Le comunità accreditate al Ssn e non solo quelle autorizzate, che già svolgono questo servizio, saranno le strutture residenziali e semi residenziali dove potranno scontare la pena detenuti tossicodipendenti e alcol dipendenti. Un proliferare di strutture, difficilmente monitorabili, che svolgerà “a cottimo” questo nuovo servizio che dovrebbe svuotare le carceri e recuperare i tossico dipendenti.
Detenuti poveri e senza domicilio, spesso drogati e alcolizzati, in attesa di strutture di housing dove potranno scontare i domiciliari, potranno usufruire di questa detenzione differita. A certificare la dipendenza sarà una “commissione”, così come un neanche celato “obbligo terapeutico” darà diritto a questo trattamento.
Sintesi maldestra del decreto 94 ter e 94 quater e, più in generale, del sentire del palazzo nei confronti della “emergenza carcere”, che vede nei quasi 70.000 detenuti una percentuale altissima, oltre la metà, di rei per reati connessi o causati dalla droga e, più in generale, dal binomio marginalità/dipendenza. Si crea, si tenderà a creare molto oltre la singola legge, una esecuzione della pena non carceraria, ma altrettanto detentiva, per rei con condanne fino ad 8 anni.
Le micro carceri che, con un costo di oltre 100 euro al giorno a detenuto e una platea sempre più ampia di potenziali pecorelle smarrite, si tratta di decine di migliaia di rei, rappresenterà l’ennesimo business per gli eserciti della bontà: sono oltre 35.000 euro annui a detenuto, cifra con la quale si potrebbe comprare una casetta dove auto scontare la pena.
Auto disciplina è, secondo molti studiosi, unico strumento per emanciparsi dai cicli infantilizzanti e omologanti sia del carcere che dai limbi esistenziali delle presunte disintossicazioni. Proprio perché, una volta usciti dall’astrazione della comunità, ci si rimmerge nella società e, molto spesso, si ricade negli stessi meccanismi che hanno portato alla dipendenza.
Una specie di ergastolo intermittente che, dentro e fuori strutture e dipendenze, condanna senza sentenza scritta a reclusioni e auto reclusioni infinite, ma determina anche un PIL, una potenzialità eterna di estrarre ricchezza da questi latenti fine pena mai.
Che cosa è la dipendenza? Difficilissimo da sintetizzare senza passare per fesso, ma “il fare sempre le stesse cose, aspettandosi risultati diversi”, ci va molto vicino. Come se ad un bisogno lecito, alla sua domanda legittima, una forza oscura fornisse una risposta sbagliata, eternamente nuova e eternamente uguale. Istinti naturali deformati, esattamente come il richiamo del cervello che crea un’ansia misteriosa che, ogni ora, ci fa accendere una sigaretta.
L’ansia è legittima, la risposta, attraverso la sigaretta, inutile oltre che dannosa. Una spirale che non si spezza per decreto o per disciplina imposta, altrimenti basterebbe “un ti fa male” per risolvere il 90% dei problemi della Umanità.
Sostanze, alcol, sesso, gioco sono talmente molteplici le strade e i meccanismi che determinano il triangolo “uso, abuso, ossessione” che rimango stupito ad immaginare commissioni burocratiche che determinano il tasso di dipendenza altrui. Anche perché con il crescente fenomeno delle pluri – dipendenze si tratta più di individuare una “predisposizione emotiva” che rilevare quella o quell’altra sostanza attraverso analisi o colloqui.
Teniamo conto che in Italia si inventa una droga alla settimana e che gli stessi mark delle analisi spesso non intercettano le nuove sostanze. Gli occasionali, che si fanno saltuariamente ma campano in funzione della dose del sabato sera. I latenti, quelli che passando da un’ossessione ad un’altra sommano dipendenze che, singolarmente, non sono diagnosticabili. Gli “omeopatici” quelli che utilizzano quotidianamente sostanze e alcol in una dose minima, ma costante, come un’automedicazione al mal di vivere.
Nelle vite di margine, poi, un po’ come la volpe e l’uva non si capisce dove inizi la dipendenza e dove, invece, la marginalità. I clochard hanno spesso accanto un cartone di vino: sono barboni perché bevono, o bevono perché sono barboni?
Non è un caso che molti detenuti tossici siano anche marginali e che molti detenuti tossici e marginali siano anche portatori di disturbi psichiatrici, più o meno gravi. Una matassa incasinata.
La stessa idea di “volontà” alla base di quasi tutte le ricette dei recuperi, seppur espressa, è dato complicato nel caso dei detenuti, per il semplice fatto che è come estorta. Potrebbe essere frutto della volontà di non stare in cella, piuttosto che dalla voglia di disintossicarsi. Oppure espressione falsata dalla volontà di assecondare i desideri di parenti e amici, ma non propria.
O, ancora, frutto dell’ennesimo sprofondo emotivo che, però, spesso precede e segue ad altri sprofondi emotivi. Fatto sta che il binomio carcere/dipendenza apre talmente tante strade avverse che è inutile avventurarsi.
Uscire da una dipendenza “per obbligo” è una illusione farisea perché, proprio in quanto fenomeno difficilmente comprensibile, non ci sono ricette certe. Trauma fatto, subito; educazione rigida, assenza di educazione; personalità brillante, intellettualmente sotto la media; opulenza o povertà estrema…
Una platea che, come specchio della società, vede tutto e il contrario di tutto. Uscire da una dipendenza diventa possibile solo quando l’interessato è disperatamente, oltre che veritieramente deciso a farlo e, le stesse ricette che funzionano, sembrano a loro volta antitetiche. Entrare in una nuova dimensione esistenziale e tagliare i legami con il proprio passato, per alcuni, ma anche l’esatto contrario per altri.
Insomma: se non esiste un identikit del tossico attivo, non ci sta neanche quello del recuperato. Esistono tantissime strade attraverso le quali un dipendente si allontana dalla sostanza. Ma nessuna di esse è sancita da un vero o sottaciuto “obbligo di cura” che, anzi, può sortire l’effetto opposto di una “sospensione dalla dipendenza” abbinata cronologicamente alla sospensione della pena, per poi tornare sulle giostre di sempre.
Poi, con l’uso massiccio degli psico farmaci, la stessa sospensione dalla dipendenza è puramente identitaria, nel non frequentare i contesti drogosi, anche perché detenuti, ma non chimica: nella alterazione perenne del proprio equilibrio cerebrale attraverso la pasticca magica.
È il “modello” che, anche se si è forzatamente astinenti, lega l’individuo alla sostanza: un legame assoluto che, alle volte, finisce a sovrapporre l’individuo con quello che si fa. Una volta usciti, così, si va diretti dal pusher e a commettere reati per farsi.
Un recupero coatto, poi, potrebbe incidere negativamente su chi, invece, con enorme fatica sta tentando di tirarsi fuori. Una coabitazione tra motivazioni così diverse non può far altro che annientare entrambe: il detenuto che cerca solo una condizione carceraria meno dura e quello che, invece, cerca il difficile cammino del recupero. Fatto di astinenza, vero, ma anche di un tortuoso iter con sé stessi, a volte contro sé stessi: si è come convalescenti e uno sguardo sbagliato, può aprire voragini dove si annulla ogni sforzo. Due forze che finiscono per azzerarsi o azzannarsi.
Alla fine dei conti questa legge sarà sollievo “narrativo” alla emergenza carcere, prima di tutto perché creerà emergenza micro carcere, dove standard detentivi difficilmente monitorabili e discrezionali potrebbero non migliorare per niente la situazione dei singoli, basti pensare ai CPR che hanno appalti simili.
Poi perché pensare di tirare fuori dalle sabbie mobili un malcapitato, è scienza sperimentata e studiata, non può essere esercizio di bruta forza: il “precipitato” nelle sabbie mobili si vedrebbe la schiena spezzata. Deve essere esercizio dove si assecondano i movimenti dei piedi di chi è caduto. Si ammorbidisce così l’impasto di sabbia, acqua e argilla che imprigiona e con l’ausilio degli altri se ne esce fuori. Una forza dolce e costante fatta di opportunità, oltre che di sostegno professionale.
In tal senso è una politica di housing quella che manca e che, guarda caso, sarebbe meno appetibile per gli eserciti della bontà: la cronicizzazione della marginalità è estrazione di valore dalla sofferenza e, se variabile fissa, diventa business di pecunia e visibilità eterna. Sembra complottismo, ma a risolvere i problemi si guadagna molto meno che a tenerli semplicemente a bada.
Solo con opportunità di decenza e di speranza, aspettando che sia lo stesso tossico a decidere di non esserlo più o di esserlo senza minare la convivenza civile e quella dei suoi ambiti di riferimento si può intervenire con servizi di supporto medico, psicologico o di auto mutuo aiuto, ma mai calati dall’alto.
Kintsugi è un’antica arte giapponese che consiste nel riparare le ceramiche rotte, unendo frammenti di lacca urushi e polvere d’oro, argento o platino. Letteralmente “riparare con l’oro”, ossia dare valore alto alle fratture delle crepe. È strada maestra per aggiustare le vite rotte.
Un iter dove forma e sostanza diventano una sola cosa, donando una luce e un valore ad ogni singolo pezzettino scassato dalla caduta, trasformando la fragilità in altezza e non nell’ennesimo campo di lividi interessi corporativi e cronicizzanti.
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