Il recente progetto promosso da Roma Servizi per la Mobilità nelle scuole superiori della Capitale — con l’intento dichiarato di spiegare agli studenti che Roma può essere vissuta senza l’utilizzo dell’auto privata — solleva una questione che non può essere liquidata con slogan pedagogici o campagne di sensibilizzazione.
L’idea, in sé, potrebbe persino apparire condivisibile: ridurre il traffico, abbattere l’inquinamento, ripensare il modello urbano in chiave collettiva. Ma quando la propaganda si scontra con la realtà materiale, è quest’ultima a parlare più forte.
Una città dove muoversi è una lotta quotidiana.
Chi vive e lavora a Roma conosce bene la condizione del trasporto pubblico: autobus che saltano le corse, attese interminabili alle fermate, metropolitane sovraffollate, linee ferroviarie urbane che diventano un terno al lotto. Per migliaia di studenti e lavoratori, ogni spostamento è una prova di resistenza.
Il servizio gestito da ATAC — tra carenze strutturali, mezzi obsoleti e manutenzioni insufficienti — non garantisce quella continuità e affidabilità che renderebbe davvero possibile abbandonare l’auto privata. Non si tratta di un capriccio individualista: è una necessità imposta dall’inefficienza del sistema.
La retorica contro la realtà sociale
Spiegare ai ragazzi che “si può vivere senza macchina” mentre le periferie restano mal collegate, mentre interi quartieri attendono autobus che non arrivano, significa ignorare la condizione concreta delle classi popolari.
Chi abita lontano dal centro, chi deve timbrare un cartellino all’alba, chi rientra di notte dopo un turno precario, non può affidarsi alla retorica. Senza un servizio pubblico efficiente e capillare, l’auto privata diventa l’unico strumento di sopravvivenza urbana.
Un’autentica politica progressista non si limita a educare al sacrificio individuale: investe massicciamente nel trasporto pubblico, assume personale, rinnova le flotte, estende le linee nelle periferie dimenticate.
Il diritto alla mobilità è un diritto di classe
La mobilità non è una questione morale, ma sociale. È un diritto. E come tutti i diritti, deve essere garantito dallo Stato e dalle amministrazioni locali.
Se davvero si vuole costruire una città meno inquinata e più giusta, bisogna partire da investimenti strutturali, non da lezioni nelle aule scolastiche. Prima si costruisce l’alternativa pubblica, efficiente e gratuita o quasi; poi si chiede ai cittadini di cambiare abitudini.
Diversamente, si rischia di trasformare una giusta battaglia ecologica in un’operazione di facciata, che scarica sulle spalle dei giovani e dei lavoratori le responsabilità di decenni di cattiva gestione.
Una scelta politica, non didattica
Il problema non è spiegare agli studenti che l’auto privata non è l’unico modello possibile. Il problema è farlo in una città dove il trasporto pubblico è percepito come inaffidabile.
Se Roma Servizi per la Mobilità vuole davvero convincere le nuove generazioni, inizi col garantire autobus puntuali, metropolitane funzionanti, collegamenti sicuri e continui tra centro e periferia. Solo allora la scelta di lasciare l’auto diventerà una possibilità reale, e non un atto di fede.
Perché la vera rivoluzione urbana non si insegna con le slide: si costruisce con investimenti pubblici, pianificazione seria e rispetto per chi ogni giorno attraversa questa città per vivere, studiare e lavorare.
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