Il diciottesimo summit dei BRICS, andato in scena a Nuova Delhi il 12 e 13 settembre, segna un momento di passaggio, in cui i paesi membri devono capire cosa stanno diventando con l’allargamento del gruppo e se vogliono superare la natura di forum di coordinamento a bassa intensità istituzionale.
Gli obiettivi strategici dei diversi paesi si complicano con l’inclusione di attori portatori di interessi geopolitici divergenti, in particolare nel Golfo, mentre le rivalità o le tensioni già esistenti non sono certo state risolte. In questo ambito di cooperazione, inoltre, né l’India né la Russia hanno certo intenzione di riconoscere una superiorità politica ed economica alla Cina.
Eppure, il ruolo di quest’ultima nel consesso dei BRICS è palese. Con il suo ultimo allargamento, che ha portato a undici il numero dei membri effettivi e a una dozzina quello degli Stati partner, l’area rappresenta oggi circa il 40% del PIL mondiale calcolato a parità di potere d’acquisto e quasi metà della popolazione del pianeta. La Cina, da sola, pesa più degli altri membri storici messi insieme, sia in termini di PIL sia di commercio estero.
Pechino è pienamente conscia del suo ruolo, e delle tensioni che questo può comportare. Non rivendica formalmente la guida del gruppo, mantenendo intatta la forma del forum collegiale, con presidenza a rotazione e decisioni per consenso, ma nel meeting di Nuova Delhi ha però provato a fare un passo avanti, presentando cinque proposte che potrebbero andare oltre alle dichiarazioni retoriche dei comunicati congiunti. Proposte che mettono al centro tecnologia, commercio e cooperazione digitale.
La proposta più ambiziosa è quella di una comunità BRICS per lo sviluppo di un’intelligenza artificiale open source, accompagnata da una piattaforma cloud per l’ecosistema digitale e da iniziative per la formazione e la manifattura intelligente. E il tempismo, in questo caso, non è un dettaglio: Xi ha presentato le sue iniziative esattamente nello stesso fine settimana in cui, dall’altra parte del mondo, i vertici della Silicon Valley discutevano pubblicamente se rallentare la corsa all’IA.
Il 12 settembre Dario Amodei, fondatore di Anthropic, ha pubblicato un saggio intitolato “We Must Pace the Frontier“, in cui sostiene che il ritmo di sviluppo dei modelli più avanzati, accelerato anche da meccanismi di auto-miglioramento, rischia di superare la capacità stessa dell’uomo di comprenderli e controllarli. È difficile non notare un paradosso in questo appello: a chiederne una regolazione sono proprio alcuni dei vertici delle aziende che quello sviluppo lo stanno guidando e da cui traggono valore commerciale.
Non a caso, tra investitori e osservatori del settore alcuni hanno letto la proposta con scetticismo, mentre in molti hanno criticato che le proposte di regolamentazione che provengono dai “big” del settore sono elaborate in maniera tale da frenare soprattutto i concorrenti più piccoli e i modelli aperti, consolidando ulteriormente il potere di mercato di chi è già in testa.
La regolazione invocata da Amodei resta pensata come qualcosa che si costruisce principalmente attraverso accordi tra grandi aziende e governi, con un forte ruolo degli Stati Uniti e dei loro alleati. Una pressione considerata troppo debole per Trump, soprattutto ora che ha aperto una faglia netta nel mondo euroatlantico.
Il tycoon ha respinto pubblicamente la richiesta di rallentamento della corsa dell’IA, proprio il giorno successivo al vertice di Nuova Delhi, affermando che gli USA sono in vantaggio sulla Cina nel campo dell’intelligenza artificiale, e definendo “forze negative” chi solleva il tema della cautela.
La Cina, dal canto suo, ha respinto la proposta di Amodei quasi negli stessi termini: un portavoce del ministero degli Esteri l’ha liquidata come un esercizio utile a “diffondere paura“, mentre il tabloid Global Times, legato al quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cinece, l’ha definita, senza troppi giri di parole, una “silente guerra fredda dell’IA“.
Il Dragone non intende sottoscrivere alcun accordo che rallenti lo sviluppo dei propri modelli. Ma la contro-proposta non è una corsa senza regole: è, piuttosto, la costruzione di un sistema di governance alternativo, presentato come multilaterale, paritario e aperto a chiunque voglia aderirvi, pensato esplicitamente per includere il Sud globale come parte in causa, non come destinatario passivo.
Xi lo ha detto esplicitamente nel discorso conclusivo del vertice, invocando “un ampio quadro globale di governance dell’IA basato sul consenso“, una formula che si contrappone alla possibilità che gli standard vengano definiti principalmente a Washington o nella Silicon Valley, e poi “adottati” (leggi: imposti) dal resto del mondo.
La proposta cinese si affianca all’invito, rivolto ai membri BRICS, ad aderire alla World AI Cooperation Organization (WAICO), lanciata da Pechino già a luglio e che conta oggi una trentina di Paesi firmatari distribuiti tra Asia, Africa, America Latina ed Europa, ovvero un’organizzazione più ampia degli stessi BRICS.
Le altre iniziative comprendono un partenariato tra le zone economiche speciali del blocco, una piattaforma digitale condivisa per le industrie tecnologiche e il sostegno alla transizione dei Paesi membri verso la manifattura intelligente.
Il complesso di queste proposte pone le basi per un possibile ecosistema digitale più integrato tra BRICS e altri paesi del Sud globale, potenzialmente meno dipendente dalle infrastrutture e dagli standard tecnologici statunitensi. È uno scenario che potrebbe intrecciarsi anche con il progetto, ancora in sviluppo, di un sistema comune di pagamenti in valuta locale, proposto due anni fa dalla Russia, scottata dall’esclusione dal sistema SWIFT nel 2022.
Mentre il primo tentativo, il “BRICS Pay”, è ancora in una fase di sperimentazione, nella dichiarazione di Nuova Delhi si continua a incoraggiare la BRICS Payments Task Force (BPTF) per progettare un sistema indipendente, escludendo però espressamente una valuta comune alternativa al dollaro.
Anche questo mostra che trasformare però queste iniziative in una vera infrastruttura alternativa richiederebbe molto di più: non solo software e conoscenza condivisa, ma anche cavi sottomarini, data center, energia, capacità di calcolo e, soprattutto, accordi sulla proprietà e il controllo dei dati.
La Cina ha molte delle competenze necessarie per contribuire allo sviluppo di questo processo, ma bisognerà vedere quanto effettivamente questa nuova rete sarà “orizzontale”, o se verrà affossata dai timori degli altri paesi di passare da una dipendenza tecnologica a guida statunitense a una a guida cinese.
Alla fine, il confronto tra le due traiettorie che si sono manifestate nello stesso fine settimana racconta più di ogni altro dettaglio dove si sta spostando la competizione globale sull’intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti dispongono oggi di un ecosistema tecnologico dominante, fondato su imprese leader nei modelli, nel cloud e nelle filiere dei semiconduttori, oltre a poter disporre di significativi capitali e alleanze internazionali. A ciò si aggiungono “armi” unilaterali, quali le restrizioni all’export.
La Cina, al contrario, sta cercando di trasformare il proprio sviluppo tecnologico in un ecosistema internazionale attraverso modelli aperti, formazione tecnica, piattaforme cloud e nuove istituzioni multilaterali. Non è ancora chiaro quanto questo progetto riuscirà a ridurre la dipendenza del Sud globale dalle tecnologie occidentali. Ma è proprio questa la nuova frontiera della competizione: non soltanto chi svilupperà l’IA più avanzata, ma chi riuscirà a costruire l’ecosistema tecnologico internazionale nel quale quella tecnologia verrà adottata.
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