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Castel Volturno dice no al CPR: «Né qui né altrove»

Ieri Castel Volturno non è stata soltanto una città del litorale domizio. È diventata uno dei luoghi nei quali si misura concretamente lo scontro tra due idee opposte di società e di politiche migratorie.

La manifestazione nazionale convocata dal Comitato regionale campano“No CPR, né qui né altrove” ha chiamato alla mobilitazione contro il progetto di costruire nell’area di La Piana un Centro di permanenza per i rimpatri. Il progetto indicato dalle fonti prevede una struttura da 120 posti, per un investimento pubblico di oltre 43 milioni di euro.

Il concentramento era stato fissato alle 13 davanti al Centro Fernandes, con adesioni provenienti anche da fuori regione. La mobilitazione ha riunito associazioni, sindacati, organizzazioni antirazziste, realtà cattoliche, movimenti e comunità migranti attorno a una parola d’ordine che va ben oltre la contestazione della localizzazione scelta:“No ai CPR, né a Castel Volturno né altrove”.

Ed è proprio questo il punto politico della giornata. Non una battaglia per dire semplicemente “il CPR non fatelo qui”, scaricandolo magari qualche chilometro più lontano, ma la contestazione del sistema stesso della detenzione amministrativa delle persone migranti. In questo quadro assume un significato particolare la presenza del Movimento Migranti e Rifugiati, insieme a Potere al Popolo e all’Unione Sindacale di Base.

Soprattutto la presenza organizzata dei migranti cambia il segno della piazza: non persone di cui altri discutono, ma soggetti politici che prendono parola sui propri diritti.

Il radicamento del Movimento Migranti e Rifugiati  è del resto parte della storia del fronte contro il CPR: il Movimento Migranti e Rifugiati  figura tra le realtà territoriali indicate nella costruzione della mobilitazione, insieme al Centro Sociale ex Canapificio e ad altre organizzazioni.

La presenza di Potere al Popolo e dell’USB,  nella manifestazione di oggi, introduce inoltre con nettezza un altro terreno: quello del rapporto tra politiche migratorie e condizione materiale del lavoro. Perché Castel Volturno e il litorale domizio significano anche lavoro bracciantile, precarietà, sfruttamento e caporalato. Ed è precisamente su questo terreno che la richiesta di diritti per i migranti incontra quella più generale di salari, servizi pubblici e dignità del lavoro.

C’è poi una cifra che rende immediatamente politico il conflitto: 43 milioni di euro.

È la somma prevista per il progetto del nuovo centro. E diventa inevitabile domandarsi quali siano le priorità in un territorio che rivendica invece investimenti nella scuola, nella sanità, nei trasporti, nel lavoro, nell’inclusione sociale e nella riqualificazione ambientale. Sono proprio queste alcune delle destinazioni alternative indicate dai promotori della mobilitazione.                    

La questione, allora, non è più soltanto immigrazione.

È quale sicurezza e per chi. Una sicurezza costruita attraverso recinzioni e detenzione amministrativa, oppure una sicurezza sociale fondata sul diritto alla casa, sulla sanità pubblica, sui trasporti, sul lavoro regolare e sulla possibilità di sottrarsi allo sfruttamento?

È significativo che la contestazione al CPR sia riuscita a costruire uno schieramento molto più largo delle tradizionali realtà antirazziste: hanno annunciato o espresso adesione organizzazioni come Emergency, Libera, CGIL, Caritas e Legambiente, mentre l’arcivescovo di Capua e Caserta, Pietro Lagnese, ha assunto pubblicamente una posizione contraria al progetto.

Una convergenza eterogenea, quindi, ma costruita intorno a un punto preciso: Castel Volturno non ha bisogno di un CPR. E forse, ma forse siamo maliziosi, c’entra pure che tra qualche ,esi è periodo elettorale. Chissà.

La mobilitazione di oggi prova però a fare un passo ulteriore.

La formula“né qui né altrove” impedisce infatti alla protesta di trasformarsi in una semplice vertenza territoriale. La questione posta dalla piazza riguarda l’esistenza stessa dei CPR e una politica migratoria che utilizza il trattenimento amministrativo come proprio strumento.

Per questo la presenza del Movimento Migranti e Rifugiati, di Potere al Popolo, dell’Unione Sindacale di Base e delle tante realtà antirazziste e sociali assume un valore che supera i confini di Castel Volturno.

Il messaggio che arriva dal litorale domizio è semplice: non si può rispondere alla precarietà producendo altra precarietà, allo sfruttamento costruendo luoghi di trattenimento, all’abbandono sociale aggiungendo repressione.

La sfida aperta oggi è trasformare la larga opposizione al CPR in una mobilitazione capace di durare oltre questa giornata.

Per impedire che il centro venga costruito.

Ma soprattutto perché quel“né qui né altrove” non rimanga uno slogan pronunciato in un corteo e diventi invece un programma di lotta nazionale contro il sistema dei CPR e per un’altra politica dell’accoglienza, del lavoro e dei diritti.

Castel Volturno, oggi, ha cominciato a dire che questa battaglia si può combattere.

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