Abusi, razzismo, lacrimogeni sparati ad altezza persona e militarizzazione del dissenso non sono più deviazioni isolate ma il volto strutturale di uno Stato che risponde alla crisi sociale con repressione, paura e controllo.
C’è un filo che unisce Rogoredo, Bologna, Torino, Roma e Milano. Un filo nero fatto di violenza istituzionale, propaganda mediatica, razzismo, impunità e repressione del dissenso. Un filo che racconta la trasformazione profonda delle democrazie contemporanee e del ruolo che le polizie stanno assumendo dentro società sempre più diseguali, impoverite e autoritarie.
A Milano un uomo nero viene fermato davanti ai propri figli dopo aver chiesto spiegazioni per insulti razzisti ricevuti da un agente. Immobilizzato, trascinato in questura, trattenuto per ore. La sua colpa reale sembra essere una sola: aver osato pretendere dignità e rispetto. Non è un dettaglio marginale. È il cuore della questione. Perché in quella scena c’è tutto: la profilazione razziale, l’umiliazione pubblica, l’uso intimidatorio della forza, la trasformazione del cittadino in sospetto permanente.
E soprattutto c’è un dato decisivo: se non ci fossero stati i video, probabilmente tutto sarebbe stato archiviato come “normale attività di controllo”. Come accade quasi sempre. Ma quanto sta accadendo in questi mesi dimostra che non siamo più davanti a episodi isolati. Siamo davanti a un sistema.
Lo dimostra il caso di Rogoredo. Prima la propaganda. Poi la realtà. Prima il racconto dell’eroico poliziotto costretto a sparare contro uno “spacciatore violento”. Poi l’inchiesta che smonta pezzo dopo pezzo quella narrazione: accuse di depistaggio, omissioni, rapporti opachi, fino all’arresto di Carmelo Cinturrino per omicidio volontario. Un caso che ha mostrato con brutalità come il riflesso automatico del sistema politico-mediatico sia sempre lo stesso: assoluzione preventiva degli apparati e criminalizzazione immediata delle vittime.
Eppure, mentre emergevano elementi gravissimi, ministri, giornali e commentatori continuavano a ripetere il loro mantra: “sempre dalla parte delle forze dell’ordine”. Non dalla parte della verità. Non dalla parte dei diritti. Non dalla parte delle garanzie democratiche. Dalla parte dell’apparato. Sempre e comunque.
Rogoredo ha mostrato qualcosa di enorme: la retorica delle “mele marce” non regge più. Perché il problema non è il singolo agente deviato. Il problema è una cultura istituzionale e politica che tollera, copre e normalizza gli abusi.
Lo stesso schema si ripete nelle piazze.
A Bologna una manifestante perde un occhio dopo essere stata colpita in volto da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo durante una manifestazione per la Palestina. A Roma un ragazzo subisce una lesione analoga durante una carica con idranti e lanci di candelotti. A Torino migliaia di persone vengono soffocate dai gas CS durante le proteste contro lo sgombero di Askatasuna. Famiglie, bambini, residenti, anziani, perfino pazienti di un ospedale investiti dai lacrimogeni entrati negli androni e nei reparti vicini.
Ponti militarizzati, quartieri blindati, stazioni presidiate, persone fermate “a sensazione”, camionette ovunque. Una città trasformata in zona d’occupazione per impedire ciò che in una democrazia dovrebbe essere normale: manifestare dissenso collettivo.
E ogni volta la narrazione è identica. Si parla dei cassonetti bruciati, mai degli occhi persi. Delle vetrine rotte, mai dei corpi mutilati. Della “violenza dei manifestanti”, mai della violenza preventiva dello Stato.
Per capire tutto questo bisogna smettere di considerare la repressione come un incidente democratico. Bisogna riconoscere che negli ultimi venticinque anni si è costruita una continuità politica e culturale impressionante.
Il vero spartiacque resta il G8 di Genova del 2001.
Genova non è stata una parentesi. Non è stata una “sospensione della democrazia”. È stata la manifestazione più esplicita di una concezione dell’ordine pubblico che continua ancora oggi a operare nel presente.
A Genova lo Stato uccise Carlo Giuliani in piazza Alimonda. Un ragazzo di ventitré anni colpito da un proiettile sparato da un carabiniere e poi travolto due volte da una jeep. Ma Genova non fu soltanto l’omicidio di Carlo Giuliani. Fu anche la macelleria messicana della scuola Diaz: decine di persone massacrate nel sonno, giornalisti e attivisti colpiti con ferocia indiscriminata, sangue sui pavimenti e sui muri, prove false costruite per giustificare l’irruzione. Fu Bolzaneto: torture, pestaggi, umiliazioni, insulti politici e razzisti, detenuti costretti a stare ore in piedi contro il muro, privati dell’acqua, minacciati di stupro e di morte.
