Il ministro Valditara dice che la nuova bozza delle Indicazioni nazionali ribadisce l’intento di rafforzare l’identità occidentale e la rivoluzione delle STEM.
Nelle uniche dichiarazioni pubbliche su storia, il ministro ripete la formula di aprile: centralità dell’Occidente, dell’Europa, dell’Italia. Sembra una presa in giro la precisazione per cui non ci sono preclusioni sull’affrontare altri argomenti.
A chiacchiere è tutto “senza preclusioni alla conoscenza delle altre civiltà” ma, se le ore restano quelle di sempre e il canone eurocentrico non si smorza, come si fa a fare storia altra? Evidentemente non ci sarà spazio per un’altra storia. Punto.
Perché è chiaro che “non precludere” non comporterà, a parità di ore, la possibilità di “includere” temi di world history. Del resto se la storia politica è per il ministero “la via maestra per accostarsi allo studio del passato”, è ovvio che di storia sociale, movimento operaio, emancipazione femminile (però da due filosofe donne del Novecento, studiatevele), storia della mentalità, storia globale, non ci sarà più traccia per una precisa scelta ideologica.
L’eurocentrismo diventa canone, tema centrale per superiorità oggettiva perché “la centralità assegnata […] alla storia dell’Italia e dell’Occidente deriva anche dall’oggettivo, enorme rilievo che tale storia ha avuto […] avendo dato ad essa le forme universalmente adottate della moderna statualità”. Quindi la clausola “senza preclusioni” sarà chiaramente formula vuota in quanto la gerarchia di valore è già stata dichiarata a priori…
Vedremo, poi, se le oscenità che abbiamo letto nella bozza di aprile sono ancora presenti nella versione sottoposta al CSPI (di cui per adesso sappiamo solo quel che trapela dalla stampa). Tra le chicche c’erano: il colpo di stato del novembre 1917, l’abilità tattica di Mussolini, la marcia su Roma e la maggioranza liberale-popolare-fascista, la legge Acerbo e la vittoria elettorale del 1924, il sionismo e la nascita di un “focolare ebraico” in Palestina, una nuova forma di “imperialismo democratico”, le donne tra guerra e dopoguerra…
La difficoltà in cui annaspa il ministero per mettere mano a quel minestrone di contraddizioni che sono le nuove Indicazioni nazionali sta anche nella tensione tra una storia prettamente occidentale (un “Uccidente”, visto che in quel testo di aprile la parola “guerra” ricorre più di 40 volte e la parola “pace” meno di 5) e una filosofia che si vuole intenzionalmente appiattire sull’addestramento sofistico per allevare forse poco più che retori presi a performare in un ludico debate.
Sarebbe il caso, invece, di tornare rigorosamente alla storia del pensiero filosofico, a quel modello dialogico socratico che ci ha permesso di essere un Occidente capace di guardare indietro e non identificarci, come dice Sergio Labate, “con l’infinita sequela di guerre, dominazioni, stragi, genocidi, sopraffazioni nei confronti dell’altro da sé […] Che ci ha salvato da noi stessi in fondo, permettendoci di riconoscere le nostre debolezze e persino di riformarle […] o di denunciarle o contestarle pubblicamente”.
Il ministro Valditara rivendica la bussola occidentale come argine al “nichilismo arrogante” e alla cancel culture, alla quale vuole opporre una building culture, come la chiama lui. Una bussola che non va interrogata mai, va solo seguita. Indica un nord e basta, non spiega perché quel nord sia nord e come lo sia diventato storicamente.
Ora, se la parte delle Indicazioni nazionali avrà, come dichiara il ministero, qualche minima modifica in filosofia con il reinserimento degli autori dimenticati (vedremo se saranno opzionali o saranno parte del canone e come verranno riportati nel testo) ci sarebbe da capire come l’ode all’Occidente in storia si coniughi con quello che probabilmente sarà un “recupero” solo formale in filosofia dell’approccio cronologico (non storico, eh, le parole sono importanti), come lo chiama il ministro.
Il recupero dell’ossatura diacronica sarà un ripensamento sostanziale o un ritocco formale che lascerà intatta l’architettura di quella che sembra a tutti gli effetti una esplicita spinta verso la didattica per competenze?
No, perché la differenza per noi che stiamo in classe è tutta lì. Ad aprile l’approccio filosofico richiedeva “ai docenti di uscire dalla comodità del commento storiografico per entrare nella dimensione del laboratorio del pensiero dove l’errore, l’incertezza e il conflitto tra posizioni diverse diventano risorse e non ostacoli“. A giugno qualcosa pare sia cambiato dopo petizioni, discussioni pubbliche, strali delle università.
Insomma quello che trapela per ora è che, sul piano dell’impostazione metodologica generale, se prima era presente la doppia caratterizzazione – filosofia come pratica e come sapere storico-teorico – ora sembra che sia stata recuperata maggiormente la dimensione “cronologica”. Senza leggere il documento integrale però… non si può essere certi di nulla.
Anche perché adesso pure matematica e fisica sono diventate per il ministro Valditara “ragionamenti troppo astratti” che devono da qui in avanti piegarsi alle necessità della risoluzione di problemi pragmatici, “casi concreti”.
La filosofia non consegna un orientamento già dato, ma mostra come ogni orientamento, ogni categoria, ogni valore, ogni presunta identità, siano stati costruiti in un tempo e in un luogo precisi, e per questo possano essere capiti, ma anche criticati, smontati e ricostruiti diversamente.
Potrà in futuro questa disciplina svolgere questa funzione o questo insegnamento diventerà la stampella di una vuota enfasi nazionalista senza mai arrivare all’autocritica verso le perversioni “uccidentali”?
Una cosa buona potevamo vantare come figli dell’illuminismo: la capacità di costruire gli strumenti concettuali dell’autocritica, fosse anche quella dell’universalismo che nel suo lato negativo si è fatto esaltazione ed esportazione del modello occidentale al di là dell’Europa.
Ora, se come ben dice Todorov, ci lasciamo dominare dalla paura dei barbari rischiamo di darci noi per primi alla barbarie. Rafforzare il senso identitario chiudendo alla storia delle culture altre e abdicare alla genealogia del pensiero filosofico significa continuare a impantanarsi in una modernità senza senso di sé stessa.
Per dare dignità all’insegnamento della filosofia, serve molto di più di un paio di modifiche su un testo pieno di contraddizioni concepito con finalità diverse rispetto al senso della pubblica istruzione. Vediamo come sarà il testo definitivo, ma dalle dichiarazioni che si leggono sui giornali non mi sembra che la solfa cambierà molto.
Il testo finale probabilmente recupererà solo ciò che ha pesato di più nell’immagine pubblica (il buon Manzoni, la preziosa Divina Commedia) lasciando inalterato tutto il resto per cui tanto si è tuonato.
Tra l’altro sulla struttura didattica suggerita per filosofia pare non ci siano variazioni. Si va avanti con la follia di pensare che noi si possa davvero fare bene da Talete a Nietzsche in due anni. Anzi sono così fiduciosi, al ministero, che hanno aggiunto un argomento.
Nell’intervista al Giornale il ministro Valditara sostiene che il pensiero filosofico dovrà essere rintracciato “dietro gli articoli e i principi fondamentali” della Costituzione, per cui sarà da affrontare e approfondire il tema delle radici filosofiche delle principali norme contenute nella prima e nella seconda parte della Costituzione. Tutto questo senza che si parli di un’ora in più per farlo, ovviamente.
Non c’è ancora una conferma esplicita del reinserimento di Marx come autore obbligatorio e di Spinoza, ugualmente, non si sa nulla di preciso. Stay tuned! Magari d’estate vi scordate dello sdegno e delle letterine che avete firmato.
Del resto è un pattern già visto altrove nelle riforme italiane. L’estate è un meraviglioso dissolvente delle proteste primaverili. Del resto… fa caldo. E godiamocelo, anche perché il ministro dichiara che la geografia non può essere “ossessionata dal clima” deve occuparsi anche di città laghi fiumi insomma di cartine, però soprattutto quelle politiche con le “suddivisioni di regioni e Stati”. Professori di geografia, che sia estate o inverno, basta con questa ossessione del clima, eh!
Ciliegina sulla torta di questa nuova versione delle Indicazioni nazionali pare che sarà la novità dell’upgrade della bussola. Più che a una bussola, ci affideremo pertanto a un GPS perché fiduciosi come mai prima nella nuova religione della tecnica e degli algoritmi. Dobbiamo imparare a usarla, la tecnica delle AI, mica cogliere il lato oscuro dello strumento.
Insomma, pare che si stia delineando una scuola che insegnerà a fidarsi della bussola identitaria senza porre due domande sulla sua genesi storica e in cui si addestra a usare, da semplici fruitori, il GPS algoritmico come se si trattasse di un pilota automatico neutrale.
E così, mentre si insegnerà l’identità occidentale preparandosi all’uso dell’intelligenza artificiale, si disabiliterà lo strumento dell’intelligenza naturale per eccellenza, la filosofia.
Facile dire che non bisogna ossessionarsi col clima quando tira una brutta aria.
* da Facebook
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