Un centinaio di chilometri e tre anni separano Amendolara da Steccato di Cutro. Due stragi apparentemente diverse ma figlie dello stesso sfruttamento delle migrazioni. Allora gli scafisti, oggi i caporali. Migranti anch’essi, terminali ultimi di organizzazioni criminali sovranazionali in cui italiani ed extracomunitari vanno a braccetto, al servizio di datori di lavoro senza scrupoli.
A Cutro morì gente in cerca di futuro, ad Amendolara sono stati uccisi lavoratori che si illudevano di averne agguantato uno. Sullo sfondo, le politiche securitarie e i decreti flussi di un governo che si intesta linee dure, espulsioni e guerre alle ong ma si muove sulla scia dei precedenti esecutivi.
Basti ricordare la collocazione politica del tutto opposta di Marco Minniti, promotore degli scandalosi accordi con i signori della guerra libici. Questa è la realtà dei fatti. A Steccato di Cutro, 1.212 giorni fa, si pensò di risolvere la questione di un battello carico di disperati nel mare in tempesta semplicemente girandosi dall’altra parte.
Amendolara altro non è che il frutto della prosecuzione di quella tattica: l’agricoltura italiana ha bisogno di braccia e non poche aziende le vogliono a costo zero.
Ecco allora i convogli di invisibili che all’alba popolano le strade di campagna non solo in Calabria ma anche in Sicilia, Puglia, Basilicata, Campania, su su fino al progredito Piemonte e al ricco Veneto. Tutti sanno, tutti chiudono un occhio. I morti? Vittime collaterali delle eccellenze italiane.
* da Beh, Buona Giornata
*****
Italia schiavista
Erano braccianti che raccoglievano la nostra frutta e verdura, erano trattati come schiavi e si erano ribellati pretendendo un contratto regolare: i caporali li hanno bruciati vivi nella loro auto in un’area di servizio, vicino a Cosenza. Erano cinque, in quattro sono stati uccisi, il quinto è riuscito a salvarsi e coraggiosamente ha denunciato il sistema disumano a cui lui e i suoi compagni avevano detto basta. Mafia pakistana, ha detto il bracciante, afghano come tre dei suoi quattro compagni. Già, ma per chi lavora questa mafia che impone paghe di 15 euro per una giornata di 12 ore di lavoro? Per aziende regolari, che a loro volta riforniscono tutti i principali supermercati. E questo non avviene solo nei campi, e non solo al Sud.
La procura di Milano, tra le poche in Italia a perseguire davvero il caporalato, ha fatto arrestare l’amministratore delegato di una multinazionale che sta edificando il nuovo consolato USA nella città. Là dove c’è il maggior numero europeo di milionari, dei muratori migranti, indiani questa volta, venivano pagati 2 euro all’ora. Anche loro si sono ribellati e hanno denunciato lo schiavismo, la magistratura è intervenuta, ma l’azienda li ha licenziati ordinandone il rimpatrio.
In Italia c’è un sistema di leggi e di potere che permette e persino incentiva la schiavitù dei migranti. E le imprese ne approfittano per fare più profitti. Ricordiamo i grandi marchi della moda, o le multinazionali del delivering, commissariati sempre a Milano per supersfruttamento del lavoro. Tutti sanno tutto, ma avete mai sentito un imprenditore denunciare il caporalato?
La legge Turco-Napolitano, la Bossi-Fini e i decreti sicurezza hanno consegnato il permesso di soggiorno dei migranti a chi li assume. Questo ha creato una condizione di ricatto mostruoso: o lavori come voglio io, o diventi clandestino. Qui si annidano tutte le mafie del mondo; questa è la funzione economica del razzismo di Stato e delle campagne legge e ordine: i migranti servono, ma come schiavi.
Dalla mafia dei caporali a quella dei colletti bianchi, è un sistema di capitalismo predatorio e mafioso che è colpevole della strage di braccianti a Cosenza, un sistema schiavista che va rovesciato.
Giorgio Cremaschi
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa
