Il dibattito su “Come cambia il mondo nell’era della IA” ospitato alla festa “Figli della stessa rabbia” a Roma, ha visto intervenire economisti, studiosi, sindacalisti e un sacerdote che si sono confrontati su come l’intelligenza artificiale non sia solo una innovazione tecnologica ma questione di potere, lavoro, guerra, libertà e futuro dell’umanità.
Nel dibattito sono intervenuti Dario Guarascio, docente della Sapienza e autore del libro “Imperialismo digitale”, Vladimiro Giacchè che ha illustrato la diversa visione della Cina sull’uso dell’intelligenza artificiale, l’economista Luciano Vasapollo che ha approfondito il nesso tra IA e sviluppo delle forze produttive nella visione marxiana, Claudio Argentini sindacalista USB della Ricerca, e padre Alfonso Bruno, sacerdote francescano e docente dell’università pontificia che ha illustrato l’analisi critica della IA contenuta nella prima Enciclica “Magnifica Humanitas” del nuovo pontefice .
L’intelligenza artificiale ha ormai smesso di essere una faccenda per ingegneri. È entrata nelle fabbriche, negli ospedali, nelle scuole, nelle amministrazioni pubbliche, negli eserciti, nella comunicazione e perfino nella maniera in cui viene costruito il consenso politico.
Ed è proprio questa consapevolezza ad aver reso visibili le convergenze negli interventi nati da culture molto diverse durante il confronto svoltosi al Parco del Circolo ARCI Concetto Marchesi, a Tiburtino III. La domanda che attraversava quasi tutte le relazioni non era se l’IA sia buona o cattiva, ma chi la controlli, a chi appartengano i dati, chi incassi i guadagni dell’aumento di produttività e soprattutto quale spazio rimanga alla persona dentro una nuova architettura economica nella quale il sapere stesso diventa capitale.
Dario Guarascio ha insistito sul concetto di imperialismo digitale. Le grandi imprese tecnologiche non producono soltanto merci: possiedono infrastrutture, reti, piattaforme e una capacità di accumulare informazioni che conferisce loro un potere fino a pochi decenni fa prerogativa quasi esclusiva degli Stati. Elon Musk diventa allora qualcosa di più di un imprenditore; Jeff Bezos non è soltanto il proprietario di Amazon quando possiede anche il Washington Post.
Il problema emerge soprattutto quando i grandi gruppi tecnologici diventano contemporaneamente fornitori degli Stati, interlocutori della difesa, protagonisti della comunicazione pubblica e proprietari delle infrastrutture sulle quali una parte della società ormai vive. Internet, nato con la promessa di disseminare il potere e democratizzare la conoscenza, rischia così la propria nemesi: trasformarsi nello strumento attraverso il quale si realizza una concentrazione economica e informativa senza precedenti.
Ed è qui che il vecchio complesso militare-industriale incontra la Silicon Valley. La guerra stessa tende a privatizzarsi, mentre capacità di calcolo, satelliti, piattaforme, intelligenza geospaziale e sistemi automatici entrano nella catena del comando. Lo Stato dovrebbe controllare le grandi corporation, ma spesso ne è anche cliente e dipende da competenze che esso stesso non possiede più. È un intreccio nel quale le porte girevoli tra impresa e istituzioni rendono sempre meno nitido il confine fra interesse pubblico e potere privato.
Luciano Vasapollo ha ricondotto l’intero problema alla storia delle forze produttive. Ogni grande rivoluzione tecnologica ha promesso di amplificare le capacità dell’uomo e di liberarlo dalla fatica. Eppure il progresso tecnico non coincide automaticamente con il progresso sociale. Se una macchina consente di compiere in un’ora il lavoro che prima ne richiedeva dieci, la questione politica non è soltanto quanto quella macchina sia efficiente: bisogna chiedersi che cosa accada alle nove ore liberate. Diventeranno tempo di vita per il lavoratore? Si ridurrà l’orario? Cresceranno i salari? Oppure aumenterà soltanto la produttività mentre qualcuno verrà espulso dal processo produttivo?
