Kenneth S. Stern, 73 anni, è un giurista statunitense, direttore del Bard Center for the Study of Hate e principale figura del gruppo che, nel 2004, ha redatto la “famigerata” definizione operativa di antisemitismo poi adottata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA).
Già in passato aveva messo in guardia dall’uso lesivo della libertà di espressione che se ne poteva fare, e pochi giorno fa ha rilanciato il monito, questa volta in relazione diretta con la politica italiana e con la discussione sul ddl 1004 (noto come “ddl Antisemitismo”), già approvato al Senato e attualmente all’esame della Camera.
Intervistato da Federica D’Alessio per la testata Kritica, Stern ha espresso una posizione che non lascia spazio a interpretazioni: recepire la definizione IHRA all’interno della legislazione statale rischia di trasformare ciò che è stato pensato per essere un indicatore statistico in un’arma di censura che “alimenterà un nuovo maccartismo“.
All’inizio degli anni Duemila, quando il gruppo guidato da Stern si è messo a lavorare sulla definizione poi fatta propria dall’IHRA, aveva un obiettivo specifico: fornire a chi raccoglie dati criteri condivisi per misurare l’andamento del fenomeno dell’antisemitismo. “Non è mai stato inteso per stabilire se, quando qualcuno dice qualcosa su Israele, tale affermazione sia antisemita o debba essere soppressa“, ha spiegato il giurista.
Già dal 2010, il testo ha iniziato a subire una mutazione funzionale nelle università statunitensi, venendo invocato per impedire di parlare a docenti e relatori di iniziative riguardanti la questione palestinese. Quelle casistiche individuate da Stern e i suoi colleghi erano delle possibilità, da verificare, e non formula operative da cristallizzare giuridicamente.
Stern, che si definisce sionista e che difficilmente può essere tacciato di “propaganda pro-Pal”, ha in sostanza sottolineato che con la definizione dell’IHRA si finisce per produrre un effetto paralizzante sulla libertà di parola, e non in termini astratti: si possono già osservare casi evidenti a livello internazionale.
In Germania, dove la definizione IHRA è stata formalmente adottata dalle istituzioni, è capitato che venisse contestata perfino a cittadini e manifestanti ebrei scesi in piazza contro le operazioni militari a Gaza. Nel Regno Unito, la definizione è stata impiegata per limitare le manifestazioni e punire chi definisce Israele un regime di apartheid.
In Australia, si è addirittura ventilata l’ipotesi di ritirare l’abilitazione a medici e infermieri che hanno espresso posizioni critiche sulla condotta bellica a Gaza. Negli Stati Uniti, sono i maggiori studiosi della Shoah e dei genocidi che hanno espresso il timore di non poter più citare nei corsi accademici intellettuali come Hannah Arendt senza incorrere in accuse disciplinari.
Nell’intervista a Stern, il giurista ricorda che negli States alcuni legislatori repubblicani erano d’accordo con l’adozione della definizione IHRA, purché venisse cancellata, tra gli esempi previsti, l’affermazione che “gli ebrei abbiano ucciso Gesù“. “Beh – ha detto Stern – questa è un’ammissione che il punto è proprio la libertà di espressione“.
Nel contesto italiano, la definizione dell’IHRA è già stata rifiutata dall’Ordine dei giornalisti, che le ha preferito la Jerusalem Declaration on Antisemitism, mentre storici e intellettuali ebrei come Anna Foa hanno messo in guardia da una legge che è concepita per rendere Israele l’unico paese al mondo non criticabile, imponendo una censura di fatto.
Che è poi la finalità di questo provvedimento, con la classe dirigente preoccupata della continuità delle mobilitazioni solidali con i palestinesi, e di come all’interno di esse cresca l’opposizione alla deriva guerrafondaia che alimenta anche la macchina omicida sionista. E il principale partito d’opposizione, il Partito Democratico, continua a mantenere l’ambiguità sul tema, non solo per evitare fratture interne, ma perché condivide l’obiettivo politico.
Basta osservare la totale assenza del “campo largo” alle manifestazioni del 10 ottobre. Il fermento sociale e politico che continua a muoversi intorno al movimento di solidarietà con la Palestina è un pericolo per chi vuole mantenere intatto quest’ordine iniquo e violento. Le parole del padre della definizione IHRA di certo non aiutano.
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