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La sfida dei “dockers” contro l’economia di guerra, dai porti del Mediterraneo a Mumbai

I puntini rossi su una mappa del mondo esposta alle spalle della presidenza, indicano i porti dove il prossimo 30 ottobre i sindacati dei portuali daranno vita ad una giornata di agitazione coordinata a livello internazionale.

La conferenza stampa convocata a Roma giovedi è servita a illustrare le motivazioni di uno sciopero che ha tutte le caratteristiche per diventare un fatto storico e politico di prima grandezza, per il movimento sindacale e non solo per questo.

I sindacati promotori però avvisano che quella mappa esposta alle loro spalle è già stata superata e si sono aggiunti altri puntini rossi, dunque altri porti, a quelli che si fermeranno lo stesso giorno, da Oakland a Mumbai passando per il Mediterraneo.

Ad aprire la conferenza stampa è stata Cinzia Della Porta, dirigente dell’Usb ma soprattutto membro della Segreteria Internazionale della Federazione Sindacale Mondiale, una organizzazione che conta su circa 105 milioni di lavoratori iscritti e che ha salutato lo sciopero internazionale dei portuali del 30 ottobre come “una risposta reale a quello che sta avvenendo, a partire dalla guerra e dall’economia di guerra”. Il fatto che ci sia uno sciopero coordinato a livello internazionale “ha una forza dirompente”.

E’ toccato poi a Francesco Staccioli dell’Usb – che in apertura ha ricordato gli ennesimi morti sul lavoro nei porti come a Cagliari, ad Atene e in Bulgaria – segnalare che lo sciopero si è esteso ai porti statunitensi di San Francisco e Oakland e a quelli svedesi. Staccioli ha anche ringraziato i 17 sindacati e organizzazioni sociali palestinesi per la loro dichiarazione di appoggio allo sciopero.

Staccioli ricorda poi che in Italia lo sciopero dei portuali del 30 ottobre è diventato uno sciopero generale di tutte le categorie, contro le conseguenze dell’economia di guerra, per l’aumento dei salari e contro il carovita. Facendo riferimento alla dichiarazione comune sottoscritta dai sindacati a Instanbul, c’è anche una certa fiducia sul fatto che “Il lavoro può fermare la guerra e il genocidio”.

A febbraio i sindacati che avevano promosso un primo sciopero, limitato ai principali porti del Mediteraneo – erano solo sei (dall’Enedep greca alla Cgt, dall’Usb all’Odt marocchina e il Lab basco) adesso ne contiamo undici e nulla esclude che nei prossimi giorni altri se ne aggiungeranno.

E i lavoratori portuali quando scioperano pesano. Agiscono infatti nello snodo strategico per il capitalismo moderno che è la circolazione delle merci.

“Lo sciopero colpirà il 40% del traffico dei container del Mediterraneo, circa 40mila container per un valore di 2mld di dollari di merci”.

Il rappresentante dell’Enedep del Pireo (Grecia) comunica che il 30 ottobre oltre ai portuali si fermeranno anche i metallurgici e i marittimi, mentre il sindacato si è attivato per coinvolgere anche le organizzazioni degli insegnanti e studentesche nella giornata di mobilitazione. Denuncia come sulla guerra c’è anche chi si arricchisce e non si tratta solo delle industrie di armamenti. Ci sono ad esempio gli armatori che hanno aumentato i prezzi dei noli delle navi e che li hanno portati a 1,5 milioni di dollari al giorno per le navi gasiere e a 1 milione per le petroliere. “L’economia di guerra non riguarda solo gli armamenti ma anche i trasporti, l’energia e le infrastrutture”.

Importante anche l’intervento del rappresentante del sindacato Odt del Marocco che sta organizzando lo sciopero nello strategico porto di Tangeri. Il portuale marocchino ci tiene a sottolineare la solidarietà con la causa e il popolo palestinese, ed è una dichiarazione importante soprattutto tenendo conto che il Marocco è uno dei pochissimi arabi che ha firmato gli accordi di Abramo con Israele.

Il rappresentante del Limanis della Turchia è perentorio nell’affermare che “ci rifiutiamo di trasportare armi verso le zone di guerra dove uccidono civili e bambini”, così come riafferma la denuncia del criminale blocco Usa contro Cuba. Il sindacalista turco ricorda anche i lavoratori marittimi che sono morti nella guerra nello Stretto di Hormuz.

E alla questione dei lavoratori marittimi dedicano particolare attenzione i rappresentanti dei due sindacati indiani (Wtf e Seamen Union)– uno dei portuali, l’altro dei marittimi. Infatti sono molti i marittimi a bordo delle navi portacontainer o petrolieri che sono stati uccisi nella guerra scatenata dagli USA contro l’Iran o nel Mar Nero e molti di questi sono indiani. Lavoratori che spesso operano in condizioni estreme. Se ne contano già 15 uccisi nelle ultime guerre, per due di loro – denuncia un sindacalista – non si è ancora riusciti a riportare le salme alle loro famiglie.

Significativo anche l’intervento di Mimmo Macrì, delegato sindacale del porto di Gioia Tauro, uno scalo dove la conflittualità sindacale è stata fino ad oggi difficilissima. Denuncia come sia facile spedire le merci ma difficile controllare cosa ci sia dentro e sottolinea questa difficoltà a controllare che cosa si carica e si scarica nei porti. Secondo Macrì con l’automazione dei porti queste possibilità di controllo diventeranno ancora più difficili, soprattutto per le armi, anche perché le istituzioni che dovrebbero controllare latitano, nonostante le leggi esistenti come la 185/90.

Qualcuno potrebbe dire che nella conferenza stampa di presentazione dello sciopero internazionale dei portuali del 30 ottobre si sono respirate “buone vibrazioni”, ovvero la sensazione che un pezzo di classe operaia con potere contrattuale abbia trovato la strada per coordinarsi a livello internazionale e scendere in campo su una piattaforma “ a tutto campo”, molto più che una vertenza sindacale.

Del resto l’accelerazione imposta dalla guerra e dall’economia di guerra sta stendendo il suo cupo velo anche sulle condizioni di vita quotidiana di milioni di persone. Ed è significativo che a prendere in mano l’iniziativa siano ancora una volta i lavoratori, i portuali e non solo, dato che in Italia il 30 ottobre sarà anche sciopero generale.

Il 30 ottobre sarà una giornata decisamente particolare. Varrà la pena di esserci, fino in fondo.

 

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1 Commento


  • Condottiero

    Quella degli scioperi coordinati a livello internazionale è, secondo me, la strada maestra da seguire, e andrebbe estesa a tutti i settori dell’economia. Se le decisioni che si vuol contrastare vengono prese da un potere organizzato su base transnazionale, non c’è alternativa a costruire un contropotere anche esso transnazionale, capace ad esempio di bloccare l’intero continente anziché un singolo Paese. Avanti in questa direzione!

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