Il Ministero della Cultura continua a essere nell’occhio del ciclone. Il ministro Alessandro Giuli ha deciso di usare il pugno di ferro, revocando con effetto immediato gli incarichi a due figure chiave del suo staff: Emanuele Merlino, responsabile della segreteria tecnica, ed Elena Proietti, a capo della segreteria personale.
Il primo era sopravvisuto allo scandalo Sangiuliano, e in un certo senso, proprio con Proietti, secondo molti rappresentava lo zoccolo duro di Fratelli d’Italia al Ministero. Dietro la decisione di Giuli ci sarebbero varie motivazioni, alcune più “superficiali”, altre più profonde. Tutte mostrano che, però, nel governo c’è tutt’altro che un idillio.
Emanuele Merlino, uomo vicinissimo al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, avrebbe pagato caro il caso del documentario su Giulio Regeni, diretto da Simone Mainetti. Al film erano stati negati i fondi ministeriali, una decisione di cui Giuli si è detto all’oscuro e che ha definito inaccettabile.
Per quanto riguarda Elena Proietti, ex assessora di Terni, la goccia che ha fatto traboccare il vaso sarebbe stata di natura organizzativa, ma non meno grave agli occhi del Ministro: la sua mancata presenza in aeroporto per la missione ufficiale a New York lo scorso mese. Giuli deve aver visto l’azione come una sorta di delegittimazione del suo operato alla guida del dicastero.
Queste sarebbero le motivazioni esplicite, anche se non ufficiali. Francesco Lollobrigida, figura di spicco di Fd’I, si è affrettato a calmare le acque: “il ministro Giuli ha ritenuto, come è d’altronde suo diritto, modificare l’assetto della sua segreteria” a seconda delle sue esigenze funzionali. “Anche per questo – ha aggiunto – la legge consente modifiche basate esclusivamente sul rapporto fiduciario nell’incarico specifico“.
Ma le turbolenze create nel principale partito di maggioranza non sono poche. Secondo alcune indiscrezioni, il ministro avrebbe avvisato Arianna Meloni, capa della segreteria politica, solo a decreti già firmati. Per molti, Giuli rappresenta una fronda meno legata al partito, ma a cui il partito ha dato fiducia. Altre voci riportate dai giornali italiani parlano anche di un altro possibile siluramento, quello di Valentina Gemignani, attuale capo di gabinetto.
Per altri, addirittura, ci sarebbe un legame tra Giuli e il Quirinale, che vorrebbe mantenere una sponda istituzionale che sia indipendente dalla coalizione, facendo così leva sul governo. Per quanto tutto sia possibile, c’è una dinamica palese di scontro interna alla maggioranza che già di per sé è sufficiente a spiegare la maretta in cui naviga il governo, e che ha a che fare strutturalmente con i vincoli esterni in cui è stato incatenato il nostro paese.
Giuli si è appena scontrato con Matteo Salvini, segretario della Lega, sul caso della Biennale di Venezia. Il presidente della Fondazione che gestisce la mostra, Pietrangelo Buttafuoco, sarebbe stato colpevole di aver riaperto il padiglione della Russia, con conseguente visita ministeriale che avrebbe portato alle dimissioni della giuria internazionale.
Il vicepresidente del Consiglio Salvini ha invece difeso la scelta di Buttafuoco, dopo aver discusso in Consiglio dei ministri proprio con Giuli riguardo al ruolo delle soprintendenze nel nuovo Piano Casa. Secondo alcuni, il motivo era nella riduzione del controllo politico sul mantenimento dei fasci littori ancora scolpiti su alcune facciate.
Sullo sfondo, si consuma anche lo scontro sulla legge elettorale, con Salvini che vorrebbe procedere dritto per dritto su una formula decisa autonomamente dalla maggioranza, e Tajani che vorrebbe invece dialogare per cercare un compromesso di massima con le opposizioni. Su alcuni articoli si può leggere che ciò nasconderebbe anche la diversa opinione sul deficit da sostenere: più lasca la Lega, più rigorosi a Forza Italia.
In realtà, tutti questi attori rimangono perfettamente ligi, e anzi imbrigliati nei dettami europei. Il leghista Giorgetti, all’Economia, ha minacciato uno scostamento di bilancio, nonostante la conferma della procedura di infrazione sul deficit per l’Italia. Ma le minacce stanno a zero se non si denuncia l’adesione al Patto di Stabilità: si può aprire un momento di tensione all’interno della UE, ma lo scotto verrà pagato in seguito, l’anno successivo.
Difatti, le mosse di Salvini, quelle plateali e le motivazioni sottostanti, sembrano funzionali piuttosto a delineare una propria “alterità” dal resto dei partiti di maggioranza, in previsione di presentarsi più appetibile all’elettorato che si contenderà con la Meloni alla prossima tornata elettorale, nel 2027. Il Piano Casa, del resto, propone solo sfratti, altra speculazione, e zero risorse.
Il secondo governo più lungo della storia della Repubblica non ha fatto in pratica nessuna grande riforma. Ha puntato tutto su due cavalli di battaglia che riguardano l’assetto dello stato più che il rilancio dell’economia: l’Autonomia Differenziata, che è stata azzoppata dalla Consulta, e la riforma della giustizia, sonoramente cassata dal voto referendario dello scorso marzo.
I soldi non ci sono, o comunque non ce ne sono abbastanza per mettere in campo misure serie, soprattutto ora che ogni centesimo dovrà essere speso per calmierare i prezzi energetici e dei carburanti, e il Referendum del 22-23 marzo ha di fatto chiuso la legislatura del governo Meloni. Ora, quel che rimane è scornarsi sugli equilibri interni, e sulla legge elettorale da rifare per garantirsi più seggi possibili alle prossime elezioni.
In questo frangente, sembrerebbe quasi che la Meloni stia facendo l’equilibrista tra varie pressioni, forse preoccupata che qualcuno possa tentare lo strappo prima della riforma elettorale. Giuli potrebbe rappresentare chi non è molto contento di questo atteggiamento. L’incontro di ieri tra il ministro della Cultura e la presidente del Consiglio si è svolto nella fiducia reciproca, ma staremo a vedere come evolve la situazione.
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa
