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L’integrazione militare tra Ue e Ucraina è un fatto compiuto. Perché serve una rottura

Da “donatori” di soldi e armamenti a partner vincolati e vincolanti. La Ue sta utilizzando e si sta facendo utilizzare dall’Ucraina – il “porcospino d’acciaio voluto dalla Von der Leyen – per accelerare i passaggi verso un complesso militare-industriale integrato e la guerra in Europa come exit strategy dalla propria crisi.

Un interessante servizio de Il Sole 24 Ore segnala come negli ultimi due anni, l’Unione europea ha dovuto trasformare la propria architettura regolatoria in uno strumento di politica industriale bellica. Il Regolamento (UE) 2024/792 del 29 febbraio 2024, istitutivo dello Ukraine Facility, ha blindato 50 miliardi di euro fino al 2027 – suddivisi tra 33 miliardi in prestiti sovrani e 17 miliardi in sovvenzioni a fondo perduto – per garantire la tenuta macro-fiscale di Kiev.

Al vertice del G7 in Italia nel giugno 2024, sotto la presidenza italiana, è stato varato il meccanismo definito ERA (Extraordinary Revenue Acceleration) da 50 miliardi di dollari, al quale l’Unione europea contribuisce con una quota fino a 35 miliardi approvata con il regolamento sul Meccanismo di Cooperazione sui Prestiti dell’ottobre 2024.

Per pagare gli interessi su questo debito non vengono gravati i cittadini europei ma di utilizzano e si accaparrano le rendite generate dai circa 210 miliardi di euro di asset russi sequestrati presso il depositario centrale Euroclear in Belgio, con un flusso costante che va dai 2,5 ai 3 miliardi di euro all’anno per l’approvvigionamento militare e la ricostruzione dell’Ucraina.

Due anni fa Germania e Francia hanno stanziato nel primo caso oltre 7 miliardi di euro annui in aiuti militari bilaterali, consolidando la fornitura di sistemi di difesa aerea IRIS-T SLM e obici semoventi Panzerhaubitze 2000, mentre la Francia ha formalizzato impegni per 3 miliardi di euro in consegne di caccia Mirage 2000-5, missili SCALP-EG e semoventi ruotati CAESAR.

Ma anche l’Italia – nonostante i finti strepiti della Lega – ha siglato il 24 febbraio 2024 a Kiev l’Accordo di cooperazione sulla sicurezza, vincolando il supporto nazionale alla fornitura di sistemi missilistici terra-aria avanzati SAMP/T in coordinamento con Parigi, tecnologie radar e sensori elettro-ottici, e aprendo la strada a intese industriali con l’Ucraina guidate da grandi industrie belliche italiane come Leonardo e Fincantieri per il ripristino di capacità navali, sicurezza cibernetica e componentistica protetta.

Gli ultimi due anni hanno visto una accelerazione impressionante nella produzione di armamenti da parte del complesso militare-industriale europeo.

Se prima del 2022, la capacità europea di produzione di proiettili d’artiglieria standard NATO da 155 mm non superava le 300.000 unità all’anno, adesso si è arrivati a 2 milioni.

Come? La Ue ci ha messo i soldi e le industrie belliche ci si sono buttate sopra a capofitto. Si capisce allora il perché gli europei si mettano sempre di traverso di fronte alle proposte che possono portare ad una cessazione del conflitto in Ucraina. Se finisce la guerra finisce la pacchia.

Stiamo infatti parlando degli 1,4 miliardi di euro del fondo ASAP (Act in Support of Ammunition Production) per il solo munizionamento.

Le industrie belliche europee come Rheinmetall, KNDS, BAE Systems, Saab e Leonardo hanno infatti avviato un piano di espansione che ha portato la capacità nominale europea a superare i 2 milioni di colpi l’anno, con l’obiettivo di raggiungere l’autosufficienza strategica entro il 2027.

Ma la prosecuzione della guerra, ha portato anche alla maggiore integrazione industriale-militare tra la Ue e l’Ucraina. Per ovviare ai danni inflitti dai missili russi ai rifornimenti europei per Kiev sui confini, i costruttori europei hanno realizzato joint venture operative in stabilimenti sotterranei e bunkerizzati in territorio ucraino.

Secondo Il Sole 24 Ore la Rheinmetall Ukrainian Defence Industry LLC, gli hub tecnici di KNDS e le officine avanzate di BAE Systems hanno internalizzato la riparazione e l’assemblaggio su licenza di veicoli da combattimento della fanteria Lynx, scafi CV90 e piattaforme corazzate Leopard, riducendo i tempi di fermo tecnico delle unità combattenti da mesi a pochi giorni e trasformando l’Ucraina in un polo avanzato della manifattura militare europea.

Sono interessanti alcuni dettagli riportati da Il Sole 24 Ore. “Sul fronte del combattimento tattico, la guerra di posizione lungo gli oltre mille chilometri di contatto ha accelerato un’evoluzione tecnologica senza precedenti. La saturazione dell’etere da parte dei complessi russi di guerra elettronica, come i sistemi Zhitel, Borisoglebsk-2 e i dispositivi di disturbo omnidirezionale Volnorez, ha neutralizzato l’efficacia dei droni commerciali operanti sulle frequenze standard a radiofrequenza (868-915 MHz e 2,4-5,8 GHz).

La risposta tecnologica europea e ucraina ha generato due vettori convergenti: l’impiego su larga scala di droni First Person View (FPV) guidati via micro-cavo in fibra ottica – capaci di trasmettere segnali video 4K non compressi e comandi di volo su bobine fino a 15-20 chilometri con zero emissioni elettromagnetiche e totale immunità al disturbo elettronico – e l’integrazione di microprocessori edge-AI a basso costo per l’aggancio visivo autonomo della sagoma del bersaglio nella fase terminale d’attacco. Di fronte a queste minacce prive di segnale RF, la difesa aerea a corto raggio è stata ridefinita attraverso sistemi automatici a raffica con munizionamento programmabile airburst da 30 mm e 35 mm, come il sistema Skynex di Rheinmetall, capaci di creare muri di frammenti di tungsteno che distruggono lo sciame attaccante preservando i costosi missili intercettori per le minacce balistiche e da crociera”.

Il risultato è che oggi ci troviamo di fronte a una realtà industriale europea integrata da una rete di accordi bilaterali giuridicamente vincolanti tra Londra, Berlino, Parigi, Roma e Kiev. Qualsiasi futuro tavolo negoziale o tentativo di congelamento del conflitto non potrà prescindere da questo nuovo dato di fatto: i confini orientali dell’Europa sono presidiati da una struttura di deterrenza convenzionale integrata, sostenuta da flussi di capitali, accordi vincolanti e da una capacità produttiva autonoma che non potrà essere smantellata da eventuali cambiamenti di maggioranze elettorali nei singoli paesi europei.

In sostanza per invertire la tendenza al riarmo e alla guerra in Europa, occorrerà inevitabilmente forzare le regole ed entrare in collisione con interessi materiali delle industrie belliche ormai consolidati. Il partito europeo dei guerrafondai e il complesso militare-industriale, in questi anni hanno blindato le loro ambizioni e i loro interessi mettendo i propri paesi di fronte al fatto compiuto. E’ bene saperlo fin da adesso.

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