano nuovi guai.

Come un secolo e mezzo di etnografia ha mostrato a sufficienza, quando si parla di emozioni e della loro regolazione, di comportamenti e della loro adeguatezza, di apprendimento e delle sue modalità, non vi è alcuna universalità, né alcuna stabilità nel corso del tempo. Non esiste nulla che somigli a un “soggetto universale”, un umano avulso dalla storia sul quale misurare una presunta normalità biologica o comportamentale.

Altrettanto problematica è la questione del legame tra le categorie psichiatriche e i valori dominanti come riflesso degli interessi delle classi egemoni. Alcuni casi emblematici sono noti: basti pensare all’omosessualità, che fino a pochi decenni era considerata un disturbo psichiatrico.

Altri, meno noti, danno però un’idea assai chiara del legame fra psichiatria e controllo sociale: nell’Ottocento Samuel Morton misura i crani di diverse popolazioni per dimostrare le gerarchie psichiche, cognitive ed emozionali fra le razze (ipotesi ripresa in Italia da Alfredo Niceforo a danno delle popolazioni meridionali): una ossessione, questa della misurazione dell’intelligenza umana, che si ritrova nei test del QI.

Scorrendo i testi di Roberto Beneduce si trovano soprattutto le questioni legate alla psichiatra nelle colonie e nei dispositivi razzisti: nel 1851 Samuel Cartwright conia il termine drapetomania per inquadrare diagnosticamente (cioè psichiatrizzare) il comportamento degli schiavi che cercavano ostinatamente di fuggire; negli anni Cinquanta del Novecento John Colin Dixon Carothers scrive un testo (per l’OMS!) sulla “mente africana” per comprendere le cause – ovviamente patologiche – della lotta anticoloniale, e in parte marxista, dei Mau Mau del Kenya (per lo più popolazione Kikuyu).

Questi casi estremi aiutano a capire fino a che punto la presunta oggettività scientifica della diagnosi s’intrecci, nella storia della psichiatria, con le necessità di controllo delle popolazioni e di giustificazione dell’oppressione.

La drastica de-socializzazione della malattia e del disagio fanno parte della strategia epistemologica del controllo. Da un punto di vista generale, la diagnosi psichiatrica condivide con tutta la medicina occidentale moderna il presupposto secondo cui la malattia è qualcosa di ontologicamente interno al soggetto e può quindi essere ridotta a un malfunzionamento biologico. Ciò equivale a confermare il presupposto neoliberista dell’individuo-monade e a silenziare tutto ciò che la malattia ha da dire sull’ordine sociale, economico e coloniale del mondo.

Facciamo un esempio: è assai probabile, in questi anni, che nel diagnosticarmi una gastrite il medico la legga come esclusivo fatto organico, legato alla cattiva alimentazione personale o magari a un difetto biologico o genetico; se e quanto il mio salario mi consenta un cibo di qualità, non è un problema che rientri nel suo ambito di competenze. Non è sempre stato così: fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta un potente movimento interno alla medicina teorizzava che non c’è cura del singolo malato senza “cura” delle condizioni che l’hanno reso tale. Ovvero, non c’è cura del singolo senza impegno politico per la collettività tutta.

Uno dei presupposti della critica antipsichiatrica – spesso ricordata da Piero Coppo – sta nel fatto che la “diagnosi” sarebbe una spada che spezza il cuore della gnosi: cioè consente di chiudere l’interezza delle contraddizioni sociali, dei rapporti materiali di dominio, delle egemonie e delle costruzioni del soggetto all’interno della struttura psichica del soggetto, se non proprio in qualche causa di tipo “organico”.

Nel caso della diagnosi psichiatrica infantile, dal disagio dei più piccoli spariscono tutte le responsabilità sociali. I comportamenti irregolari e i mancati apprendimenti sono letti come “guai organici”, disfunzioni interne al singolo, e non come risposte alle condizioni di vita, di disciplina e di controllo imposti ai bambini (come, peraltro, agli adulti) dalle condizioni di vita imposte dell’economia neoliberale.

Arriviamo, così, al punto cruciale di questa prima parte della discussione: l’attuale diffusione di diagnosi psichiatriche fra i minori non può essere letta estrapolandola dal contesto che produce malessere e non può essere staccata dalla storia, dalla società, dall’economia. E per essere chiari fino all’antipatia: l’ipotesi secondo cui l’incremento drammatico nelle diagnosi di autismo, di ADHD, di DSA ecc. sarebbe legata a questioni genetiche può venire solo da qualcuno che non ha idea dei tempi della genetica, oppure che è in malafede.

Bambini sempre meno socializzati; esposti a interazioni con dispositivi elettronici fin dall’età di pochi mesi; continuamente soggetti al controllo degli adulti; privi di un gruppo di pari e, spesso, anche di fratelli e sorelle; inquadrati in un sistema scolastico sempre più in affanno e che si vorrebbe sempre più performativo e selettivo; che per anni subiscono “contenuti per l’infanzia” di ineffabile idiozia; cresciuti da genitori (e spesso da un singolo genitore) perseguitati da condizioni sociali e lavorative in continuo peggioramento, traumatizzati dalla possibilità che dall’oggi al domani possa scomparire il mondo sociale che è il terreno stesso della crescita (v. i due anni di lockdown), rispondono a queste condizioni di obiettiva deprivazione sviluppando globalmente, e per così dire “generazionalmente”, una serie di “sintomi” che non sono altro che la traduzione, a livello individuale, di una più ampia deprivazione sociale e collettiva (fine prima parte).

*Rispettivamente professore associato presso l’università di Roma “Sapienza”; ricercatrice in antropologia all’Università di Genova; laureato in scienze storiche presso la Sapienza

 

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