La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo parlò apertamente di tortura. Eppure lo Stato italiano non ha mai davvero fatto i conti con quella ferita. Non c’è stata una riforma democratica profonda delle forze di polizia. Non sono stati introdotti codici identificativi obbligatori. Non è stato creato un organismo indipendente di controllo sugli abusi. Molti dirigenti coinvolti fecero carriera. Altri rimasero nei vertici degli apparati di sicurezza.
È questa continuità che bisogna comprendere. Perché Genova non appartiene al passato. Vive nel presente ogni volta che un lacrimogeno viene sparato ad altezza uomo. Ogni volta che un reparto mobile considera una manifestazione un campo di battaglia. Ogni volta che un quartiere viene militarizzato. Ogni volta che una persona nera viene trattata come sospetta per definizione. Ogni volta che il dissenso politico viene affrontato come una minaccia da reprimere e non come un diritto democratico da garantire.
Lo dimostrano ormai numerosi studi sociologici, giuridici ed etnografici sulle forze di polizia italiane. Dalle ricerche di Salvatore Palidda sulla trasformazione delle polizie contemporanee e sul controllo delle “nuove classi pericolose”, fino ai lavori di Giuseppe Campesi e Carlo Caprioglio sul “potere coercitivo”, passando per le analisi di Enrico Gargiulo sulle rappresentazioni della folla nei reparti mobili, per gli studi di Alessandro De Giorgi sul passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale e per il lavoro di Michele Di Giorgio ne Il braccio armato del potere, emerge un quadro coerente e inquietante: forte gerarchizzazione interna, cultura dell’obbedienza, opacità disciplinare, scarsità di controlli indipendenti, ampia discrezionalità operativa e crescente commistione tra indirizzo politico e gestione della sicurezza pubblica.
Queste ricerche, sviluppate in anni diversi e con metodologie differenti, convergono tutte su un punto decisivo: la violenza istituzionale non può essere ridotta alla categoria rassicurante della “devianza individuale”. Gli abusi non sono semplicemente il prodotto di singoli agenti fuori controllo, ma maturano dentro culture professionali, dispositivi organizzativi e modelli operativi che tendono a normalizzare l’uso espansivo della coercizione, soprattutto nei confronti delle soggettività considerate marginali o conflittuali.
In particolare, il lavoro di Campesi e Caprioglio mostra come in Italia manchino persino criteri realmente chiari, verificabili e condivisi sull’uso proporzionato della forza. Molte decisioni operative — anche potenzialmente letali — vengono così affidate alla cultura pratica dei singoli reparti, alla formazione informale sul campo e alle gerarchie interne. È in questo contesto che prende forma una mentalità professionale in cui “desistere” può essere percepito come una sconfitta o un’umiliazione, alimentando escalation coercitive e pratiche aggressive considerate normali dentro il corpo, ma devastanti per chi le subisce.
Palidda, già anni fa, aveva descritto le polizie come uno snodo centrale nella gestione delle insicurezze prodotte dal neoliberismo e delle marginalità urbane. Gargiulo ha mostrato come nei manuali e nelle pratiche operative dei reparti mobili la folla venga spesso rappresentata non come insieme di cittadini portatori di diritti, ma come entità potenzialmente ostile da disciplinare e contenere. De Giorgi ha invece analizzato il modo in cui l’espansione del paradigma securitario accompagni il restringimento delle garanzie sociali e democratiche, spostando il baricentro dello Stato dalla protezione sociale alla repressione.
Michele Di Giorgio, nel suo Il braccio armato del potere, inserisce tutto questo dentro una riflessione ancora più netta sul rapporto tra apparati coercitivi e struttura del potere politico ed economico: la polizia non come corpo neutrale posto “al servizio di tutti”, ma come istituzione storicamente modellata per difendere un determinato ordine sociale, garantire rapporti di forza esistenti e contenere le soggettività percepite come destabilizzanti. In questa prospettiva, la repressione del conflitto sociale, delle periferie, dei movimenti e delle marginalità non rappresenta una degenerazione occasionale della funzione di polizia, ma una delle sue funzioni storiche fondamentali.
Messe insieme, queste analisi restituiscono l’immagine di un modello di ordine pubblico sempre più orientato alla neutralizzazione preventiva del conflitto sociale e sempre meno alla tutela dei diritti costituzionali.
Non è un caso che in questo contesto si moltiplichino gli strumenti di militarizzazione: taser, idranti, proiettili di gomma, granate stordenti, sorveglianza tecnologica, riconoscimento facciale, zone rosse, fermo preventivo, flagranza differita. Tutto dentro una logica emergenziale permanente.
Il problema allora non è soltanto l’abuso. Il problema è la funzione politica della repressione.
