«Gli spiriti che ho evocato, non riesco più a liberarmene». C’è molto dell’apprendista stregone di Goethe, in questi padroni dell’AI americana che lanciano l’allarme sulla loro creatura. Monito tutt’altro che infondato, beninteso. Ma non occorre evocare l’estinzione del genere umano.
Per ammettere che l’AI sta già aumentando i rischi di attacchi informatici, manipolazioni delle masse, scontri militari incontrollati. Dario Amodei, capo di Anthropic, ha chiesto di rallentare la corsa. Sam Altman gli ha dato ragione. Elon Musk pure.
Osservandoci dai loro bunker dorati, può darsi che siano sinceramente preoccupati per noi. Tuttavia, quando gli allarmi vengono dalle segrete stanze del capitale, applicare la regola del sospetto non significa cadere in becero complottismo. Seguire il denaro, come sempre, aiuta a capire qualcosa di più.
Uno dei problemi è che le borse americane veleggiano da troppo tempo su valutazioni fuori scala. Gli indici di Shiller collocano il mercato Usa oltre il picco del 1929 e molto vicino ai massimi dalla «bolla speculativa» di internet scoppiata a inizio secolo.
Sia pure con dati ancora limitati, la Bce ha stimato una «bolla» analoga nel settore specifico dell’intelligenza artificiale. Del resto, perché mai l’AI dovrebbe rappresentare un’oasi di sobrietà finanziaria dentro una delle maggiori sopravvalutazioni azionarie della storia?
«Bolla», nel gergo, significa che c’era troppo ottimismo sui profitti attesi dal boom tecnologico e che dunque i prezzi azionari sono ingiustificati, dovranno cadere. Sembra esattamente la radiografia dello stato di salute delle big tech americane.
Uno dei limiti di profittabilità dell’AI statunitense viene dalla concorrenza. L’anno scorso, l’avvento della cinese DeepSeek mostrò che l’AI poteva essere sviluppata in modi più efficienti, di tipo più cooperativo che privatistico, con fabbisogni di calcolo inferiori a quelli dei modelli americani. Alla notizia, Nvidia perse in una sola seduta 600 miliardi di capitalizzazione.
Altri guai vengono dagli avvocati. Anthropic ha accettato di pagare un miliardo e mezzo per chiudere la causa sui libri piratati. OpenAI e Microsoft affrontano la causa del New York Times e di numerosi scrittori. È l’inizio di una serie di controversie legali che potrebbe limitare enormemente l’utilizzo gratuito dei materiali che oggi addestrano l’intelligenza artificiale.
Insomma, la massa di rischi contabili si ingrossa, mentre l’AI americana continua a divorare capitale. Chip, centrali, reti elettriche, data center. Affinché le magnifiche aspettative incorporate nelle quotazioni si trasformino in magnifici profitti, non è possibile fermare i magnifici investimenti.
Ecco perché, da qualche tempo, l’apprendista stregone inizia a interessarsi allo Stato. E alla sua ala protettrice.
OpenAI lo ha scritto senza giri di parole al Dipartimento dell’Energia americano. Servono «approcci innovativi per abbattere i rischi degli investimenti privati». Tra le proposte, si citano tariffe elettriche favorevoli, incentivi fiscali, infrastrutture, procedure autorizzative accelerate. E magari scudi legali. Il governo federale, scrive OpenAI, deve «agire e investire con urgenza».
Non basta. Da tempo i big dell’intelligenza artificiale chiedono una regolamentazione speciale dei modelli situati sulla frontiera tecnologica: standard, registrazione, obblighi di comunicazione, verifiche e meccanismi che assicurino il rispetto dei requisiti di sicurezza.
Misure ragionevoli per evitare le annunciate catastrofi, certo. Ma che creano pure una golosa eterogenesi: più costoso diventa autorizzare un modello AI di frontiera, più difficile diventa sfidare chi è già dentro il mercato. Così, la sacra bandiera della sicurezza si trasforma in una profana barriera all’entrata di nuovi concorrenti. Specialmente cinesi.
In sostanza, i padroni dell’AI americana chiedono protezione all’America. Più i pericoli dell’AI vengono evocati, più i loro interessi sono salvaguardati. Trump, col bilancio pubblico in affanno, per adesso nicchia e cerca scuse. Ma sa bene che in qualche modo dovrà aiutare la formazione del grande monopolio.
Altman ha recentemente ammonito che «la concentrazione del potere è sempre stata una minaccia nella storia umana». E ha evocato con orrore «una singola azienda o persona o modello che abbia più potere di tutti gli altri insieme sulla Terra». Parlava di lui e dei suoi sodali?
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