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Una petizione contro la militarizzazione della formazione

E’ da tenere sott’occhio con la massima attenzione la conferenza stampa di lancio di una petizione per l’interruzione e il divieto di qualsiasi tipo di collaborazione tra scuola, università, ricerca e filiera militare pubblica e privata”, prevista per il prossimo martedì 1° settembre, presso piazza Capranica – Montecitorio, a Roma.

A promuovere questa meritoria iniziativa è la sigla “La conoscenza non marcia”, campagna di scopo contro la militarizzazione del mondo della formazione, che negli ultimi mesi ha riscosso non poco successo in scuole e università.

A promuoverla, infatti, ci sono storiche e storici attivisti e realtà sociali, sindacali e politiche, nonché una nutrita schiera di stimate e stimati accademici, professori e professoresse, giuristi, ma anche dottorandi e ricercatori e ricercatrici.

La presenza sostanziosa di tante figure del mondo accademico è un dato assolutamente non di poco conto. Evidentemente, fra la sua parte più avanzata e sensibile alle questioni del presente, si avverte un disagio crescente e mal sopportabile per la direzione che sta prendendo il comparto. Come si sarà notato, ciò può essere vettore di un ulteriore allargamento di questa importante mobilitazione. Oltre a rappresentare una presenza preziosa e prestigiosa, che qualifica il progetto in toto.

Dopo mesi di lavoro, in molti di loro si erano incontrati il 18 luglio per l’Assemblea Nazionale della Campagna (ospitata a Paestum dalle organizzazioni studentesche Cambiare Rotta e OSA, che ne fanno parte, presso il campeggio Sierra Maestra Camp).

Erano presenti realtà come l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, i comparti scuola e università dell’Usb, la sigla Sanitari per Gaza come quella di Antropolog per la Palestina, oltre che accademici di una decina di atenei italiani nell’incontro che ha lanciato questa proposta.

L’idea è questa: usare uno strumento di democrazia diretta, previsto dalla legge, costruito con un team di qualificati e stimati giuristi e rivolto a referenti istituzionali scelti dai promotori, per allargare la mobilitazione di massa contro la guerra, partendo dal settore formazione.

E’ proprio questo processo, la militarizzazione, a essere messo sotto accusa.

Le scelte folli e suicide della nostra classe dirigente, assoggettata ai guerrafondai di NATO-USA-UE-ISRAELE, sta portando il nostro paese verso la spirale della guerra: scuola e università, nei loro piani, devono diventare i vettori dell’ideologia militarista ad essa collegata.

Si aggiunga inoltre che l’università e la ricerca sono luoghi, oltre che di riproduzione ideologica del nemico di classe, anche di produzione materiale della tecnologia scientifica che serve ai padroni della guerra per i loro nuovi armamenti (si veda a tal proposito la vicenda del dual use, o dell’IA e della robotica applicati ai conflitti bellici) e il gioco è fatto. Con viva e vibrante soddisfazione delle aziende belliche, e dei loro famelici appetiti.

Ma la militarizzazione si può bloccare: la popolazione è insofferente alla crisi sociale montante, di cui guerra è concausa nonché emblema.

Il nemico di classe proverà a incanalare il malcontento crescente in proposte razziste di estrema destra e nella guerra fra poveri. Compito della parte sana di questa società e delle sue avanguardie, allora, è quello di strappare le persone, i coetanei, i colleghi, alla passività e a queste scorciatoie razziste: la guerra va dichiarata alla guerra!

Lo scorso autunno il movimento per la Palestina del “Blocchiamo tutto” ha destato le coscienze di milioni nel nostro paese, che poi hanno rincarato la dose contro il Governo Meloni con il No sociale al Referendum di marzo. Intanto, sui social e nel paese reale, fermentava il dissenso verso la reintroduzione della leva militare, proposta da Crosetto.

Insomma, il Governo Meloni è un gigante dai piedi d’argilla, a cui si può e si deve provare a levare la terra da sotto i piedi. Con la mobilitazione dal basso, democratica e di massa.

Ne va, d’altronde, del nostro futuro: proviamoci, con strumenti come quello proposto da “La conoscenza non marcia”, insieme.

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