Alcune migliaia di persone hanno partecipato all’annuale manifestazione in ricordo della Strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, con un corteo partito da piazza Maggiore e giunto fino al piazzale antistante lo scalo ferroviario.
Quella mattina alle 10:25 un ordigno celato dentro una valigia, su un tavolino nella sala d’aspetto della seconda classe, deflagrò uccidendo alla fine 85 persone e ferendone più di 200: la pagina più tragica di una lunga stagione della “strategia della tensione” che, per ciò che concerne Bologna, terminerà solo nella prima metà degli anni Novanta.
Non bisogna dimenticare infatti che la bomba collocata nella toilette della carrozza 5 del treno Italicus, scoppiata il 4 agosto 1974 a San benedetto Val di Sambro (12 morti e 44 feriti), secondo ciò che emerse poi dalle indagini, aveva il timer settato per far esplodere il treno all’arrivo della stazione di Bologna, dove avrebbe potuto provocare una devastazione e un numero di vittime ancora maggiore. Solo il ritardo accumulato durante il viaggio da Roma Tiburtina a Monaco di Baviera aveva scongiurato lo scenario peggiore.
Ancora oggi il vecchio orologio della stazione di Bologna, che si può vedere all’esterno dell’edificio, segna per sempre quell’ora del 2 agosto – 10:25 -, mentre alcuni segni di quella esplosione che sventrò l’edificio sono ancora visibili nella sala d’attesa, segni tangibili di quella strage neo-fascista con forti coperture istituzionali.
Nelle motivazioni della sentenza di primo grado che nel 2020, cioè 40 anni dopo, ha condannato all’ergastolo per la strage anche il Nar Gilberto Cavallini – ora in via definitiva – c’è scritto esplicitamente che quella è una “strage di Stato”, riprendendo la formula della famosa contro-inchiesta sulla Strage di Piazza Fontana, pubblicata nel maggio 1970 e poi ristampata in varie edizioni arrivando a vendere in un decennio oltre 500mila copie.
É una sentenza corposa, quella del 2020, di circa 2 mila pagine in cui viene scritto espressamente: “si è trattato di una strage politica o, più esattamente, una ‘strage di Stato’”.
Successivamente, dopo la pubblicazione delle motivazioni, gli avvocati di parte civile Andrea Speranzoni e Roberto Nasci hanno puntualizzato: “La strage di Bologna del 2 agosto 1980 è una strage fascista e ‘di Stato’”.
Da questa verità giuridica, di una strage fascista e ‘di Stato’ che collima con la verità storica – per quanto possibile in un processo -, bisogna partire per inquadrare ciò che è avvenuto in questo Paese. Perché se la manovalanza era neo-fascista, i mandanti erano persone con ruoli apicali nelle trame di potere che allora orientavano pesantemente la politica italiana a partire dai vertici degli apparati dello Stato e della Nato. Non furono solo “alcune mele marce” che avevano tradito la Repubblica.
Sono stati cinque i processi celebrati per la strage. Il primo si è concluso con la condanna definitiva di Mambro, Fioravanti, Gelli, Musumeci e Pazienza, nel 1995; l’ultimo quest’anno con la condanna definitiva di Bellini dopo quella di Cavallini.
Ai processi si deve aggiungere la lunghissima istruttoria condotta dalla Procura di Bologna tra il 2005 e il 2015, incentrata sulla figura del compagno tedesco Thomas Kram e la cosiddetta “pista palestinese”, da cui non è mai emerso nessun elemento di reale consistenza. La documentazione del Sismi, declassificata nel corso degli anni, ha praticamente smentito l’ipotesi che la Resistenza Palestinese avesse compiuto la strage.
Ma questo naturalmente non basta a chi ancora tenta di inquinare, se non altro, la “narrazione” su chiaro input sionista.
La “pista palestinese” è stata del resto il frutto della mente di Gelli che ha sovvenzionato l’ex senatore del Movimento Sociale Italiano Mario Tedeschi – nonché direttore del periodico di destra Il Borghese, affiliato alla P2 e molto vicino al dominus dei servizi, Federico Umberto D’amato – affinché tramite la propria rivista propagasse false notizie intorno alla strage, collaborando alla gestione mediatica del depistaggio.
É stata una sorta di “araba fenice”, o la madre di tutti i depistaggi, che risorge dalle sue ceneri, nonostante anche gli studi recenti sul cosiddetto “Lodo Moro” continuino a smentirla, scontentando per una volta gli apparati di disinformazione sionisti.
