Una città “virtuosa”
Il Comune di Brescia chiude il 2025 con conti in ordine e un avanzo di oltre 110 milioni di euro.
La narrazione è quella della solidità, della prudenza, della buona amministrazione. Ma la questione vera resta un’altra: a chi serve questa virtù?
Il segreto dei conti: A2A
Dietro i conti in ordine c’è un dato strutturale: i dividendi di A2A. Decine di milioni ogni anno, una rendita stabile che permette al Comune margini che altre città non hanno. Brescia non è solo “virtuosa”. È una città che può permettersi di esserlo.
Da dove vengono quei soldi?
Quei dividendi derivano però in gran parte da servizi essenziali: energia, gas, rifiuti. Ossia da ciò che i cittadini pagano ogni giorno. Il circuito è chiaro: le bollette alimentano i profitti, i profitti alimentano il bilancio comunale. Una ricchezza pubblica costruita su bisogni privati.
Le domande che mancano
E allora le domande diventano inevitabili. Se il Comune dispone da anni di avanzi così consistenti, perché il problema abitativo resta irrisolto? Perché la povertà cresce o si trasforma senza una risposta pubblica forte? Perché il welfare viene delegato alla carità della Chiesa cattolica o di associazioni laiche?
Casa: il nodo ignorato
A Brescia il costo della vita legato all’abitare è in aumento costante. Le spese per la casa (affitti, bollette, manutenzione) sono cresciute del 5,6% in un anno. Gli affitti continuano a salire (+4,4% annuo). Le bollette elettriche e i costi energetici aumentano più dell’inflazione generale E non sono dettagli tecnici.
Secondo i dati nazionali, la povertà è molto più diffusa tra chi vive in affitto, con incidenze fino al 18,5% Tradotto sul piano locale ciò significa che
la crisi abitativa non è un problema marginale, ma uno dei principali fattori di impoverimento. Eppure, non si vede un piano strutturale pluriennale di edilizia popolare o di calmierazione degli affitti.
Eppure a Brescia il problema abitativo non è un’impressione: è un dato di fatto. Le Caritas lombarde parlano ormai apertamente di “domanda sociale crescente e offerta inadeguata”, con un aumento continuo delle famiglie che non riescono più a sostenere il costo dell’abitare Non si tratta solo di chi è senza casa. Sempre più spesso si tratta di persone che una casa ce l’hanno — ma non riescono più a mantenerla.
A Brescia città, i segnali sono chiari dall’ aumento delle richieste di aiuto per alloggio (+11% degli interventi Caritas), alla crescita significativa delle persone incontrate nei servizi (+17% in un anno), al raddoppio delle persone senza dimora intercettate dall’Unità di strada (+126%)
E questo è solo ciò che emerge dai circuiti di assistenza. Dietro questi numeri c’è un fenomeno più profondo: la casa sta diventando il principale fattore di impoverimento urbano.
Ma, mentre le graduatorie per l’edilizia residenziale pubblica continuano a crescere (a livello nazionale ormai composte per metà da cittadini italiani e metà da stranieri), l’offerta pubblica resta insufficiente e spesso in contrazione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: liste d’attesa lunghe, patrimonio pubblico insufficiente, accesso sempre più difficile.
Sfratti, precarietà, invisibilità
Il disagio abitativo in Lombardia — e nelle città come Brescia — è dunque sempre più legato a difficoltà nel pagamento degli affitti, morosità, rischio sfratto. Le stesse Caritas parlano di famiglie che vivono in una condizione costante di instabilità, dove la perdita della casa è una possibilità concreta e imminente E qui emerge un altro paradosso: cresce la pressione abitativa e gran parte del patrimonio resta inutilizzata o non assegnabile, per mancanza di investimenti o di politiche attive.
Povertà: un fenomeno che cambia volto
A livello nazionale oltre l’8,4% delle famiglie è in povertà assoluta, quasi il 10% della popolazione non può permettersi un pasto proteico regolare. E un dato è particolarmente significativo: la crescita delle richieste di aiuto riguarda sempre più anche il Nord Italia.
Questo significa che città come Brescia non sono affatto immuni. La povertà non è più solo marginalità estrema. È precarietà lavorativa, difficoltà a sostenere affitti e bollette, erosione del reddito reale e in questo contesto, il ruolo crescente degli enti caritativi — in particolare quelli legati alla diocesi — non è un segnale di forza, ma di arretramento del pubblico.
I dati della Caritas bresciana raccontano una trasformazione silenziosa. Dal 2023 aumentano i disoccupati tra le persone assistite, crescono i residenti che chiedono aiuto (non più solo marginalità esterna), si espande la povertà “ordinaria”, quella che colpisce chi lavora ma non arriva a fine mese. E soprattutto: il sistema di risposta è sempre più fondato su interventi materiali (73%: cibo, beni, servizi). Non politiche strutturali, ma gestione dell’emergenza delegata di fatto alla rete Caritas, al volontariato, al terzo settore Insomma, il pubblico arretra, la carità avanza.
Ambiente: un equilibrio impossibile?
Il Comune è insieme regolatore ambientale e beneficiario degli utili di a2a . Questo crea una tensione strutturale. Quando la stessa realtà che dovrebbe essere controllata è anche quella da cui dipendono le risorse del bilancio, il rischio è evidente: le scelte radicali in materia di tutela dell’ ambiente diventano più difficili. Non serve dimostrarlo con atti espliciti. E’ una questione di struttura del potere.
Brescia come la repubblica di Genova?
Tra XV e XVIII secolo la Repubblica di Genova finì per dipendere dal Banco di San Giorgio. Non era solo una questione economica, ma politica: lo Stato si piegava alla propria fonte di finanziamento. Oggi Brescia rischia qualcosa di simile.
Un Comune che dipende strutturalmente dai dividendi di una società è un comune che difficilmente può permettersi di metterne in discussione il modello.
Una città ricca, ma diseguale
Gli “avanzi di Castelletti” raccontano una verità scomoda. Brescia è una città ricca.
Ma questa ricchezza non viene redistribuita in modo strutturale, non risolve il problema abitativo, non affronta la nuova povertà urbana. E allora la domanda è inevitabile: questa ricchezza pubblica è davvero al servizio dei cittadini, o serve a mantenere un equilibrio che conviene a pochi?
Un tesoretto che deve scegliere da che parte stare
A questo punto, il problema non è più tecnico. È politico. Brescia ha risorse, margini, un “avanzo” strutturale. Perché questa ricchezza non viene usata per cambiare davvero le condizioni di vita? Perché non si investe adeguatamente in edilizia pubblica massiccia, recupero degli alloggi sfitti, sostegno diretto agli affitti, politiche universali contro la povertà? Perché si preferisce mantenere un equilibrio che funziona nei bilanci ma non nella vita reale?
Gli “avanzi di Castelletti” non sono neutri. Sono una scelta. E ogni scelta implica una responsabilità. O questa ricchezza viene redistribuita, oppure diventa uno strumento di stabilizzazione del sistema di potere esistente. O serve a ridurre le disuguaglianze, oppure finisce per legittimarle.
E allora il punto è chiaro. Non basta osservare. Serve una domanda collettiva, politica, pubblica: dove devono andare quei soldi?
Nelle riserve di bilancio o nelle case popolari? Nei margini amministrativi o nella vita concreta delle persone? Perché una città non si misura dai suoi avanzi. Si misura da come li usa. E oggi, a Brescia, questa è una partita ancora tutta aperta.
* da La Brescia del Popolo
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa
