Il tracollo culturale della sinistra italiana riassunto in due articoli dello stesso giornale, che reca ancora la dizione “quotidiano comunista” solo per ragioni di continuità del finanziamento pubblico (se si togliesse sarebbe da registrare come una testata nuova, perdendo così i diritti consolidati).
Il tema è lo stesso: l’Ucraina e la guerra. I periodi sono differenti, ma dentro la stessa finestra storica (il dopo golpe di majdan, 2014, con la guerra unilaterale agli indipendentisti del Donbass, fino alla guerra attualmente in corso dal ’22). Diversissimi – praticamente opposti – gli autori degli articoli.
Il primo, che dà anche il titolo a questo confronto, è di Rossana Rossanda, storica fondatrice del giornale insieme a Luigi Pintor, Valentino Parlato e tanti altri del gruppo cacciato dal Pci. Il secondo dall’attuale cronista utilizzato per resocontare l’andamento della guerra. La differenza non potrebbe essere più spietata.
Da un lato la ricostruzione storica e politica obiettiva di come si è passati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica all’espansione ad est della Nato, e di come il sistema mediatico occidentale aveva già allora iniziato a consolidare una “narrazione unica” incentrata sulla falsa dicotomia “aggressore-aggredito” (la Russia, nel 2014 non aveva ancora fatto nulla militarmente, al massimo un po’ di supporto logistico alle milizie di autodifesa di Donetsk e di Lugansk), fino ad adombrare l’immagine poi adottata ufficialmente anche da Mattarella: “Manca poco che la Russia non sia definita un nuovo terzo Reich”, scriveva giustamente Rossanda.
Dall’altra, “grazie” a Sabato Angieri, la descrizione empatica e partecipata alla dura vita dei cecchini ucraini, politicamente non definiti ma – per la collocazione temporale ed il fronte di guerra, Pokrovsk, nodo strategico attorno a cui si è combattuto per due anni, conquistato infine dai russi nel febbraio di quest’anno – realisticamente membri dei battaglioni di élite inquadrati come “Azov”. Come si evince del resto dai tatuaggi. Nazisti puri, insomma.
Non ci scandalizza il fatto che un giornale possa ospitare – e pagare – articoli scritti da collaboratori che non condividono la visione del mondo di una particolare testata. Anche noi, nel nostro piccolo e chiarendo preliminarmente che non siamo in grado di pagare, ospitiamo spesso punta di vista diversi. Ma esiste un limite che dovrebbe essere esplicito: l’antifascismo.Oltre che uno secco NO alla guerra.
Articoli così li troviamo ogni giorno sui giornali italiani, dal Corriere a Repubblica, ai fogliacci di estrema destra, tutti pronti a giurare che si tratta solo di “lettori di Kant” che difendono il proprio paese dagli “orchi” russi, “criptocomunisti” da descrivere negli stessi termini anni ’50 (“mangiano i bambini”). Possibile che non si trovi in giro qualche collaboratore esterno meno “embedded”? Non si va in certe trincee senza aver garantito una certa “copertura”, utile ai fini della propaganda…
Il fatto di trovare certi articoli, ancora oggi, su il manifesto, descrive secondo noi meglio di qualsiasi analisi critica l’abisso in cui è precipitato un certo ceto giornalistico che ha confuso la “professionalità” con l’omologazione ideologica. Quella che permette di “lavorare” per qualsiasi testata, adattandosi alle richieste della proprietà. E in cui il più piccolo “spirito critico” è stato ormai espunto, se non per qualche “questione di stile”….
Non tutti gli articoli del giornale sono di questo livello, per fortuna; alcuni li ripostiamo volentieri perché scritti da compagni capaci di restituire la complessità di problemi e situazioni. Quel che sorprende – e indigna – è come si possa far coesistere sulle stesse pagine la critica del capitalismo reale o del genocidio israeliano e la celebrazione nuda e cruda delle avanguardie combattenti della Nato, ovvero della parte apertamente fascista del disgraziato popolo ucraino.
Come se l’attuale direzione del giornale non notasse neanche la differenza… Quella che ognuno di voi, ne siamo certi, vedrà esplodere leggendo.
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L’Europa non è certo nata in chiave antiamericana ma, date le dimensioni e il numero degli abitanti, almeno come grande mercato autonomo e con una moneta forse concorrenziale; e per alcuni anni questo è stata. Ma da qualche tempo ha sottolineato in modo sbalorditivo un ruolo che una volta si sarebbe detto “atlantico”. Non più sotto il vessillo anticomunista, il comunismo essendo scomparso da un pezzo, ma antirusso.
