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Il “setaccio” delle Questure sulle manifestazioni di venerdi

Somiglia maledettamente al discorso del capo dell’ufficio politico della Questura interpretato da un grandissimo attore, Gianmaria Volontè, in un film cult degli anni Settanta e diventato leggendario.

Un migliaio di manifestanti identificati, qualche decina denunciati, sessanta perquisiti già dalla mattina. Questo è il consuntivo del “bollettino” delle varie Questure diffuso a seguito delle manifestazioni e di alcuni lievi incidenti avvenuti lo scorso venerdi in diverse città italiane in occasione dello sciopero generale.

Una volta li avrebbero chiamati rastrellamenti, pattuglioni, pesca a strascico. Adesso, con un anglismo che sembra sempre voler attutire la gravità delle cose, viene definito “kettling” o “coralling” (ovvero circondare, ammucchiare, identificare, denunciare i manifestanti).

A Roma 369 giovani sono stati identificati e sette denunciati. Due devono rispondere di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, altre due di travisamento in luogo pubblico e porto di oggetti atti a offendere. Le restanti riguardano blocco stradale, porto di oggetti atti a offendere e travisamento. Sotto esame anche il blocco della circolazione in viale Aventino, dove un gruppo di manifestanti si è seduto sulla carreggiata ma, paradossalmente, proprio a causa delle procedure di identificazione da parte della polizia che li aveva completamente circondati con la tecnica del “kettling”.

A Bologna sono state identificate circa 300 persone ed è stato eseguito un fermo preventivo in applicazione della recente normativa introdotta dall’ultimo decreto sicurezza.

A Torino sono 256 gli identificati e 11 i denunciati, con ipotesi di reato tra le quali resistenza e lesioni a pubblico ufficiale.

La mattina la Digos e la Polizia postale avevano eseguito 60 perquisizioni in 23 città tra le quali Bari, Bergamo, Bologna, Brescia, Cagliari, Firenze, Napoli, Perugia, Reggio Emilia, Roma, Siracusa, Torino, nei confronti di soggetti che, secondo la Polizia “nelle chat e nelle piattaforme social avevano incitato a compiere violenze nelle recenti manifestazioni di piazza”. Inutile sottolineare che le perquisizioni hanno trovato poco o nulla.

Del resto tutti i video o le foto scattate, restituiscono in gran parte dei casi l’immagine di giovani spesso a mani nude e a mani alzate che avanzano e poi fronteggiano gli agenti in piena tenuta antisommossa, buscandosi gragnuole di manganellate. Gli scontri che talvolta ne seguono vedono in larga parte l’utilizzo di materiali trovati in strada (bottiglie, roba di risulta etc.), in rari casi qualche petardo ma non attrezzi per fare uno scontro di piazza vero e proprio.  Una immagine ben diversa dagli anni passati in cui gli scontri prevedevano su entrambi i fronti le “dotazioni del caso”.

Eppure gli starnazzatori dell’ordine pubblico non sembrano – o non vogliono – cogliere le differenze. Vivono di fantasmi e alimentano fantasmi, parlando continuamente di “violenze” da cui  prendere le distanze e da stigmatizzare in modo bipartisan (come invocato dal ministro Piantedosi nell’intervista al Corriere della Sera), con un modo un pò furbetto – ma ormai poco credibile – per omettere le emergenze sociali per loro ingestibili.

“Gli agenti del caos sono sparsi nella società. Hanno sponde nei partiti, nei sindacati, nei movimenti. Cercano il punto dove una protesta può diventare blocco permanente. Ogni problema è combustibile. Il salario, la guerra, una decisione giudiziaria” scrive un giornale di destra che vive ormai come un ossessione tutto ciò che contesta le scelte del governo e vede ovunque – tranne che nelle proprie file – le minacce eversive.

Dunque, come dicevamo in apertura, sembra proprio che alla contestazione a tutto campo che da settimane mette sulla graticola le responsabilità delle intere classi dirigenti di questo paese – e senza sconti per nessuno – queste stesse classi dirigenti, i loro funzionari, i loro pennivendoli – non sappiano rispondere molto diversamente da come il funzionario della Questura interpretato da Gian Maria Volontè conclude il suo discorso: “Repressione è civiltà!!”

Ma è proprio questa ottusa pervicacia nel voler imporre al paese un modello di società-caserma – a puntello e deterrenza contro un disagio sociale non più sopportabile per molti – che dimostra la debolezza dell’esecutivo e le contraddizioni di un sistema in via di fallimento.

Come chicca per comprendere il presente e un futuro (da stravolgere), riproduciamo qui sotto un pezzo del film. Per i nostri lettori più stagionati sarà un tuffo nella memoria storica, per i più giovani è un documento e una visione del mondo che vale la pena conoscere. 

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