Sono passati quasi nove anni dalle mobilitazioni del marzo 2017 a Napoli contro Salvini e la Lega, eppure per oltre una decina di giovani quella giornata non è mai finita.
Da allora vivono sotto processo, con l’accusa infamante di “devastazione e saccheggio” quale reato più grave, cui la magistratura ha sommato altre fattispecie meno critiche dal punto di vista penale.
Un reato, “devastazione e saccheggio”, ereditato dal Codice Rocco di fascista memoria, riesumato ciclicamente per colpire chi osa alzare la testa.
Nove anni di udienze, avvocati, spese legali, vite sospese. Il tutto per una manifestazione politica di dissenso. E col rischio di condanne fino a 9 anni di carcere…
Chiariamo subito un punto, perché è qui che il sistema prova a rovesciare la realtà. Manifestare contro un partito politico e il suo leader non è un crimine. È un diritto costituzionalmente garantito.
L’articolo 17 della Costituzione parla chiaro. Ma in Italia, da tempo, la Costituzione vale solo quando non disturba gli equilibri di potere.
Nel 2017 la Lega di Salvini –che fino al giorno prima definiva il Sud una palla al piede apostrofando i napoletani come “parassiti”– viene scortata dalle istituzioni per fare campagna elettorale in Campania.
A garantire quella passerella non fu solo la polizia ma un intero assetto politico: il governo PD, il ministro Minniti, le amministrazioni locali. Con De Luca in testa.
Ed è appunto in questo momento che si salda definitivamente il patto bipartisan sulla repressione. Un patto che da allora nessun governo ha mai messo in discussione.
Le piazze di Napoli risposero con il logico e sacrosanto dissenso. La controffensiva dello Stato fu come sempre la violenza: cariche, manganelli, caccia all’uomo, indagini costruite a tavolino, accuse sproporzionate.
La violenza vera, strutturale, è stata quella degli apparati di polizia e controllo, coperta da procure e governi, legittimata da una narrazione tossica che equipara il conflitto sociale alla criminalità.
Da Minniti a Salvini, da Draghi a Meloni, il filo rosso è uno solo: la repressione come strumento ordinario di governo. I decreti sicurezza quali architravi di un sistema che non tollera l’opposizione reale.
Oggi poi il Nuovo Decreto Sicurezza del governo Meloni compie un ulteriore salto di qualità. Criminalizza ogni forma di dissenso, colpisce picchetti, occupazioni, manifestazioni, irrigidendo pene e strumenti repressivi.
È un decreto pensato per colpire i movimenti antagonisti, chi si organizza contro il sistema economico, sociale e politico dominante.
È un decreto che mette la morsa ad ogni espressione critica, traformando l’Itaiia in uno Stato di Polizia e in una dittatura “de facto” ancorché non ancora “de iure”.
In questo quadro si inserisce altresì la volontà dichiarata di sgomberare tutti i centri sociali, considerati non come luoghi di aggregazione e mutualismo ma come nemici interni.
Una vera e propria guerra agli spazi liberati che costituiscono invece presidi sociali, culturali e politici nei territori abbandonati dallo Stato.
A Napoli questa offensiva ha assunto ultimamente un nome preciso: Officina 99. Difendere Officina 99 significa difendere un pezzo di storia delle lotte sociali, operaie e antifasciste di questa città.
Significa dire che gli spazi sociali non si toccano perché rappresentano una risposta concreta alla desertificazione sociale prodotta dal neoliberismo.
Non è un caso che il Civico 7 Liberato -altro spazio sotto attacco- organizzi per domani 23 Gennaio una serata benefit contro la repressione e gli sgomberi.
Pa’Lante Antifa, il titolo dell’iniziativa che si svolgerà a partire dalle ore 19:00 in solidarietà concreta con gli imputati del 11 marzo 2017. Come sempre a Piazza Museo, sotto i portici della Galleria Principe di Napoli.
Un’altra serata all’insegna della collaborazione, dell’antifascismo e della costruzione del fronte unico contro la repressione. Una serata di musica reggae e dub.
Una scelta politica chiara da parte del Civico 7, quella di schierarsi al fianco di chi è sotto lo schiaffo della minaccia repressiva, per rilanciare il tema della difesa degli spazi sociali, costruendo solidarietà concreta.
Intanto nella giornata di oggi, a partire sempre dalle 19:00, ci sarà anche un’assemblea pubblica, convocata proprio da Officina per discutere della difesa dei luoghi aggregativi e del contrasto alla repressione.
Ma soprattutto per definire una risposta collettiva a un modello di governo che usa il manganello come argomento politico. E per lanciare una manifestazione che dovrebbe tenersi poi il prossimo 14 Febbraio.
La repressione -è bene sottolinearlo- non è un momentaneo dispositivo sociale. È un progetto chiaro e definito da parte di una governance europea che osa ancora definirsi democratica al solo scopo propagandistico.
Un fine che ha un obiettivo ben chiaro: la manipolazione delle già anestetizzate coscienze popolari. Istigando all’odio e alla violenza contro chiunque mostri un pensiero divergente e antagonista, non allinendosi ai diktat dell’ideologia dominante
Chi oggi è sotto processo per il Marzo 2017 mostra sulla propria pelle i segni di questa violenza repressiva e disciplinare. Per questo la difesa dei ragazzi incriminati non è solo una questione legale ma una battaglia politica che riguarda tutti.
Perché quando il dissenso diventa un reato, nessuno è al sicuro. Quando ad imporsi è l’omologazione del pensiero, la dittatura è cosa fatta.
Contro la repressione, contro gli sgomberi, contro un sistema che ha paura delle piazze, la risposta può essere dunque solo una.
Organizzazione, solidarietà, conflitto.
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