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Le scintille e la prateria in fiamme

La pace sociale nel continente si è rotta.

Si è rotta lungo le tante linee di faglia che si sono stratificate negli anni, e che ora sono sull’orlo di produrre un terremoto politico che mette in discussione l’agenda delle oligarchie che lo governano, così come la moderazione e il “politicismo” delle formazioni “di sinistra” che non hanno mai avuto l’orizzonte della rottura.

Queste scosse sismiche mettono in crisi anche la moderazione concertativa di un certo sindacalismo consociativo che ha una precisa filiera europea e ha accompagnato le politiche della UE nel suo complesso, come hanno fatto – e continuano a fare – CGIL, CISL e UIL qui in Italia.

Gli argini di questo fiume in piena sono ora saltati in Irlanda del Nord, Spagna, Francia e Germania – e potrebbero presto saltare in altri Stati – per ragioni diverse, ma che parlano tutte delle storture sistemiche prodotte dal modo di produzione capitalista e testimoniano del fallimento della governance politica di una classe dirigente che spinge la torsione autoritaria, ha promosso l’austerità, dato impulso alla militarizzazione, inasprito il razzismo istituzionale; spianando tra l’altro la strada all’estrema destra in tutto il continente, salvo poi agitarne lo spauracchio per meri fini elettorali, per tutelare la propria rendita politica. Con risultati, tra l’altro, piuttosto scarsi.

Se “in potenza” erano presenti da tempo tutti gli elementi per lo sviluppo di inediti conflitti politici di massa e di una radicale polarizzazione politica rispetto alla crisi sistemica – o per usare termini più alla moda “policrisi” o “permacrisi” – che attraversa l’attuale fase del capitalismo occidentale, ora stanno nella realtà delle cose come fatti sotto gli occhi di tutti.

Ed anche l’estrema destra che sembrava avere monopolizzato la narrazione politica continentale – grazie anche all’ausilio dei media mainstream – ora deve confrontarsi con lo sviluppo di movimenti di massa che chiedono un’alternativa alla crisi della civiltà capitalistica che produce uno status quo invivibile. Certo, informa spesso ancora non apertamente consapevoli…

Sbaglieremo se ci fermassimo solo ai singoli elementi “vertenziali” attraverso cui si sta esprimendo un malessere di massa a livello europeo o agli elementi particolari della singola specificità nazionale, perché bisogna coglierne il senso generale e la direzione di marcia, grattando un po’ sotto la foro forma fenomenica in cui i movimenti si manifestano.

Ci preme mettere in evidenza, in contesti diversi, la funzione delle soggettività organizzate nello sviluppo dei movimenti di massa e la loro capacità dialettica di interazione con un blocco sociale che contribuiscono a mettere in movimento.

Un vecchio dirigente comunista italiano diceva che “Le Rivoluzioni non cadono dal cielo”, e questo lo possiamo misurare in queste settimane anche nello sviluppo di questi movimenti di massa, che hanno come spina dorsale soggettività organizzate che, al di là del loro peso organizzativo in termini numerici, sono quelle che hanno dato fuoco alle polveri, talvolta dopo una lunga e travagliata gestazione.

Chi fa politica sa che la maggior parte del tempo l’attività militante è fatta del “grigio lavoro quotidiano” di cui solo raramente si riesce a vedere, nel breve periodo, l’esito positivo ed è consapevole che i processi di sedimentazione organizzativa sono lenti e ben poco lineari.

É il lavoro della talpa… 

Non è peregrino pensare che l’immaginario del “blocchiamo tutto!” dell’autunno scorso abbia svolto una suo ruolo in questa esplosione continentale, per così dire policentrica, che è andata al di là della ragione specifica per il quale si è sviluppato quel movimento, ma che ne valorizzasse l’orizzonte collettivo dell’azione politica di massa e rottura del processo di passivizzazione, contestuale all’incrinatura del senso di rassegnazione.

In questo senso il Blocchiamo tutto! in Italia, e le soggettività che l’hanno promosso e diretto, sono state le premesse necessarie a ciò che sta avvenendo a livello continentale e per certi versi hanno fatto scuola.

Il nostro paese deve quindi essere considerato a suo modo un epicentro, e le soggettività che l’hanno animato un “anello forte”, sia pure in un contesto in cui non si vedevano possibilità di avanzamento – dopo le precedenti manifestazioni sulla Palestina in vari Stati, prima dell’autunno – e con l’estrema destra che rischiava di andare all’incasso.

Facciamo un quadro, parziale e sintetico, forse un po’ tagliato con l’accetta.

Gli irlandesi, con una marea umana, continuano a bloccare la strada ad una marcia orangista che coniuga antichi sentimenti settari e sciovinisti con un profilo smaccatamente suprematista che ha soffiato sul fuoco della violenza xenofobia e del razzismo nel corso della scorsa estate.