Sulla “pista libica”, egualmente inconsistente, ci preme ricordare qui che il primo ad indicarla – il 5 agosto 1980 – era quel Corriere della sera, allora saldamente controllato dalla P2, così come i vertici dei due servizi segreti. Ed il giorno dopo un altro pezzo in prima pagina sullo stesso quotidiano ipotizzava che il finanziatore della bomba potesse essere proprio Gheddafi. Anche questa un’ipotesi che verrà sostenuta nel corso del tempo dall’allora segretario degli Esteri, il democristiano Giuseppe Zamberletti.
Una pista, sostenuta non a caso, dal prefetto Bruno Rozera, intimo di Gelli e collaboratore dei servizi segreti statunitensi, e dal faccendiere Francesco Pazienza.
Facciamo questo breve excursus perché pensiamo che anche quest’anno in prossimità della commemorazione troppa parte del sistema politico e mediatico è stata elusiva sul fatto che il blocco di potere d’allora – economico, politico e culturale – ha tollerato fin da subito i tentativi di sviare le indagini ed ha continuato a farlo.
Inoltre le ragioni di quella strage, che abbiamo cercato di sintetizzare anche in un recente contributo, nelle ricostruzioni ufficiali di questi giorni sono state quanto mai “sfumate”. E invece fu un episodio di guerra non convenzionale contro il movimento operaio a trazione comunista, contrario alle scelte belliciste intraprese dalla classe dirigente in uno snodo epocale della politica italiana.
Si era infatti alla vigilia di un gigantesco processo di ristrutturazione produttiva tramite licenziamenti di massa nella più grande fabbrica italiana, rovesciando i rapporti di forza sociali del decennio precedente, e coerente con la decisione di installare sul suolo italiano missili da crociera (i Cruise) con testata atomica.
Scarsa attenzione, diciamo così, è stata posta alle ferite ancora aperte di quella lunga strategia della tensione che ha attraversato la città, come la Strage del DC-9 sui cieli di Ustica, ma partito da Bologna, e le vicende della Banda della Uno bianca.
La prima vede giustamente gli avvocati dell’associazione delle vittime opporsi all’archiviazione, che sarebbe dovuta anche alla “scarsa collaborazione” (eufemismo) di Francia e Stati Uniti, intenzionati a far sì che non si possa fare piena luce sulla vicenda. La seconda vede invece le indagini riaperte, con nuove scoperte abbastanza clamorose proprio su qui servizi segreti “filo-atlantici” che tanta parte ebbero anche nel depistare le inchieste sulla Strage di Ustica e di Bologna.
A completare la sete di verità e giustizia vi è poi il recente caso dell’uccisione di Abderahim Fakir, durante un’azione di polizia, domenica 19 luglio al Pilastro, per cui è stato attivato lo “scudo penale” nei confronti dei due poliziotti e dei tre operatori della Croce Rossa intervenuti sul posto.
Quest’anno, su una proposta scaturita da Potere al Popolo, uno spezzone ha portato pacificamente proprio queste istanze al corteo, giungendo nella piazza antistante e lasciandola alla fine di quel lunghissimo minuto di silenzio – dopo i tre fischi del treno – per onorare le vittime della strage.
Uno spezzone, ben visibile sin dal concentramento, insieme alle bandiere della Palestina e di Cuba, che con le proprie parole d’ordine ha parlato ad una piazza sensibile e ricettiva, nonostante l’immotivata preoccupazione ed un certo palpabile nervosismo da parte dell’amministrazione, che evidentemente temeva che la commemorazione venisse “turbata” o si creassero tensioni durante il corteo. Preoccupazioni dovute a quelle rivendicazioni che, con buona pace del sindaco, sono condivise da chi è sceso in piazza e non ha avuto niente da obiettare al riguardo.
Un ottimo segnale sociale perché questa battaglia continui e si sedimenti nella coscienza autenticamente democratica della città, così da porre le basi la costruzione di “un convegno nazionale sulla repressione per questo settembre, che metta al centro la frattura fra i quartieri popolari e la gestione di questa città da parte dell’amministrazione”. Ovvero la scadenza lanciata da Potere al Popolo nell’affollata assemblea cittadina di venerdì 24 luglio, in piazza San Francesco.
Anche questa volta Bologna, nonostante il caldo torrido ed il giorno festivo, ha dimostrato di sapere da che parte stare.
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Giovanni
Una cosa non capisco: perchè Colombo de Il Manifesto continua a ripetere che la strage di Bologna non è ascrivibile ai Nar…forse mi sono perso tutto il suo ragionamento o qualche puntata ma se poteste spiegare…grazie
Redazione Roma
Perchè tutta la cordata sionista, ovunque collocata nei media italiani, da anni cerca di accollare la strage di Bologna ai palestinesi…senza uno straccio di prova, tanto che la sentenza sulla strage è arrivata a conclusioni totalmente diverse da quelle auspicate da Colombo & c.