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Se la Cia è l’ultima spes…

Nel mondo delle spie nulla è come appare. Anzi, quel che “deve” apparire è un risultato voluto, cercato con ostinazione e determinazione. Deve coprire altro, ma nessuno può dire con certezza cosa sia. E qui cascano sempre dal pero i “dietrologi” che, disponendo dei pochi e slegati indizi messi a disposizione o comunque trovati per caso, si inventano letteralmente un “film” su come potrebbero essere andate le cose, secondo le proprie preferenze politiche.

Per dire: se i “dietrologi di sinistra” hanno campato per anni (ed anche bene, economicamente parlando) inventandosi una lotta armata italiana che sarebbe stata al servizio della Cia, quelli di destra (senza virgolette) hanno fatto stesso avendo di mira il Kgb sovietico. I più cretini hanno messo insieme tutto, shakerato e portato il cervello al cortocircuito finale, nel mondo dove tutto è possibile e quindi non c’è niente di sicuro.

La Cia, dunque. Se il suo capo va a Mosca a bordo di un C-17 Globemaster III, dopo una sosta in Lettonia, e incontra il suo omologo alla testa dei servizi segreti russi, è ovvio che non esca nulla di certo. E che le “indiscrezioni” fatte attentamente filtrare alle fonti giornalistiche da anonimi funzionari – tutti occidentali, “protetti dall’anonimato”  – siano esattamente ciò che deve “apparire”. Con buona certezza che perciò sia in buona parte falso.

Ed è comunque soltanto una “narrativa”, come si può verificare dai media occidentali, che presentano la vista di John Ratcliffe alla stregua di un semi-ultimatum affinché la Russia smetta – contemporaneamente – di aiutare l’Iran condividendo armi e tecnologie della difesa, nonché per consigliare di “non reagire in modo eccessivo” se dovesse essere colpita dalle sanzioni. In pratica un “fatevi fatti vostri e non vi lamentate, se no è peggio”.

Una “coattata alla texana”, insomma, che dovrebbe evocare l’immagine di stivali appoggiati sul tavolo davanti a interlocutori intimiditi.

Poi la mente va all’analoga visita del suo predecessore, William Burns, alla fine del 2021, presentata allora come un “duro ultimatum” a Putin affinché non attaccasse l’Ucraina. Cosa avvenuta tre mesi dopo…

La credibilità di questa narrazione è dunque bassina, diciamo ma intanto ha oscurato la ben più lunga e benaccolta visita del “ministro degli esteri” vaticano, Gallagher, che proseguirà ancora per giorni.

Oltre all’ovvia perorazione della pace fermando tutte le guerre, l’emissario del Papa si sarebbe soffermato più a lungo sulla vicenda ucraina, che tutte le fonti ormai danno ai titoli di coda o pressappoco, ma le modalità di chiusura possono essere estremamente differenti.

L’inverno alle porte – paradossale scriverne con le temperature odierne – è considerato l’ultimo prima del crollo verticale del paese, già stremato da quattro anni e mezzo di guerra, fuga dei giovani, debiti non ripagabili neanche in un secolo, economia inesistente, esportazioni semi-bloccate, divisioni interne, inchieste per corruzione che al momento si fermano sulla porta di Zelenskij in attesa di capire chi dovrà sostituirlo.

Militarmente la situazione è stata sintetizzata dall’ex ministro della difesa, l’osannato “giovane” Fedorov: “stiamo lentamente perdendo la guerra”. Dovrebbe sapere bene di cosa parla, ma anche lui viene messo in discussione – dai media guerrafondai europei – perché vorrebbe nuove elezioni, anche mentre si combatte. Ovviamente per candidarsi.

Così – nel tentativo di prendere ancora tempo – Zelenskij prepara l’arruolamento delle donne e si affida direttamente ai nazisti acclarati dei battaglioni Azov affidando loro il comando di ciò che resta sotto suo controllo del Donetsk: il solito Andriy Biletsky e Denys Prokopenko, comandante del reparto che si era arreso a Mariupol, nell’acciaieria Azovstal (il quale, secondo gli accordi di scambio dei prigionieri, non avrebbe potuto tornare a combattere…).

Un quadro pieno di crepe, che ovviamente il capo della Cia conosce nei dettagli  meglio di tutti. E senza neanche accennare all’Iran, dove l’opzione militare è stata accantonata per manifesta incapacità statunitense di raggiungere gli obbiettivi, finendo sostituita dall’ultimo esercito che gli Usa possono schierare: il sistema finanziario.

Non proprio la retrovia che consente di recitare la parte del “coatto” sulle rive della Moscova. Quasi una conferma dello stallo in cui è infilata l’amministrazione Usa, tra guerre che non riesce né a vincere né a chiudere.

Ma vedremo presto, crediamo, qualcosa di più concreto…

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