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L’omicidio di Roberto Scialabba e l’attualità dell’antifascismo. Il 28 febbraio tutti in piazza!

Il 28 febbraio del 1978 a Piazza S. Giovanni Bosco veniva ammazzato dai fascisti Roberto Scialabba. Roberto era un compagno di Cinecittà, di solo 18 anni, ma che non si risparmiava nella sua lotta per i diritti sociali e per una trasformazione radicale del mondo. Roberto non era semplicemente “un giovane”, ma era un comunista che lottava nel pieno della “strategia della tensione”.

Roberto era attivo negli anni dell’intesa tra stato, militari, servizi segreti e fascisti, che sotto la direzione e col sostegno della NATO portavano avanti una guerra a bassa intensità contro il movimento operaio e la variegata galassia delle organizzazioni comuniste italiane. Era una guerra molto visibile, con omicidi, depistaggi, e soprattutto bombe.

Erano gli anni del terrorismo di stato, usato poi per legittimare leggi emergenziali, carceri speciali e repressione totale contro chi scendeva in piazza per cambiare il proprio futuro. Erano anni di duro scontro armato con i fascisti, e anche con le forze dell’ordine che reprimevano le manifestazioni: nel maggio del 1977 era stata uccisa Giorgiana Masi, il 30 settembre Walter Rossi, anche lui come Roberto antifascista appartenente a Lotta Continua.

Il 7 gennaio del 1978, a questo clima di guerra alla sinistra extraparlametare, avrebbe risposto l’uccisione di due militanti missini ad Acca Larenzia. È per vendicarsi di quei fatti, e sancire l’affermarsi dei NAR nel panorama neofascista, che un commando decide un’azione armata, il 28 febbraio del 1978.

L’omicidio di Roberto non è stato semplicemente un “ripiego”, rispetto all’assalto che i fascisti volevano fare al centro sociale di via Calpurnio Fiamma, trovato già sgomberato dalla polizia. È stato un omicidio della guerra atlantista a qualsiasi ipotesi di sovvertimento dell’ordine padronale in Italia, condotta per mano dei fascisti.

Oggi, dopo le oceaniche mobilitazioni dell’autunno in difesa della resistenza palestinese, abbiamo osservato un risvegliarsi di gruppi e gruppuscoli di fascisti, nelle scuole e nei quartieri. L’obiettivo, seppur in scala, è lo stesso: intimorire la mobilitazione e zittire il dissenso.

Intanto, il governo erede di quello stesso fascismo che ha ucciso Roberto è al governo. Sono tanti quelli che non hanno mai rinnegato quella storia di violenza armata dalla NATO, che continuano a essere “fascisti dentro” anche se fuori si dicono democratici. E in realtà, in questo periodo si mostrano sempre più evidentemente anche come “fascisti fuori”, implementando misure sempre più repressive e lesive del diritto a manifestare.

Nel pieno della crisi egemonica ed economica dell’Occidente, con la guerra che diventa l’unico strumento concepito dalle classi dirigenti per risolvere le proprie difficoltà, la gestione del fronte interno diventa un elemento centrale. Le mobilitazioni dell’autunno hanno messo paura, e la repressione preventiva diventa una priorità a cui mettere subito mano.

Una priorità che ha dimostrato di avere anche la finta opposizione di centrosinistra. Basti pensare alla proposta di Del Rio per equiparare antisionismo e antisemitismo, alla velocità con cui Fratoianni si è allineato a un teorema giudiziario costruito dai militari israeliani. O ancora il securitarismo promosso in amministrazioni considerate come il modello del centrosinistra, come quelle di Lepore a Bologna o Sala a Milano.

Per non dimenticare poi, ovviamente, la giunta Gualtieri, la speculazione selvaggia a cui è stata sottoposta la capitale con il Giubileo e i poteri speciali offerti a Roma Capitale. Che siano questi mezzi o siano gli “scudi penali” e i “fermi preventivi”, tutta la classe dirigente sta partecipando a una dura irregimentazione della collettività, per far digerire, con la forza o meno, il peggioramento delle condizioni sociali anche in virtà del finanziamento necessario al riarmo europeo.

I fascisti, oggi come allora, sono la manovalanza che viene ridestata nei momenti in cui la “democrazia” è d’intralcio, e ogni ipotesi alternativa vuole essere colpita violentemente. È con la consapevolezza dell’attualità della lotta che portava avanti Roberto che dobbiamo scendere in piazza il 28 febbraio, per l’anniversario del suo omicidio.

E dopo aver ribadito un’autonoma e indipendente lotta antifascista a Roma, bisogna continuare a farla contro il governo e contro le misure antipopolari condivise con l’opposizione, nella costruzione del No Sociale per la manifestazione nazionale del 14 marzo, e verso il referendum del 22-23 marzo.

Per rendere attuale la lotta di Roberto, sono tante le strade che oggi vanno percorso. Le sue ragioni sono vive ancora oggi, e vanno organizzate e fatte avanzare, giorno dopo giorno, quartiere dopo quartiere.

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