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In memoria di Franco Serantini

16 luglio 1951. Cagliari. Nasce Franco Serantini. Nessuno, quel giorno, può immaginare che la sua vita durerà appena ventun anni. Per Franco, quel giorno arriva il 5 maggio 1972, a Pisa.

Mancano due giorni alle elezioni. Sono le prime anticipate della Repubblica. Le piazze non sono piazze, sono bracieri accesi. Basta uno sputo, e tutto viene su a fiammate. Il giorno prima a Firenze era esplosa la rivolta per fermare Almirante, con la celere di Padova che ha battuto in ritirata.

A Pisa i fascisti hanno messo in piedi il loro comiziaccio finale. Lotta Continua organizza un presidio antifascista. Ci sono tutti i gruppi, da Potere Operaio agli anarchici. Sul palco sale Giuseppe Niccolai, un fascistone pisano. Ringhia. I toni si alzano. Non c’è spazio per i ragionamenti. La polizia, come da prassi, carica. Pesta. Arresta.

Franco Serantini, viene raggiunto dai celerini del 2° e 3° plotone della Terza compagnia del I° raggruppamento celere di Roma. Un testimone, Moreno Papini: “Erano circa le 20. Io mi trovavo alla finestra di un appartamento […] in Lungarno Gambacorti […] Ho sentito le sirene delle camionette […] si son fermate sotto casa mia dalla parte delle spallette dell’Arno […] sotto la mia finestra, una quindicina di celerini gli sono saltati addosso e hanno cominciato a picchiarlo con una furia incredibile.

Avevano fatto un cerchio sopra di lui […] si capiva che dovevano colpirlo sia con le mani che con i piedi, sia con i calci del fucile. Ad un tratto alcuni celerini […] sono intervenuti sul gruppo di quelli che picchiavano, dicendo frasi di questo tipo: «Basta, lo ammazzate!» […] poi uno che sembrava un graduato è entrato nel mezzo e con un altro celerino lo hanno tirato su […] lo hanno poi trascinato verso le camionette…“.

Franco viene portato in carcere, al Don Bosco. Il medico dice che non ha nulla di grave. Lui mormora con un filo di voce la propria fede anarchica. Viene risbattuto in cella. Inizia l’agonia. Coma. Silenzio.

Alle 9:45 del 7 maggio, Franco muore. Il giorno dopo, l’autopsia. Il suo avvocato, Giovanni Sorbi, esce sconvolto: «È stato un trauma. Il corpo era un’unica ferita. Torace, spalle, capo, braccia: tutto imbevuto di sangue. Non c’era neppure un centimetro di pelle intatto. Ho passato la notte con gli incubi.»

Il certificato medico, laconico e vago, parla di “emorragia cerebrale causata da frattura dell’osso parietale e dell’orbita sinistra”. Le autorità carcerarie, nel tentativo di insabbiare tutto, cercano di ottenere in fretta l’autorizzazione alla sepoltura. Ma qualcuno si oppone. Qualcuno non dimentica.

Franco era un orfano. Anche la madre adottiva lo aveva lasciato. Veniva dalla Sardegna, e come un cucciolo abbandonato era passato da un brefotrofio all’altro, senza radici, senza protezioni. Finisce nel riformatorio “Pietro Thouar” di Pisa, in semilibertà, nonostante fosse incensurato. Una volta maggiorenne, scopre il gusto della libertà. Abbraccia l’anarchia. L’unica idea che forse gli abbia mai parlato davvero.

Neanche a dirlo: nessuno ha pagato per questo assassinio. «Non doversi procedere in ordine di omicidio preterintenzionale in persona di Serantini Franco, per esserne ignoti gli autori», scrive freddamente il giudice Nicastro.

Serantini non muore solo per le botte della polizia. Muore perché il medico che lo visita all’ingresso del carcere non ne ordina il ricovero. Muore perché un magistrato continua ad interrogarlo nonostante le sue condizioni disperate. Muore perché i secondini non intervengono, malgrado i continui richiami del compagno di cella. Una banda di assassini.

9 maggio 1972. Il funerale di Franco. Migliaia di persone lo accompagnano. Si tengono stretti, spalla a spalla. Perché quando lo Stato decide di schiacciarti, l’unico modo per restare in piedi è diventare muro.

Sopra il feretro non c’è il tricolore delle istituzioni che lo hanno lasciato morire in una cella, nel buio, senza un medico, senza una carezza. No. C’è il rosso e il nero. La bandiera dell’anarchia. E poi ci sono loro. I ragazzini del riformatorio. Stanno lì, muti. Nei loro occhi non c’è la politica, non ci sono le elezioni: c’è solo il vuoto vorace di chi ha perso l’unica cosa che somigliava a una speranza.

* da Facebook

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2 Commenti


  • Flavia

    Non è mai cambiato nulla, ancora di più se sei senza famiglia (almeno borghese). D’obbligo leggere (e rileggere) il bel libro di Stajano (vita è morte dell’anarchico Serantini – 1975 -)


  • Maria Rossini

    Ero una militante di Servire il Popolo … Quando arrivò la notizia che Franco Serantini era morto per i pestaggi della polizia ,ci furono manifestazioni a in tante città italiane …Mio marito ed io, da Faenza, andammo a Bologna…
    Questi compagni restano nel ricordo in maniera PERENNE!
    Ti abbiamo voluto bene, Franco …ed ancora te ne vogliamo!

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