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Due soli nemici: l’imperialismo e gli imperialisti

La pedagogia della disumanizzazione

La Germania mette il proprio territorio, le proprie infrastrutture e le proprie risorse a disposizione della macchina militare ucraina. Poi, davanti a un presunto attacco russo — ancora privo di prove definitive mostrate all’opinione pubblica — si presenta come una vittima innocente e chiude il consolato russo di Bonn e la Casa Russa di Berlino.

Se quei droni fossero davvero russi e avessero realmente avuto come obiettivo aerei ucraini utilizzati nella logistica della guerra, resterebbe una domanda che nessuno sembra voler porre: che cosa ci facevano quegli aerei in Germania? È possibile partecipare materialmente a una guerra, armare una delle parti, offrirle territorio e infrastrutture e continuare a definirsi estranei al conflitto?

È il vecchio gioco dell’imperialismo: provocare, armare, avanzare e infine presentarsi come vittima. Ogni incidente diventa il pretesto per un’altra escalation, ogni dubbio viene trasformato in certezza e ogni richiesta di prudenza viene bollata come complicità con il nemico.

Dentro questa narrazione i ruoli sono già stati assegnati. La Russia deve essere il nemico assoluto; l’Ucraina l’eroe senza contraddizioni; la NATO lo spettatore innocente che interviene soltanto per difendere la libertà. La storia precedente scompare, gli interessi economici e militari vengono cancellati, le responsabilità occidentali diventano indicibili.

Non serve più dimostrare: basta ripetere. Il nemico viene prima designato, poi raccontato e infine fatto entrare nell’immaginario collettivo come una presenza inevitabile. Non ci stanno informando per permetterci di comprendere: ci stanno educando ad accettare ciò che è già stato deciso.

L’Europa non cerca più una via d’uscita dalla guerra. Si sta abituando alla guerra.

Ed è proprio questa assuefazione il pericolo più grande.

Da oltre quattro anni ci ripetono che dobbiamo prepararci, sacrificarci, spendere di più per le armi e considerare inevitabile uno scontro sempre più vasto. La guerra viene presentata non come il fallimento della politica, ma come il nostro destino. E quando un popolo viene educato ogni giorno all’idea del nemico, della forza e della distruzione, la guerra smette di essere soltanto ciò che accade al fronte: diventa una pedagogia sociale.

Una pedagogia rovesciata, che non educa alla solidarietà ma alla paura; non alla cooperazione ma alla competizione; non alla cura ma all’abbandono. Ci insegna che per distruggere esistono sempre risorse, mentre per salvare una vita bisogna dimostrare di meritarselo.

Per le armi i miliardi si trovano immediatamente. Per una famiglia con una bambina gravemente disabile, invece, arrivano i debiti, la solitudine e la disperazione.

A Pietralata, storico quartiere popolare della periferia est di Roma, sono morti un padre, una madre, una bambina di cinque anni e persino il loro cane. Le responsabilità precise saranno accertate dalle indagini, ma restano i debiti accumulati per le cure e una frase che dovrebbe scuotere un intero Paese: «Da soli non ce la facciamo».

Quella frase non è soltanto un messaggio d’addio. È un atto d’accusa.

«Da soli non ce la facciamo» dovrebbe essere scritto all’ingresso di ogni ministero, di ogni Parlamento, di ogni vertice nel quale si firmano stanziamenti militari mentre si tagliano i servizi sociali. Perché una società esiste precisamente affinché nessuno sia costretto a farcela da solo. Quando abbandona questa funzione, non è più una comunità: diventa un mercato abitato da individui isolati, messi gli uni contro gli altri e lasciati soli davanti alla malattia, alla povertà e alla paura.

Poi ci stupiamo della violenza.

Pochi giorni dopo la tragedia di Pietralata, Lorena Isceri è stata sequestrata dall’ex compagno, rinchiusa nel bagagliaio di un’automobile e, secondo la ricostruzione degli inquirenti, gettata da un viadotto dell’A1 a Barberino del Mugello. Un femminicidio nella sua forma più feroce: l’atto estremo di un uomo che non riconosce alla donna il diritto di sottrarsi al suo possesso.

È necessario chiamarlo femminicidio, perché nominare la matrice specifica della violenza permette di renderla visibile. Ma dare un nome non può significare smettere di interrogare il mondo che ha prodotto quella violenza.

Cataloghiamo ogni tragedia: femminicidio, omicidio familiare, delitto commesso da un immigrato, suicidio, disagio psichico, devianza. Le distinzioni sono necessarie, ma una categoria utile a comprendere può trasformarsi in una gabbia quando viene impiegata per separare un fenomeno da tutto ciò che lo circonda.

