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Gli islandesi non si fanno incantare dalle sirene europeiste. Vince il No al referendum

Il popolo islandese ha detto no ai negoziati per l’adesione all’Unione europea. Con il 52,8% contro 47,2%, gli elettori islandesi ha nuovamente respinto l’idea di riavviare il processo di adesione, sospeso già nel 2013.

Il referendum non era un voto diretto sull’adesione all’UE, ma, di fatto, gli islandesi non si sono fatti incantare dalle sirene “europeiste” negando alla Ue di poter aggiungere un altro tassello al proprio mosaico di controllo su tutta l’Europa.

Neanche l’aver agitato il fantasma delle minacce di Trump sulla regione artica ha invogliato gli islandesi ad aggregarsi alle Ue, anche se le concionerie di Trump, che in alcune occasioni ha anche confuso la Groenlandia con l’Islanda, hanno messo in evidenza la crescente importanza di una regione cruciale per gli equilibri geopolitici nell’Artico.

Per i sostenitori dell’adesione all’UE, la postura degli Stati Uniti doveva rafforzare l’argomento secondo cui il Paese sarebbe più al sicuro all’interno dell’Unione.

La campagna referendaria è stata invece dominata dalle divergenze che da anni plasmano il dibattito islandese sull’adesione all’UE: la sovranità, il modello economico del Paese e il controllo della pesca e dell’agricoltura rispetto alle ingerenze europee.

L’Islanda aveva già dimostrato la propria dignità durante la crisi bancaria del 2008. Il 7 ottobre 2008, mentre i mercati finanziari globali sprofondavano nel panico dopo il collasso della Lehman Brothers, il governo dell’Islanda decretava la nazionalizzazione delle principali banche del paese, i cui attivi, dopo un periodo di deregolamentazione e rapida espansione, avevano raggiunto una dimensione equivalente a 10 volte il totale dell’economia nazionale.

L’UE puntava molto sull’Islanda in quanto sta cercando di rilanciare l’annessione di altri stati europei come progetto strategico, accelerando il percorso di adesione per Ucraina e Moldova, tentando di includere la Georgia e mantenendo all’amo i Paesi dei Balcani occidentali tramite promesse di investimenti e partenariati.

L’inclusione dell’Islanda nel gruppo dei Paesi candidati avrebbe offerto una nuova immagine sulla strategia di allargamento, dimostrando che l’adesione è ancora attrattiva anche per i Paesi ricchi e non solo per quelli più arretrati.

Quello che voleva essere un nuovo fattore di successo si è trasformata in un danno di immagine per Bruxelles ma è anche una ulteriore conferma che ogni volta che sulla Ue e i suoi trattati vengano chiamati ad esprimersi democraticamente le popolazioni, queste ultime bocciano sonoramente l’apparato dell’Unione Europea che le classi dominanti hanno costruito e imposto all’Europa.

E’ bene ricordare che nel 2005 i francesi e olandesi respinsero nei referendum il Trattato costituzionale proposto, infliggendo un duro colpo al tentativo dell’UE di dotare il proprio progetto politico di una legge costituzionale di ispirazione chiaramente liberista. La Grecia disse No al memorandum della troika europea nel 2015. La Danimarca, l’Irlanda e la Svezia hanno visto più volte la popolazione dire NO ai trattati europei nei referendum. E poi c’è stata anche la Brexit nel 2016. In Italia non si è voluta nemmeno discutere la legge di iniziativa popolare di modifica costituzionale per consentire un referendum sui Trattati Europei.

Come nei casi precedenti, questo “no” a nuovi negoziati per la adesione  dell’Islanda alla Ue indica che a livello popolare “l’europeismo” delle classi dirigenti non trova affatto consensi e che marcia sempre più spesso per imposizione e negazione della verifica democratica attraverso i referendum. Se l’Europa è uno spazio politico importante, l’Unione Europea è una montagna di merda, è bene dirselo con estrema franchezza.

Rompere questa gabbia costruita dalle classi dominanti europee rimane un tema centrale dell’agenda politica, soprattutto adesso che la Ue mostra chiaramente la sua natura reazionaria e guerrafondaia.

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1 Commento


  • Andrea Vannini

    BRAVI GLI ISLANDESI. BRAVISSIMI SE USCISSERO ANCHE DALLA NATO. ROMPERE LE GABBIE.

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