Crisi della globalizzazione non significa «solo» difficoltà per un modello economico e messa in discussione di un ordine geopolitico: mutamenti strutturali così profondi, pur ancora in fase di definizione, non possono che produrre anche una trasformazione a livello ideologico, poiché ogni ridefinizione degli equilibri materiali modifica anche le forme attraverso cui il potere organizza il consenso e prova a rendere pensabili nuove condizioni di governo della società.
Se poi l’orizzonte della crisi sembra aprirsi verso l’ipotesi più estrema, cioè quella della guerra, la cui forma contemporanea richiede un numero enorme di soldati come mostra la carneficina sul fronte ucraino, per le classi dirigenti riagganciare i subalterni diventa una questione centrale, tanto più che esse sanno perfettamente che una guerra potrebbe scuotere alle fondamenta le già deboli democrazie occidentali e potrebbe rimetterne in discussione i rapporti sociali e di produzione.
È proprio nel contesto della guerra che la resilienza assume un significato eminentemente politico: benché nei vari documenti europei dedicati alla scuola essa sia collegata alle crisi climatiche, ambientali o pandemiche, in realtà essa è costruita intorno alla centralità della guerra e alla sua possibilità.
Ciò si vede in modo molto chiaro nei documenti che affrontano la resilienza da un punto di vista militare nei quali viene progressivamente associata alla costruzione di una vera e propria «difesa totale», fondata sulla collaborazione strategica tra dimensione civile e dimensione militare. La difesa totale è una vera e propria dottrina militare che nasce nel secondo dopoguerra non casualmente in Israele, si allarga poi a molti paesi e trova una traduzione nelle dottrine NATO di cooperazione civile-militare, come la CIMIC.
La difesa totale concepisce un cittadino dual use, un cittadino-soldato che, nelin qualunque luogo occupi nella società civile, deve essere espressamente addestrato a sostenere lo choc bellico; è un dispositivo militare, ma anche ideologico perché punta a compattare l’intera società intorno alla difesa di un «nemico», anche questo incombente e che deve penetrare nelle menti dei cittadini come necessità, in linea con la guerra cognitiva aperta nei confronti dei cittadini europei.
Ed è nuovamente la scuola ad evidenziare come il paradigma della resilienza precipiti verso la guerra; infatti nei paesi in cui le direttive UE sulla scuola sono già operative è lampante come la resilienza si innesti senza soluzione di continuità nel processo di militarizzazione delle scuole.
Si pensi ad esempio a ciò che avviene in Lettonia dove è stata implementata l’educazione militare come materia obbligatoria nelle scuole secondarie (“National defence education”) prevedendone due/tre ore settimanali (lettura di mappe, uso della bussola, navigazione, camuffamento, conoscenza delle forze armate nazionali) oppure in Svezia dove dall’autunno del 2025 è obbligatorio per gli studenti delle superiori seguire un corso di “difesa totale” che verte su temi quali l’importanza della difesa nazionale, il diritto internazionale, il ruolo della NATO, la preparazione a crisi o guerra.
Inutile qui ricordare come la militarizzazione delle scuole stia avanzando prepotentemente anche nel nostro paese, un fenomeno monitorato e denunciato dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università che, con ottimo tempismo, ha ben messo a fuoco la presenza dei militari nelle scuole italiane e anzi dobbiamo aspettarci una implementazione del fenomeno finalizzata sia al reclutamento richiesto dalla forma della guerra contemporanea sia allo sviluppo della pedagogia della resilienza perché la militarizzazione delle scuole non mira necessariamente a trasformare gli studenti in soldati, ma a formarli come retroterra civile resiliente di una società organizzata intorno alla sicurezza nazionale.
Ed è proprio la «nazione» l’altro paradigma che, insieme alla militarizzazione, si intreccia profondamente con la resilienza, un fenomeno che risponde alla medesima esigenza di evitare che i subalterni guardino alle condizioni materiali e vedano la possibilità di modificarle attraverso una radicale trasformazione dei rapporti sociali.
Infatti quando il futuro non può più essere credibile come promessa di crescita, può essere rappresentato come qualcosa da difendere; la figura della nazione consente di ricomporre almeno sul piano simbolico ciò che la società neoliberale ha contribuito a disgregare sul piano materiale: individui impoveriti, precarizzati e resi sempre più soli possono essere nuovamente chiamati a riconoscersi in una comunità, purché quella comunità venga definita attraverso un dentro e un fuori.
Così il nazionalismo torna ad essere, come già lo è stato storicamente, uno degli strumenti principali per nascondere le cause strutturali dei mali della società; intorno ad esso si può costruire un nemico interno come capro espiatorio (e le destre europee, costruite e agevolate dalle classi dirigenti, stanno cogliendo in modo preoccupante i frutti di questa narrazione) e anche un nemico esterno identificato oggi principalmente con Russia e Cina (narrazione che con pochi accenti diversi porta avanti il liberismo europeo di qualunque colore politico); entrambe le prospettive finiscono per fare del nazionalismo uno stesso dispositivo che svolge una funzione decisiva nel produrre una saldatura tra insicurezza sociale, paura e promessa di protezione nazionale.
È attraverso la rappresentazione di una società permanentemente esposta alla minaccia — interna, esterna o ibrida — che il nazionalismo trova nella resilienza la propria traduzione politica che si configura comeunaforma di governo attraverso la paura.
E la scuola puntualmente registra tutto questo al suo interno: le indicazioni nazionali di Valditara, con l’esaltazione della cultura nazionale e occidentale, ne sono l’esempio più evidente, ma non è l’unico, come dimostrano la recente approvazione del provvedimento del governo Meloni sul numero degli studenti stranieri per classe o il varo della legge 132 del 16 luglio 2026, con cui si investono le scuole di una ennesima giornata nazionale in chiave squisitamente nazionalistica.
Militarizzazione e nazionalismo sono stati troppo frettolosamente attribuiti all’eredità della cultura fascista del governo Meloni ed è invece bene, a scanso di equivoci politici, chiarire che il processo che stiamo descrivendo è, come già avvenuto per il progetto della scuola neoliberale, assolutamente bipartisan, come dimostrano i voti convergenti di centro destra e centro sinistra sia a livello europeo che nazionale (si pensi al voto sull’istituzione del 4 novembre come festa delle forze armate o ai progetti sull’esercito europeo o il voto sulla legge 132); stiamo discutendo di processi strutturali che riguardano la classe dirigente nel suo complesso, non il suo teatrino della politica politicante.
Siamo di fronte a un medesimo progetto egemonico che interseca neoliberismo, resilienza, militarizzazione e nazionalismo e che è portato avanti da tutte le forze politiche che, benché con colori diversi, rappresentano gli stessi interessi materiali e hanno solo bisogno di portare narrazioni differenti al loro elettorato di riferimento.
Ma a questo punto è necessario evitare una lettura deterministica: quello descritto è, al momento, un progetto, un tentativo di ricomposizione egemonica. E proprio perché è un tentativo che non ha le basi materiali su cui costruire la propria narrazione, incontra difficoltà profonde.
Come portare milioni di persone a «credere» nella necessità della guerra? Come ottenere consenso senza offrire una nuova promessa sociale?
Come trasformare il cittadino impoverito, precarizzato e individualizzato nel cittadino disposto a farsi carico della sicurezza collettiva?
Come costruire, in definitiva, il perfetto cittadino resiliente?
Le difficoltà di fase per l’avversario sono evidenti e le imponenti manifestazioni per la Palestina hanno rappresentato un vero e proprio funerale per i presunti valori di libertà e democrazia dell’Occidente, validi per l’Ucraina ma non per la Palestina.
La frattura tra gruppi dirigenti e masse si è mostrata con grande forza e in quelle piazze è esploso anche malessere sociale ed economico, la rabbia di chi non si riconosce più nelle élites politiche che sono terrorizzate dalla possibilità che torni fuori la storia del ‘900, quando il marxismo ha significato, a dimostrazione di quanto poco sia stato una «grande narrazione», enormi quantità di plusvalore che dalle tasche della borghesia si sono riversate in quelle dei lavoratori.
Si tratta della commemorazione di un episodio minore della seconda guerra mondiale quando fu affondata dalla Germania una nave su cui viaggiavano verso la deportazione in Canada più di 400 italiani, per la maggior parte civili, che erano stati arrestati dal governo inglese come potenziali nemici.
Il naufragio era del luglio 1940, ma si decide di commemorarlo l’11 ottobre, giorno della morte dell’ultimo sopravvissuto avvenuta nel 2013. Lo spostamento della data è significativo in quanto sono di nuovo le scuole le destinatarie di questa ulteriore legge proponendo un uso pubblico della storia, ammantato di esaltazione della pace.
