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Napoli, sotto il Consolato ucraino la denuncia sui prigionieri politici

Questa mattina al Centro Direzionale di Napoli si è tenuto il presidio promosso dall’Associazione per i diritti dei prigionieri politici e per i diritti umani davanti al Consolato ucraino.

Al centro della mobilitazione le condizioni dei detenuti politici nelle carceri ucraine e le pesanti denunce di torture, pestaggi, abusi e repressione del dissenso.

I manifestanti hanno richiamato in particolare la situazione del penitenziario n. 86 di Vinnytsia, del n. 122 di Piatykhatky e del penitenziario femminile n. 146 di Vodyanska, indicati dall’associazione tra i luoghi simbolo di un sistema repressivo che non può essere nascosto dietro la cortina della guerra.

La denuncia avanzata dal presidio è, infatti, soprattutto politica: secondo l’associazione, in Ucraina la persecuzione del dissenso è stata trasformata in politica di Stato, con un numero enorme di cittadini finiti in carcere, sottoposti a procedimenti giudiziari o perseguitati per le proprie posizioni politiche.

Un tema pressoché cancellato dal dibattito pubblico occidentale. La narrazione dominante sulla guerra sembra ammettere soltanto un racconto: quello compatibile con le esigenze politiche e militari dei governi europei e della NATO. Ma i diritti umani non possono valere soltanto quando a violarli è un avversario geopolitico.

Al termine della manifestazione una delegazione è stata ricevuta dal viceconsole. Lo scopo era semplice: consegnare un documento contenente le denunce sulla situazione nelle carceri e sulle condizioni dei prigionieri politici. Ma il viceconsole ha rifiutato di accettare il documento.

Un gesto significativo del clima politico prodotto dalla guerra: persino ricevere materialmente una denuncia sulle condizioni di alcuni detenuti diventa qualcosa da respingere.

Eppure quelle denunce rimangono sul tavolo.

Da Napoli è arrivata quindi una richiesta elementare quanto scomoda: rompere il silenzio sui prigionieri politici e pretendere che le accuse riguardanti torture, pestaggi e violazioni dei diritti dei detenuti vengano portate alla luce.

Perché la guerra non può diventare una zona franca per i diritti umani. E non possono esistere torture da denunciare e torture sulle quali, per convenienza politica, scegliere di voltarsi dall’altra parte.

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