Qualche anno fa, Immanuel Wallerstein mi diceva che, spento ogni scontro ideologico, le nuove guerre sarebbero state commerciali. E quale altro senso dare al conflitto in corso a Kiev? Esso sembra avere per oggetto l’identità nazionale dell’Ucraina. Eccezion fatta per il manifesto, tutta la stampa e le tv disegnano il quadro di un’Ucraina povera ma democratica che si dibatterebbe nelle grinfie dell’orso russo; il quale le ha già strappato la penisola di Crimea e se la vorrebbe mangiare tutta.
Manca poco che la Russia non sia definita un nuovo terzo Reich. In occasione del settantesimo anniversario dello sbarco in Normandia, il presidente francese Hollande è stato accusato di aver invitato alle celebrazioni anche Putin – come se la battaglia di Stalingrado non avesse permesso agli Stati Uniti il medesimo sbarco, distraendo dal Nord Europa il grosso della Wehrmacht – nello stesso tempo invitando niente meno che dei reparti tedeschi a partecipare alla rievocazione del primo paracadutaggio alleato sul villaggio di Sainte-Mère-l’Eglise.
Da qualche giorno poi sappiamo che gli Stati Uniti, neppure il presidente Obama, ma il suo ex rivale Mc Cain – hanno ammonito la Bulgaria, la Serbia e gli altri paesi coinvolti in un progetto di gasdotto per trasportare il gas russo in Europa (con un tracciato che evitava l’Ucraina, perché cattiva pagatrice) a chiudere i cantieri in corso, preferendo un nuovo tragitto attraverso l’Ucraina a quello diretto per l’Europa occidentale.
Stupore e modeste proteste di Bruxelles, convinta che si tratti di una minaccia simbolica. Che tuttavia va inserita nel quadro di un cambiamento delle esportazioni Usa, ormai indirizzate al commercio del gas di scisto, per altro non ancora avviato.
L’Europa teme dalla Russia rappresaglie per avere applaudito all’abbattimento del presidente ucraino filorusso Yanukovic da parte delle forze (piazza Maidan) che sono ora al governo a Kiev. Ma la storia dei rapporti tra Russia e Ucraina è tutt’altro che lineare. Il principato di Kiev è stato la prima forma del futuro impero russo, annesso da Caterina II alla Russia verso la metà del XVIII secolo, stabilendo in Crimea la sua più forte base navale.
La sua cultura, il suo sviluppo e i suoi personaggi, da Gogol a Berdiaev, sono stati fra i protagonisti della letteratura russa del XIX secolo. L’intera letteratura russa resta segnata dalla guerra fra Russia, Inghilterra e Francia, che hanno cercato di mettervi le zampe sopra: si pensi soltanto a Tolstoi e alla topografia delle relative capitali ricche di viali e arterie che la commemorano (Sebastopoli).
Ma il paese, che all’origine era stato percorso, come l’Italia, da una moltitudine di etnie, dagli Sciti in poi, ha stentato a unificarsi come nazione, distinguendosi per lotte efferate e non solo ideali fra diversi nazionalismi, spesso di destra. Il culmine è stato nella prima e seconda guerra mondiale: nella prima sotto la presidenza di Petliura, nazionalista di destra, quando l’Ucraina è stata l’ultimo rifugio dei generali “bianchi” Denikin e Wrangel, con lo scontro fra lui e la repubblica sovietica di Karkov.
Solo con la vittoria definitiva dell’Urss si è consolidata la Repubblica sovietica nata a Karkov, destinata a diventare negli anni trenta il centro dell’industrializzazione. Industrializzazione sviluppatasi esclusivamente all’est (il bacino del Donbass, capoluogo Karkov), mentre l’ovest del paese restava per lo più agricolo (capoluogo Kiev, come di tutta la repubblica); e questo rimane alla base del contenzioso fra le due parti del paese.
Nella seconda guerra mondiale, poi, l’occupazione tedesca ha incontrato il favore di una parte del panorama politico ucraino, un’eredità evidentemente ancora viva nei recenti fatti di piazza Maidan: il partito esplicitamente nazista circola ancora e non è l’ultima delle ragioni per cui il paese resta diviso fra la zona orientale e quella occidentale.
Nel secondo dopoguerra, Kruscev dette all’Ucraina piena autonomia amministrativa, Crimea compresa, senza alcuna conseguenza politicamente rilevante perché restava un processo interno all’Unione Sovietica.