E’ un tentativo, analogo alla «Giornata del ricordo» delle foibe, di setacciare episodi che possano , in chiave nazionalistica, riscattare in parte il ruolo dell’Italia fascista all’interno della seconda guerra mondiale, a dispetto della verità storica in quanto l’Italia di Mussolini si comportò esattamente nello stesso modo di fronte a cittadini stranieri presenti sul territorio italiano internandoli in campi di prigionia.
Va sottolineato con la legge 132 sia stata votata da tutti i partiti politici con l’approvazione all’unanimità alla Camera e la sola astensione di AVS al Senato (non sul merito, ma lamentando il numero eccessivo di leggi volte all’istituzione di giornate nazionali).
Davvero non c’erano altri episodi per commemorare la tragedia dei civili durante la seconda guerra mondiale? È precisamente perché la classe dirigente attraversa grandi difficoltà che occorre mettere a fuoco l’altra faccia, intrinseca, del paradigma della resilienza: la repressione.
Una società composta da individui definiti dalla loro capacità di adattarsi al sistema non può tollerare ciò che mette in discussione l’obbligo all’adattamento e dunque tutto ciò che propone una postura non adattiva deve essere neutralizzato (quanto sviluppatosi nel periodo della pandemia, quando il dissenso non era più espressione di pluralismo, ma un ostacolo alla resilienza collettiva, ne sono stati un esempio e un’esercitazione lampanti, indipendentemente dai giudizi intrinseci sull’evento stesso).
La costruzione della resilienza e l’estensione dei dispositivi repressivi non sono allora due processi separati: sono le due facce di una difficoltà egemonica che non esclude, come vedremo, nemmeno sbocchi eversivi.
Se il neoliberismo aveva come orizzonte la costruzione di individui senza società, la resilienza adattiva recupera la dimensione collettiva, ma la riconfigura come responsabilità individuale ed è proprio per rendere possibile questo passaggio che la repressione diviene necessaria: ogni soggetto che rifiuti i presupposti della resilienza, che rivendichi la possibilità di trasformare le condizioni a cui dovrebbe semplicemente adattarsi, costituisce una minaccia e deve essere costruito come un pericolo agli occhi delle altre soggettività, chiamate a riconoscersi nel «buon cittadino resiliente».
L’ondata repressiva che accompagna questo processo non è dunque un fenomeno contingente né si esaurisce nei suoi dispositivi legislativi più visibili (come i decreti sicurezza): essa contribuisce progressivamente a preparare il terreno sociale, culturale e politico per una società fondata sull’adattamento, sulla responsabilizzazione individuale, sulla delegittimazione del conflitto e sulla costruzione del nemico interno per il quale è già pronta la categoria di «proxy»; in questa direzione la repressione è destinata ad aumentare, anche perché il neoliberismo non ha nessuna intenzione di procedere a una redistribuzione della ricchezza e le condizioni materiali saranno sempre più micce incombenti per l’innesco del conflitto, come mostrano chiaramente le recenti mobilitazioni in Francia e Spagna.
E la scuola, nuovamente, registra questo fenomeno e allo stesso tempo contribuisce ad alimentarlo: si pensi, per fare solo qualche esempio, alla vicenda dei metal detector o alla stretta sul voto di condotta o ad altri fenomeni, apparentemente minori, ma molto capillari, che si stanno producendo e che ben conosce chi vive quotidianamente la scuola, come le revisioni scuola per scuola dei regolamenti disciplinari degli studenti che ormai, come se si trovassero davanti a un vero e proprio tribunale che dispone finanche dei loro corpi, vengono inviati ad «espiare la colpa» presso strutture esterne quali mense dei poveri o cooperative varie,
Si tratta di modifiche che stanno avvenendo in tutte le scuole e che sono incoraggiate dall’alto (e d’altra parte paradossalmente la scuola italiana non è mai stata tanto centralizzata quanto nel periodo della cosiddetta autonomia scolastica).
I dispositivi disciplinari vengono applicati a tutti coloro che agiscono il conflitto o anche solo la «devianza» e questo vale nelle scuole e sul piano più generale (come dimostra la progressiva criminalizzazione del disagio e della conflittualità giovanili).
Ma la repressione, che sta avanzando in modo preoccupante, non è l’unico corollario del paradigma della società resiliente; all’interno di tale categoria è contenuta anche, programmaticamente, una possibile torsione eversiva.
A questo proposito è utile qui collegare la resilienza alla questione della cyber sicurezza e della guerra ibrida. Che i concetti siano strettamente correlati lo dimostrano direttamente i documenti NATO e UE che concepiscono la cyber sicurezza e la guerra cognitiva come una delle declinazioni della resilienza.
Considerare le menti dei cittadini come territorio operativo-militare e legare questo territorio alla «difesa delle istituzioni democratiche» rappresenta una tensione verso la trasformazione delle democrazie occidentali.
Tra i tanti documenti possiamo sceglierne uno autoctono che riporta fedelmente le stesse direttrici politico-militari; il ministro Crosetto nel suo «No Paper» del novembre 2025 afferma che «la strategia efficace di contrasto alla guerra ibrida dovrà rafforzare la resilienza democratica, informativa e cognitiva dell’Europa» e che «serve un patto sociale: tutti coinvolti, dalla scuola ai social media».
Questo perché secondo Crosetto «emerge come la sicurezza nazionale– in particolare la protezione della società civile e la salvaguardia dei valori democratici– sia esposta a una crescente minaccia ibrida che si cela dietro strategie mediatiche ostili e manovre di influenza geopolitica e sociale» con gli obiettivi di: «a) influenzare l’opinione pubblica; b) screditare partiti politici e candidati; c) minare la fiducia in enti e istituzioni; d) accentuare le divergenze socio-politiche preesistenti […]. La manipolazione informativa può generare sfiducia nei media tradizionali, nelle istituzioni e nelle autorità, erodendo questi tre pilastri delle società democratiche e potenzialmente alimentando l’apatia dei cittadini verso i processi elettorali (fino a scoraggiare l’affluenza alle urne).[…] Sembra che vogliano che la gente non voti e che emergano candidati estremisti utili ai loro interessi».
Il documento insiste sulla necessità di investire in educazione civica e alfabetizzazione digitale per accrescere la consapevolezza dei cittadini e ridurne la vulnerabilità alle campagne di manipolazione.
Ma è soprattutto un passaggio a mostrare come il legame tra resilienza e repressione contenga una tensione eversiva: «La natura democratica e burocratica delle nostre istituzioni comporta risposte che rischiano di essere asincrone rispetto alla minaccia, in virtù dei tempi dettati dai processi di approvazione. Questo approccio non è più al passo con i tempi. È ora di snellire i nostri meccanismi: il mondo corre e noi non possiamo restare indietro!».
La difesa della democrazia è, programmaticamente, lo strumento attraverso il quale sarà possibile negarne i presupposti; non difendere la democrazia dalla minaccia, ma ridefinire la democrazia stessa in funzione della minaccia.
Questo sbocco è reso ogni giorno sempre più evidente dai tentativi di controllo della circolazione delle informazioni digitali (si veda la vicenda di autistici/inventati.org) o dall’incredibile annullamento delle elezioni in Romania e si potrebbero anche aggiungere il decreto che equipara antisemitismo a antisionismo e la recente riforma elettorale in Italia che rende di fatto impossibile a nuove forze politiche di presentarsi alle elezioni.
È in questa chiave che va letto anche il provvedimento ministeriale sul divieto di utilizzo del cellulare a scuola, provvedimento che cozza contro l’implementazione della didattica digitale che imperversa nelle scuole da almeno dieci anni; si tratta di disposizioni che stanno dentro un contesto più ampio volto a limitare drasticamente la circolazione delle libere informazioni su cui l’UE si sta attrezzando anche da un punto di vista normativo.
Spostare la responsabilità dell’accesso ai social dai genitori alle piattaforme è la strada che ha aperto l’Australia e che stanno seguendo vari paesi non soltanto europei: le piattaforme vengono così controllate a monte e rese più restrittive; si sta partendo dai minori perché questa tipologia di provvedimenti trova un terreno sensibile e dunque un consenso immediato, ma gradualmente, una volta sdoganato il provvedimento e addestrate le piattaforme, si potrà più facilmente estendere le rigidità alla popolazione tutta.
Si tratta dunque di percorsi che stanno dentro una più ampia trasformazione dei dispositivi di disciplinamento e di controllo.