Le polizie contemporanee non servono più soltanto a contrastare i reati. Sempre più spesso amministrano il disagio sociale prodotto dal neoliberismo. Governano la marginalità. Controllano la povertà. Sorvegliano le periferie sociali ed etniche. Contengono il conflitto politico. Difendono assetti economici sempre più diseguali.
Per questo i soggetti colpiti sono quasi sempre gli stessi: migranti, persone nere, poveri, attivisti climatici, studenti, ultras, movimenti territoriali, lotte per la Palestina, centri sociali. Il “nemico interno” cambia volto, ma la funzione resta identica.
E qui bisogna avere il coraggio di compiere un salto politico e culturale più radicale. Continuare a chiedere soltanto “più controlli” o “più formazione” non basta più. Perché il problema non riguarda soltanto il comportamento deviato di alcuni agenti. Riguarda il modello di società che si sta costruendo.
Una società dove il welfare arretra e avanzano le pattuglie. Dove chiudono scuole, consultori, spazi sociali e servizi pubblici mentre aumentano telecamere, zone rosse e dispositivi repressivi. Dove il disagio sociale non viene affrontato ma criminalizzato. Dove la povertà diventa una questione di ordine pubblico.
Ed è qui che la prospettiva abolizionista diventa fondamentale.
Perché una comunità non ha bisogno di polizie oppressive per vivere meglio. Ha bisogno di solidarietà, cooperazione, mutualismo, case, salute, istruzione, reddito, relazioni sociali forti, spazi di aggregazione e sostegno reciproco. Ha bisogno di prevenire l’emarginazione e la violenza sociale, non di militarizzarle.
L’abolizionismo non significa negare i conflitti o ignorare i problemi. Significa comprendere che repressione, carcere e militarizzazione non li risolvono. Li aggravano. Producono altra violenza, altra paura, altra separazione.
Nessun lacrimogeno eliminerà la povertà. Nessun manganello risolverà il disagio abitativo. Nessun carcere produrrà uguaglianza. Nessun fermo impedirà il razzismo strutturale. La coercizione non cura le ferite sociali: le nasconde, le comprime e infine le rende esplosive.
Il film Il caso 137 di Dominik Moll, dedicato alla repressione dei gilet jaunes in Francia, mostra esattamente questo scenario: migliaia di feriti, occhi accecati, arti amputati da granate e proiettili di gomma. Ma soprattutto mostra una domanda decisiva: gli abusi di polizia vengono davvero considerati un problema da prevenire oppure un prezzo accettabile dell’ordine pubblico?
In Italia la risposta sembra sempre più chiara. Non solo mancano strumenti minimi come i codici identificativi per gli agenti, ma si approvano scudi penali, si delegittima la magistratura che indaga sulle violenze delle forze dell’ordine e si costruisce una narrazione pubblica dove ogni critica agli apparati viene trattata come un attacco allo Stato.
E qui emerge il nodo più grave: la sostanziale assenza di opposizione politica. La destra rivendica apertamente una linea repressiva e muscolare. Ma anche larga parte della sinistra istituzionale rincorre lo stesso paradigma securitario. Condanna immediata della “violenza”, solidarietà automatica agli apparati, silenzio sugli abusi, paura di mettere in discussione il potere coercitivo dello Stato.
Nel frattempo cresce una frattura democratica enorme. Sempre più persone, soprattutto tra le classi popolari e marginalizzate, percepiscono le forze di polizia non come garanzia di diritti ma come strumenti di intimidazione e controllo sociale. E questo non avviene per propaganda ideologica, ma per esperienza concreta.
Per questo il caso di Milano è così importante. Perché mostra una verità che il potere prova continuamente a nascondere: oggi il problema non è soltanto cosa fanno le polizie, ma ciò che le istituzioni permettono, giustificano e normalizzano.
La vera sicurezza non è vivere sotto sorveglianza permanente. Non è attraversare città blindate da camionette e agenti antisommossa. Non è sapere che un poliziotto può insultarti, fermarti o colpirti contando sulla protezione politica e mediatica.
La vera sicurezza è sapere che nessuno verrà lasciato solo. È poter dissentire senza rischiare mutilazioni. È poter attraversare una città senza essere profilati per il colore della pelle. È vivere in una società che riduce le disuguaglianze invece di governarle con la forza.
Perché una comunità ha bisogno di cura, solidarietà e giustizia sociale. Non di repressione permanente. Non di paura. Non di polizie sempre più militarizzate e sempre meno sottoposte a controllo democratico.
Ed è esattamente questo il punto politico che oggi viene rimosso dal dibattito pubblico: gli abusi non sono anomalie che interrompono il funzionamento della democrazia. Sono sempre più spesso il modo attraverso cui il potere prova a governare una società in crisi.
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