È soltanto dal 1991 e dal crollo dell’Urss che, anche su pressione polacca e lituana, il governo dell’Ucraina guarda all’Europa (e alla Nato) e incrementa lo scontro con la sua parte orientale. Sembra impossibile che in occidente non si sia considerato che l’Unione Sovietica non era solo una formula giuridica: scioglierla d’imperio e dall’alto, come è avvenuto nel 1991, significava creare una serie di situazioni critiche sia nelle culture che nei rapporti economici che attraversavano tutto quel vasto territorio.
Da allora, Kiev non ha nascosto di puntare a un’unificazione etnica e linguistica anche forzosa delle due aree, fino a interdire l’uso della lingua russa agli abitanti dell’est cui era abituale.
L’Europa e la Nato non hanno mancato di appoggiare le politiche di Kiev, e poi l’insurrezione contro il presidente Yanukovic assai corrotto, costretto a tagliare la corda in Russia. Ma la zona orientale non lo rimpiange certo: non tollera il governo di Kiev e la sua complicità con la Nato, ma non perché abbia nostalgia di questo personaggio. Si è rivoltata contro la politica passata e recente di Kiev che ha tentato perfino di impedire l’uso della lingua russa, usata dalla maggioranza della popolazione all’est.
L’Europa e la Nato, appoggiate da Polonia e Lituania, affermano che non si tratta di un vero e spontaneo sbocco nazionalista, ma di una ingerenza diretta della Russia, e così dicono stampa e televisione italiana. Non c’è dubbio che la Russia abbia voluto il ritorno della Crimea nel suo grembo, ma la proposta dell’est di andare a una federazione con l’ovest, garantendo l’autonomia di tutte e due le parti, è stata bocciata da Kiev e dal governo degli insorti.
La decisione di votare in un referendum all’est contro Kiev è stata presa non da Putin, messo in imbarazzo, ma dalla popolazione dell’est che ha votato in questo senso al 98%. Non si tratta di un processo regolare (non accetteremmo che l’Alto Adige votasse una delle prossime domeniche la sua appartenenza all’Austria, senza alcun precedente negoziato diplomatico), ma non è stato neppure una manovra russa come l’Europa tutta ha sostenuto.
È sorprendente che perfino il poco che resta delle sinistre europee abbia sposato questa tesi e che in Italia le riserve di Alexis Tsipras sulle politiche di Bruxelles non abbiano alcuna eco. C’è perfino chi evoca in modo irresponsabile azioni armate contro Mosca. La deriva dei conflitti, anche militari, e non solo in Ucraina, rischia di segnare sempre di più un’Europa che ha dimenticato storia, geografia e politica.
* Rossana Rossanda, da il manifesto, 29 giugno 2014
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Professione cecchino
«Non è come uno se lo immagina: non ti annoi, non ti addormenti, in realtà c’è molto da vedere; anche se sembra che il fronte sia attivo solo quando c’è un assalto non è così. Basta avere pazienza». Dima parla con una voce da baritono che nella piccola caserma vuota dà un risalto tombale a ogni sua parola. Ti fissa negli occhi e, sapendo che lavoro fa, quello sguardo insistente è fastidioso. Accanto a lui Vanka e un signore di mezza età del quale non capiamo il nome che se ne resta tutto il tempo al computer.
Sono cecchini dell’esercito ucraino inquadrati in una brigata di fanteria nei pressi di Pokrovsk. Stanno riposando dopo l’ultimo turno, che è stato molto pesante.
«Abbiamo operato dalla struttura di una miniera abbandonata da quando i russi si sono avvicinati a quest’area» racconta, «su una piccola collina. Immagina un palazzo ancora da finire, con il cemento a vista, senza finestre e vuoto». «Sembra il paradiso, eh?» interviene Vanka, che accanto a Dima sembra la spalla di un duo comico.
Dima è molto alto, con la testa ovale rasata a zero, la barbetta rada che parte dagli angoli inferiori della mandibola e si allunga sotto il mento e gli occhi blu. Vanka è basso, porta una frangetta spettinata e la barba ben rifinita, entrambe rosse. Ha un sorrisetto sarcastico perennemente stampato in faccia e gli occhi piccoli e tondi che ti spiano da sotto i capelli fulvi e sembrano sempre distratti.
Ma poi quando ti viene la curiosità di guardarlo ti accorgi che ti stava già guardando lui. È pieno di tatuaggi e sulle mani ha dei caratteri runici che nell’ultimo anno sono apparsi su molte t-shirt e patch dei militari. Dicono sia l’antico ucraino, assomiglia molto a una pseudo-scrittura nordica che richiama tristemente l’estetica dei gruppi neo-nazisti.