Nella scuola questa faccia eversiva della resilienza si è già manifestata: la vicenda delle lezioni di Francesca Albanese e delle ispezioni ha minacciato direttamente la libertà costituzionale d’insegnamento e benché le ispezioni si siano concluse senza sanzioni (e non poteva essere altrimenti), hanno rappresentato il classico meccanismo fascista dell’intimidazione: l’ispezione può infatti produrre un effetto disciplinare anche quando non sfocia in alcun provvedimento, il suo significato politico consiste nel rendere visibile il limite, nel mostrare che quel limite può essere attraversato e che, una volta attraversato, il potere può intervenire.
La stessa mannaia si è abbattuta sul perfettamente legittimo corso di formazione che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università in collaborazione con il CESTES aveva organizzato sulle tematiche della guerra e della pace in occasione del 4 novembre 2025 e che il ministero, con modalità senza precedenti, ha bloccato d’imperio.
La stessa introduzione del meccanismo del contraddittorio è ascrivibile al medesimo tentativo di ingabbiare la libertà di insegnamento, ritenuta un ostacolo al dispiegamento del nuovo pensiero unico.
Ritroviamo dunque nella scuola le stesse dinamiche che si riscontrano nella società e ciò non è casuale perché la scuola non è un’isola separata dal conflitto sociale: è uno dei terreni sui quali quel conflitto viene organizzato, mediato e, soprattutto, incorporato nella formazione delle soggettività.
Ma anche nella scuola riscontriamo le medesime difficoltà che incontra in generale l’avversario ed è questo che per la prassi diventa decisivo: la scuola-azienda è implementata, ma perde legittimazione; la militarizzazione della scuola non incontra consenso e l’acceleratore sul nazionalismo viene correttamente letto come incursione tutta politica nella libertà di insegnamento.
Tutto questo non si sta traducendo, se non in modo ancora minoritario, in lotta, ma segnala un distacco crescente tra direzione politica e chi nella scuola vive e lavora.
In questo vuoto si apre uno spazio politico enorme: anche qui c’è uno iato e anche qui c’è una debolezza dell’avversario che infatti ha necessità della repressione perché non riesce più a convincere e quando un senso comune si indebolisce, si apre una contesa.
Anche nella scuola il paradigma della resilienza non è un dispositivo egemonico già compiuto, ma un tentativo di riorganizzazione che nasce precisamente dalla crisi dell’ordine precedente.
È di nuovo questo un punto politico fondamentale: la forza di questo progetto non deve essere scambiata con la sua compiutezza.
La scuola della resilienza adattiva non ha la coerenza della scuola neoliberale, ma ha un grande potenziale espansivo perché è in grado di collegare linguaggio pedagogico, economico, militare e finanche psicologico e troverà nei presidi italiani, come è già accaduto per la scuola neoliberale, il braccio armato con cui inserirsi nei Collegi Docenti già ampiamente minati da una gestione sempre più autoritaria.
L’autoritarismo e il controllo che la scuola neoliberale ha costruito è pronta per implementare la scuola della resilienza: non solo l’autoritarismo dei presidi, ma anche i sistemi eterodiretti di controllo spacciati per misurazione della qualità saranno utilizzati come strumenti coercitivi, come dimostrano le politiche europee che si stanno già attrezzando per misurare la prepardness dei singoli istituti.
Anche il percorso sarà simile: l’elaborazione avviene a livello di UE e poi, a cascata, viene recepita nelle legislazioni degli stati membri.
Ma al momento la scuola della resilienza è ancora a uno stadio embrionale: la classe dirigente non è ancora in grado di dispiegare pienamente un progetto educativo forte, ma pare piuttosto guardare a paure sociali da amministrare; non siamo cioè davanti a una scuola compiutamente organizzata intorno alla resilienza, ma a una serie di elementi che stanno convergendo su di essa e che cercano di trovare una sintesi.
Ma proprio perché questa sintesi è ancora embrionale, esiste uno spazio di costruzione dell’alternativa e della ridefinizione di cosa significhi educare in una società da trasformare: la crisi strutturale della scuola neoliberale apre una lotta per la sua successione, la riorganizzazione ideologica delle classi dirigenti è ancora un campo di battaglia e la scuola è uno dei luoghi nei quali essa viene sperimentata, ma proprio per questo è anche uno dei luoghi nei quali può essere contrastata.
(segue)
Vedi le puntate precedenti:
La crisi della scuola neoliberale e la battaglia per l’egemonia/1 – Contropiano
L’Europa di Maastricht, la scuola neoliberale e la loro crisi/2 – Contropiano
La resilienza adattiva e l’assorbimento della scuola neoliberale/3 – Contropiano
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