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L’ansia di guerra, a cervelli spenti

Allora. Uno si siede al computer, scorre le notizie e si trova davanti ad un bivio logico, concettuale, strategico pressoché irrisolvibile.

Trump, presidente Usa che ha appena mandato il capo della Cia a Mosca, afferma che “Putin non attaccherà la Nato”.

Burnham, primo ministro britannico, passato da poche settimane dal tranquillo incarico di sindaco di Manchester a quello più stressante di gestore di un paese con nostalgie imperiali e un presente da servi impoveriti, dice che “la Russia attaccherà, è inevitabile“, “è solo questione di quando, non di se“.

Entrambi stanno in un’alleanza militare chiamata Nato, e in molti altri organismi sovranazionali di intelligence, parlano la stessa lingua (niente lost in translation, insomma) e condividono gli stessi “valori” che poi è uno solo: “il mercato è sovrano”, lo dice pure Tajani.

La distonia è troppo evidente per essere nascosta, ma i media mainstream ci provano lo stesso, magari alludendo al fatto che Trump non ci sta troppo con la testa – in effetti si occupa di scemenze come rinominare l’Ontario in “lago America” – oppure che è “putiniano” perché non apprezza la stessa democrazia che lo ha selezionato. Come se Burnham fosse stato eletto o Macron avesse una maggioranza parlamentare…

Se si guarda al panorama europeo la situazione è invece uniforme. Tutti i cosiddetti leader (della UE o dei singoli paesi) gridano che bisogna riarmarsi, e di corsa, perché la Russia attaccherà presto. “E’ solo questione di quando, non di se“.

In testa, come decibel, ci sono quattro nanerottoli ringhiosi confinanti appunto con la Russia (Lettonia, Estonia, Lituania e Finlandia, da poco entrata nella Nato ma già lobotomizzata quanto basta da farsi dirigere da un certo Stubb, vedi foto qui di fianco).

I quattro invocano la guerra ogni giorno, fanno transitare nel loro spazio aereo i droni ucraini che devono colpire la Russia “nel profondo” (qualcuno sospetta che in realtà ospitino direttamente i lanciatori) e pressano la Nato perché agisca al più presto perché loro – giurano – voglio “la pace” e naturalmente “la sicurezza”.

I paesi più grandi – Francia, Germania, la stessa Gran Bretagna, la Polonia – sono d’accordo sul risultato finale (la guerra contro Mosca) molto meno su tempi e modi. Parigi e Londra scalpitano per “manovre congiunte con l’esercito ucraino”, presumibilmente in territorio ucraino per “non sguarnire le difese di Kiev” impegnate a combattere sul serio, mentre Berlino e Varsavia preferiscono accelerare la preparazione. Pardon, il riarmo.

Dell’Italia è inutile parlare, perché non sanno quel che vogliono né quel che fanno. Ed è quasi una fortuna…

Tutti, però, condividono la “narrativa”: la Russia ci vuole invadere. Il paese più esteso del mondo, ma con appena 130 milioni di abitanti, ricchezze naturali dalle dimensioni ancora semi-sconosciute ma ciclopiche, saldamente collegato con la prima economia del mondo (la Cina, a parità di potere d’acquisto), vorrebbe insomma “allargarsi” inglobando un territorio frammentato e abitato da quasi 500 milioni di persone, in profonda crisi economica e “di senso”, pressoché privo di materie prime ed ormai anche di tecnologie di punta.

Realistico, no? Più probabile – a naso – il contrario…

Ma se si parla di guerra, si incrementano i dispositivi (e la spesa) militari, si provoca sistematicamente l’avversario armando con sistemi sempre più “offensivi” il suo attuale antagonista sul campo – l’Ucraina – in modo da massimizzarne il logoramento… prima o poi la guerra arriva.

Perché non puoi seriamente parlare di “guerra ibrida russa” per ogni drone non identificato che cade sui confini e far finta che i “tuoi” missili, gentilmente regalati all’Ucraina, con in più il supporto radar e satellitare per indirizzarli con efficacia,  siano invece un “semplice risultato commerciale” di cui non sei responsabile per l’utilizzo.

Se si parla di guerra, insomma, e la si fa pure facendo finta di no, la guerra vera prima o poi arriva… Per un “incidente” mal calcolato, un missile su un obbiettivo “troppo sensibile”, oppure per la decisione della controparte di non attendere che il futuro “aggressore europeo” si sia organizzato abbastanza da poterlo fare davvero.

Perché in tutta questa follia guerrafondaia c’è un solo piccolissimo problema: per “sdraiare” le velleità europee non serve “invaderne” i territori confinanti – processo costoso in uomini e mezzi, dai risultati incerti e con prospettive invalidanti sul medio-lungo periodo (la legittima “resistenza” degli invasi). Bastano un paio di “atomiche tattiche”, quelle meno potenti ma egualmente micidiali.

Lo sanno tutti, tanto che l’ineffabile Corsera affida al suo direttore tuttofare – Giuseppe Sarcina – il compito di stilare un lungo elenco, e relativa mappa, degli “obbiettivi sensibili” sul territorio europeo. Come se dovesse avvenire domattina…

Ovvio – per chi non ha portato il cervello in discarica – che neanche i più “falchi” tra i dirigenti russi vogliano far passare i rapporti con i guerrafondai europei dall’attuale “tensione” alla guerra totale, che in quel caso coinvolgerebbe probabilmente anche gli Stati Uniti (che di atomiche ne hanno altrettante).

In tre quarti d’ora sarebbe tutto finito. Superati tutti i problemi che affliggono l’umanità… per estinzione della stessa.

Lo sappiamo tutti, meno – sembra – qual piccolo branco di idioti che popola le stanze delle “cancellerie”, da Bruxelles a Londra e dintorni.

La domanda è perciò: quanto è grave la crisi che li attanaglia se non riescono ad immaginare altro che la guerra come “soluzione”?

Ogni giorno che restano al loro posto rende il pericolo maggiore…

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