Da una parte si rinchiude la violenza contro le donne dentro la sola etichetta del femminicidio; dall’altra si utilizza l’origine straniera dell’autore di un delitto per trasformare un crimine individuale in una colpa etnica. In entrambi i casi il meccanismo è lo stesso: si seleziona un elemento, lo si isola e lo si presenta come spiegazione totale. L’etichetta sostituisce l’analisi.

Da un punto di vista pedagogico, etichettare non significa soltanto dare un nome. Significa costruire confini cognitivi e morali: stabilire anticipatamente che cosa dobbiamo guardare e che cosa possiamo ignorare. Il fenomeno viene estratto dal proprio contesto, rinchiuso in una categoria impermeabile e consegnato all’opinione pubblica già interpretato. Non vediamo più la persona, la sua storia e la rete di rapporti sociali nella quale la tragedia è maturata. Vediamo soltanto il nome scritto sull’etichetta.

Così il femminicidio viene separato dalla cultura del possesso, ma anche dalla precarietà affettiva e sociale; il delitto commesso da uno straniero viene separato dall’emarginazione e trasformato in propaganda contro un intero popolo; il suicidio viene ridotto a fragilità personale; la disperazione economica diventa incapacità individuale. Ogni tragedia viene chiusa nel proprio compartimento e nessuno guarda più la struttura che contiene tutti quei compartimenti.

È precisamente questa frammentazione della realtà a fare il gioco del potere. Se ogni sofferenza possiede una causa isolata, allora non esiste più un sistema responsabile. Esistono soltanto uomini violenti, stranieri pericolosi, persone fragili, famiglie incapaci, individui devianti. Il capitalismo scompare dalla scena e rimangono soltanto le sue vittime, chiamate una per una a rispondere del proprio fallimento.

Le categorie dovrebbero essere strumenti per attraversare la realtà, non muri innalzati per dividerla. Se diventano muri, impediscono di riconoscere il terreno comune sul quale molte tragedie crescono: precarietà, isolamento, perdita dei legami, frustrazione, paura del futuro e progressiva svalutazione della vita umana.

Non tutto deriva dalla povertà e la povertà non trasforma automaticamente una persona in un assassino. Sarebbe un’offesa proprio alle classi popolari affermarlo. Ma è altrettanto falso fingere che l’essere umano viva fuori dalla società e che la violenza nasca esclusivamente da una misteriosa malvagità individuale.

L’individuo non si forma nel vuoto.

Una lettura psicopedagogica marxista parte da qui: l’essere umano è il prodotto vivente dei rapporti sociali nei quali cresce, lavora, ama e soffre. Se questi rapporti sono fondati sullo sfruttamento, sull’impotenza e sull’umiliazione, le conseguenze penetrano nella coscienza, modificano le relazioni e distruggono la capacità di immaginare un futuro.

La società capitalista prima spezza i legami e poi colpevolizza chi cade. Prima impone la solitudine e poi diagnostica la disperazione come un difetto individuale. Prima toglie alle persone gli strumenti per vivere e poi le rimprovera perché non hanno saputo resistere.

È questa la sua ferocia più profonda: trasformare una responsabilità collettiva in una vergogna privata.

La stessa cultura che considera normale bombardare un popolo perché definito nemico finisce per considerare sacrificabili anche i fragili, i malati, i poveri e gli anziani di casa propria. È un’unica gerarchia del valore umano: alcune vite meritano protezione, altre possono essere consumate. Alcuni morti diventano bandiere, altri appena una notizia di cronaca.

L’imperialismo, dunque, non uccide soltanto sotto le bombe. Uccide anche qui: nei frigoriferi vuoti, nelle cure negate, nelle liste d’attesa interminabili, nelle bollette impossibili, nella paura di perdere la casa e nella vergogna di chi non riesce più a sopravvivere.

Ci chiedono di temere la Russia mentre dovremmo temere una società che sta disimparando a essere umana.

Il vero nemico non è un popolo al di là del confine. È un sistema che prepara la guerra mondiale mentre lascia morire il proprio popolo in silenzio; che difende con le armi un presunto modello di civiltà dopo averlo svuotato di ogni civiltà.

Armi fuori. Morti dentro.

L’imperialismo non ci protegge: ci addestra alla paura, ci divide attraverso le etichette e ci abitua a considerare sacrificabile la vita degli altri, fino al giorno in cui sacrificabile diventa anche la nostra. Per questo non va corretto, contenuto o reso più umano. Va smascherato e combattuto, prima che trasformi il mondo intero in un campo di battaglia e ogni essere umano in materiale da sacrificare.

«I nostri due problemi principali sono l’imperialismo e l’imperialismo. Poi possono venire gli altri.» Ernesto Che Guevara (intervista a Lisa Howard, L’Avana, 13 febbraio 1964).

* Cuba Mambí – Gruppo d’Azione Internazionalista

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1 Commento


  • Pasquale Aiello

    La speranza è riposta nella convinzione di Lenin quando dice che l’imperialismo è la vigilia delle rivoluzione proletaria.

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