Sono entrambi seduti sulle brandine, dove ci hanno fatto accomodare non senza offrirci «Chai, coffee», ovvero tè o caffè, prima domanda che si riceve all’ingresso in ogni posto di soldati, anche nelle situazioni più pericolose.
«Comunque» riprende Dima, «da lì abbiamo fermato i russi per settimane, controllavamo qualsiasi cosa passasse, giorno e notte». Mentre parla apre le braccia che sono spaventosamente lunghe, sembrano prendere tutta la stanza. Afferra un monocolo, «è un visore notturno, americano, costa 4.000 dollari». «I primi tempi facevamo turni di 6 ore in due, uno al fucile e l’altro al puntatore, poi tornavamo in una casa sicura a riposare per 6 ore mentre c’era un’altra squadra, così la postazione era sempre attiva.
Poi, quando i russi hanno cominciato ad avanzare, abbiamo iniziato a fare turni di 9 ore e a dormire 3 ore dietro il fucile, tutte le squadre contemporaneamente». Ma non gli viene mal di testa, male agli occhi, non si stanca? Mostra dal cellulare una foto del suo occhio iniettato di sangue con un grosso grumo da un lato: «Questo dopo 12 ore di turno» dice senza quasi sbattere le palpebre.
Molti cacciatori parlano degli appostamenti con eccitazione perché costringono a fare cose che normalmente non faresti mai come ascoltare il tuo respiro, ridurre al minimo il dispendio di energie e a zero i movimenti per il rischio di essere scoperti o sbagliare il colpo.
È così anche per loro? «Non direi» risponde Dima, «a me interessa di più osservare, non mi stanco mai. Passo da un lato all’altro della boscaglia e quando torno dov’ero prima mi accorgo di cose che non avevo visto. E ogni volta c’è una cosa nuova…».
«Finché non vedi un soldato nemico», lo interrompiamo. «La cosa più importante è accertarsi che non siano dei nostri, fatto questo spariamo a qualsiasi cosa si muova». Quanto sono rimasti nella fabbrica? «Due mesi prima che ci trovassero» risponde Vanka, «ma quando hanno capito non è stato bello. L’aviazione russa ha iniziato a sorvolare la collina, io e Dima ci siamo spostati al piano terra mentre l’altra squadra si è messi all’ultimo piano, forse erano ubriachi non so, comunque li sentivamo urlare insulti. Quando hanno sganciato un Tochka-U pensavamo fossero tutti morti, invece non so dirvi come si sono salvati. Solo che ora niente più postazione».
Il Tochka è un missile balistico molto diffuso negli arsenali russi e ne erano presenti a centinaia nei depositi di Tikhoretsk (regione di Krasnodar) e Oktyabrskoye (Tver) colpiti ieri dalle forze armate ucraine. I video delle esplosioni sono simili a quello di Toropets, il deposito a nord della Bielorussia distrutto da Kiev mercoledì. Secondo lo Stato maggiore ucraino: «L’arsenale di Tikhoretsky è uno dei tre più grandi centri di stoccaggio di munizioni ed è uno dei principali nel sistema logistico delle forze russe».
Al momento dell’attacco, sempre secondo Kiev, «erano appena state consegnate almeno 2 mila tonnellate di munizioni, anche dalla Corea del Nord». Tre depositi in 3 giorni: un duro colpo per l’esercito russo, che non ha commentato. Ma per quanto di successo siano gli attacchi ucraini, Mosca continua a bombardare. Anche mentre parliamo con Dima e Vanka si sentono i boati in lontananza.
«Ma i vostri non rispondono?» chiediamo. «Non sempre, dobbiamo usare bene le munizioni, non ne abbiamo tante come loro» dice Dima. «Aspetta» lo interrompe l’altro, «guarda cosa ho portato». Da una sacca mimetica Vanka estrae strumenti militari. «Vengono dalla Norvegia» spiega «sono stato di recente ad addestrarmi lì».
E com’è andata? «Prima ero stato anche in Francia, ma i francesi non mi hanno insegnato niente, mi sembrava una situazione un po’ stupida a dire la verità. Invece in Norvegia mi sono sentito io uno stupido soldato ucraino che non sapeva niente. I popoli nordici sono avanti a noi in tutto, hanno un altro modo…».
Mentre l’apologia del Valhalla è ancora in corso ricevono una chiamata. Da sotto un tavolo Doma e Vanka prendono i pesanti fucili da cecchino e li preparano. Sarà, di nuovo, una lunga giornata.
Sabato Angieri – il manifesto – 22 set 2024
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