In Spagna l’indignazione per uno sfratto violento di una 87enne da parte di un fondo avvoltoio ha fatto esplodere un movimento radicale e di massa, che ha costretto un governo a fare quello che in 8 anni non aveva mai fatto, salvo poi non riuscire a far passare i tanto auspicati decreti in favore del diritto all’abitare a causa dell’opposizione della destra e degli autonomisti catalani di Junts; e quindi potrebbe essere costretto alle elezioni anticipate che diventerebbero una sorta di referendum sul “diritto all’abitare”.

In Francia, sulla spinta delle lotte degli studenti dei quartieri popolari, nonché delle parti più combattive del sindacalismo e di un’organizzazione politica di coerente sinistra radicale – come La France Insoumise – si presenta un movimento politico-sociale che rischia di far impallidire ciò che è già successo durante l’anno di passione dei gilets jaunes e poi con il movimento contro la riforma delle pensioni, ossia con i presupposti di ciò che sta avvenendo oggi.

Con un piccolo sforzo mnemonico potremmo retrocedere alle mobilitazioni contro la Loi Travaille, durante la presidenza del “socialista” Hollande nel 2016 ma con già Macron ministro dell’economia. Tutto questo a meno di un anno dalle elezioni presidenziali in cui la Le Pen sembrava potere vincere a mani basse.

In Germania una generazione si rifiuta di diventare parte dell’ingranaggio bellico scioperando e manifestando da dicembre scorso contro la leva obbligatoria, reintrodotta “per sorteggio”, e che ora vede i primi ragazzi ad essere avviati alla visita medica propedeutica all’arruolamento forzato.

Nello Stato che si sta armando di più e con maggiore velocità – scommettendo sul suo rinnovato profilo militare, con i due tradizionali partiti di governo in crisi terminale ed un’estrema destra (a parte il significativo caso di Berlino) che macina un successo elettorale dopo l’altro – ha una valenza detonante, non solo per le dinamiche politiche tedesche.

Gli esiti di tutto ciò che si sta sviluppando sembrano più che mai incerti, e finora la repressione feroce si è rivelata più un boomerang che uno strumento efficace; anzi, contribuisce all’ulteriore delegittimazione della classe dominante e dei suoi apparati.

Un continente  il cui “fronte interno”  è tutt’altro che pacificato, la popolazione si oppone all’arruolamento ed alla spesa militare, nonché alla trasformazione delle proprie storiche manifatture in apparato militar-industriale a discapito di tutto il resto, specie con l’attuale carovita provocato dalla speculazione sui prezzi dell’energia grazie alle guerre, dall’Ucraina al Medio Oriente.

Anche in Italia, le premesse per ingaggiare una battaglia a tutto campo, lanciando il cuore oltre l’ostacolo e dimostrando con i fatti che si possano sviluppare movimenti politici di massa, ci stanno tutte.

Anche perché più segnali inducono a pensare che il blocchiamo tutto! ha sedimentato in larghi strati della popolazione l’idea che “si può fare”. Una percezione rafforzata dall’esito del referendum sullo scorso anno e dalle oceaniche manifestazioni politiche dello scorso 25 aprile.

Il campo largo ed i sindacati concertativi, un anno fa come oggi, non sono strumenti utilizzabili a questo fine, ma  “tappi” per il conflitto di classe nel nostro paese. Chi vorrebbe tirar loro la volata contribuisce a frenare i movimenti anziché innescarli.

Anche perché, per inciso, di fronte alla legge truffa che verrà votata a colpi di fiducia e che mira ad ipotecare il futuro democratico del nostro Paese, l’opposizione parlamentare non ha fatto assolutamente nulla.

Anzi sembra ben disposta a cogestire – a livello nazionale e locale – la blindatura del “bipolarismo obbligato”, impedendo l’emergere di una qualche variabile politica indipendente, opposta ai desiderata delle classi dominanti e alle relative consorterie politiche.

Un primo essenziale momento costituente può essere il percorso verso lo sciopero internazionale ed internazionalista dei porti del 30 ottobre prossimo, cui si sono recentemente affiancati gli stati di agitazione – a livello nazionale – dei metalmeccanici e della logistica di USB ed il confronto nel settore dei trasporti.

Momenti cui si stanno virtuosamente sommando, per così dire in maniera complementare, l’inizio della campagna contro il carovita con le prime azioni dimostrative e la ripresa del movimento per il diritto all’abitare, oltre alle mobilitazioni nelle scuole e nelle università che si vanno opponendo alle mostruosità volute da Valditara e dal così detto “DDL antisemitismo”.

Può essere la scintilla che incendia di nuovo la prateria.

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