Da qui il richiamo al general intellect marxiano: la scienza e il sapere incorporati nelle macchine non appartengono in realtà a un singolo individuo. Sono il prodotto storico dell’intelligenza sociale, delle università, della ricerca, del lavoro accumulato di generazioni. L’IA rende questa contraddizione ancora più evidente, perché gli strumenti sono posseduti da pochi mentre la materia sulla quale vengono addestrati — dati, linguaggi, conoscenze, comportamenti — è prodotta dall’intera società. Non scomparirà necessariamente il lavoro, ma cambierà il rapporto tra lavoro vivo e lavoro incorporato nelle macchine; e proprio lì si giocherà una parte decisiva del conflitto sociale dei prossimi decenni.
Vladimiro Giacché ha mostrato come la Cina stia affrontando questa stessa trasformazione attraverso una struttura molto differente da quella statunitense. DeepSeek, Baidu, TikTok, i semiconduttori, gli investimenti nel settore digitale e l’inserimento dell’intelligenza artificiale nella programmazione economica indicano un modello nel quale lo Stato continua a stabilire obiettivi strategici. Il mercato esiste, le imprese private esistono, il capitale esiste, ma la direzione politica dello sviluppo conserva un peso assai più forte.
Interessante anche la differenza culturale evocata da Giacché: nel mondo cinese la distinzione tra intelligenza e saggezza impedisce almeno concettualmente di identificare la capacità di calcolo con la pienezza dell’umano. E mentre l’Occidente guarda spesso alla macchina intelligente attraverso le proprie distopie, la società cinese manifesta generalmente un atteggiamento più fiducioso verso la tecnologia.
Il contributo di Claudio Argentini ha riportato la discussione sul terreno sindacale. Non è affatto scontato che siano i mestieri manuali a pagare per primi l’impatto dell’IA. La generazione automatica di testi, immagini, codici e analisi entra direttamente nelle professioni intellettuali e amministrative, nei cosiddetti colletti bianchi, e può colpire soprattutto i giovani che devono ancora entrare nel mercato del lavoro. Di conseguenza, la questione non è resistere alla tecnologia come i luddisti di due secoli fa, ma contrattarne l’introduzione. La riduzione dell’orario, la tutela contro il demansionamento, la formazione, la trasparenza dei sistemi automatici e la possibilità dei lavoratori di intervenire sull’utilizzo degli algoritmi diventano materia sindacale a tutti gli effetti.
E la domanda più elementare rimane forse la più efficace: se l’intelligenza artificiale produce davvero questa straordinaria crescita di efficienza, migliorerà almeno la vita quotidiana? Diminuiranno i tempi d’attesa negli ospedali? Un infermiere potrà occuparsi maggiormente del malato invece che della burocrazia? Un lavoratore avrà più tempo per la propria famiglia? Aumenteranno i salari? Perché se il risultato dell’innovazione fosse soltanto la sostituzione di personale e l’incremento dei margini, avremmo realizzato un magnifico progresso delle macchine e un modesto progresso dell’umanità.
Padre Alfonso Bruno ha dimostrato come la presenza di un sacerdote non significhi che si sposta sul terreno della politica per assumere il linguaggio di una parte. Il suo punto di partenza è esattamente opposto: è un uomo di fede che considera impossibile annunciare il Vangelo ignorando ciò che sta accadendo all’uomo.
Lo aveva chiarito fin dalle prime battute del suo intervento, con una frase volutamente spiazzante: «un frate francescano che viene a parlare di intelligenza artificiale a un pubblico che, per storia e sensibilità, guarda a sinistra: detta così, sembra l’inizio di una barzelletta». Ma subito aveva precisato il significato della sua presenza: proporre «un cantiere comune».«Io non vi domando di condividere la mia fede; vi domando di condividere il cantiere».
È precisamente questo il senso dell’alleanza proposta nel titolo della relazione: La torre e le mura. Scienza, intelligenza artificiale e potere nella Magnifica humanitas di Leone XIV. Per un’alleanza tra credenti e non credenti a custodia dell’umano. La Chiesa, nel ragionamento di padre Bruno, non entra nel dibattito sull’IA per rivendicare competenze tecniche che non possiede. Entra perché quando il valore della persona, il lavoro, la guerra, la verità, la giustizia e la libertà sono messi in discussione, essa non può tacere.
Su un punto il confronto tra sensibilità diverse è diventato convergente: l’uso dell’intelligenza artificiale nella guerra. L’automazione militare, i sistemi di identificazione dei bersagli, il dual use della ricerca universitaria e la possibilità di delegare progressivamente alla macchina decisioni nelle quali è in gioco la vita umana rendono insufficiente ogni entusiasmo tecnologico.
Fonte: Mediafighter
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