Un autobus del trasporto pubblico con una ruota sprofondata nell’ennesima voragine dell’asfalto non è una fatalità. È il simbolo di una città lasciata a se stessa. A Roma, capitale d’Italia e metropoli europea, non può essere normale che un mezzo carico di lavoratori, studenti e pensionati finisca incastrato in una buca degna di una strada di guerra.
L’episodio — l’ennesimo — racconta molto più di un cedimento stradale. Racconta la fotografia di una gestione che ha scelto di rattoppare invece di ricostruire, di tagliare invece di investire, di affidarsi alle emergenze invece di programmare. E a pagare sono sempre gli stessi: chi non ha auto privata, chi si alza all’alba per attraversare la città, chi vive nelle periferie e conosce bene il rumore sordo delle sospensioni che cedono sull’asfalto crepato.
Non è solo una buca. È il risultato di anni di manutenzione frammentaria, di appalti al ribasso, di controlli insufficienti. È la conseguenza di una politica che ha trattato il trasporto pubblico come un costo da contenere e non come un diritto da garantire. Un autobus che sprofonda è un servizio pubblico che affonda.
La responsabilità politica non può essere diluita nella retorica dell’“emergenza imprevedibile”. Le strade di Roma sono un bollettino quotidiano di dissesto: carreggiate sfaldate, marciapiedi impraticabili, segnaletica cancellata. E mentre si inaugurano passerelle mediatiche, i quartieri popolari restano ostaggi dell’abbandono.
Una città governata nell’interesse collettivo investirebbe massicciamente nella manutenzione ordinaria, nella qualità dei materiali, nella trasparenza degli appalti, nella dignità del lavoro di chi ripara e controlla. Una giunta davvero popolare ascolterebbe i comitati di quartiere, i lavoratori del trasporto pubblico, i sindacati. Non aspetterebbe l’ennesimo cedimento per correre ai ripari con comunicati rassicuranti.
Il trasporto pubblico non è un favore concesso: è un diritto sociale. Le strade sicure non sono un lusso: sono infrastruttura di base. Ogni euro risparmiato sulla manutenzione si trasforma in un costo più alto pagato dalla collettività — in ritardi, in danni, in pericoli.
L’autobus sprofondato è l’immagine plastica di una politica urbana che ha perso contatto con la realtà materiale della città. E se l’asfalto cede sotto il peso di un mezzo pubblico, è perché prima è ceduta la visione di una Roma fondata sulla giustizia sociale, sulla pianificazione e sull’interesse comune.
La città eterna merita di meglio. I suoi cittadini, soprattutto quelli che non hanno alternative al mezzo pubblico, meritano rispetto. E il rispetto passa dalla manutenzione, dagli investimenti pubblici, dalla responsabilità politica. Perché quando sprofonda un autobus, non è solo la strada a cedere: è la credibilità di chi governo.
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