Brescia ama raccontarsi come la capitale del lavoro, dell’impresa e della produzione. Una provincia che esporta nel mondo, che resiste alle crisi e che continua a rappresentare uno dei motori economici più importanti del Paese.
Secondo i dati recentemente richiamati dalla CGIA di Mestre e rilanciati dalla stampa locale, nel Bresciano il lavoro nero e l’economia sommersa generano un giro d’affari stimato in circa 1,5 miliardi di euro all’anno. Una cifra impressionante, che dovrebbe far riflettere non soltanto le istituzioni ma l’intera comunità provinciale.
Un problema che attraversa tutta la provincia
Quando si parla di lavoro nero si pensa spesso all’agricoltura e ai casi più eclatanti di caporalato. Ma la realtà è molto più ampia.
Il lavoro irregolare è presente nelle campagne, nei cantieri, nella logistica, nella ristorazione, nei servizi alla persona, nel lavoro domestico e persino in alcune attività manifatturiere. Dalle badanti agli operai, dai lavoratori stagionali ai giovani assunti senza adeguate tutele, il fenomeno assume forme diverse ma produce sempre lo stesso risultato: salari più bassi, diritti ridotti e maggiore ricattabilità.
In una provincia che conta centinaia di migliaia di lavoratori, il sommerso non rappresenta una semplice anomalia. È una componente che continua a incidere pesantemente sul mercato del lavoro.
Il vero volto dello sfruttamento
Da anni il dibattito pubblico viene spesso concentrato sull’immigrazione. Ma i numeri raccontano una storia diversa.
Il lavoro nero non esiste perché arrivano lavoratori stranieri. Esiste perché qualcuno li assume in nero.
Se un imprenditore può impiegare personale senza contratto, pagarlo meno del dovuto, evitare contributi e controlli, il problema non è la provenienza del lavoratore ma il meccanismo economico che trae profitto dalla sua debolezza.
Chi paga il conto?
Quando un lavoratore viene assunto in nero non perde soltanto una parte del salario.
Perde contributi previdenziali, tutele contro gli infortuni, diritti sindacali, ferie, malattia e prospettive pensionistiche.
Ma il danno non riguarda soltanto lui. Ogni euro sottratto alla contribuzione e alla fiscalità rappresenta una perdita per l’intera collettività.
La contraddizione bresciana
Com’è possibile che una delle province più ricche e produttive d’Europa conviva con un’economia sommersa di queste dimensioni?
La risposta probabilmente non è semplice. Ma è difficile evitare una conclusione: una parte della ricchezza prodotta sul territorio continua a poggiare su forme più o meno evidenti di precarietà, sottoinquadramento e sfruttamento del lavoro.
Una responsabilità che riguarda tutti
Da anni le organizzazioni sindacali denunciano il fenomeno. Tra queste in prima le appartenenti al sindacalismo di base, come USB, Cobas, CUB, che da tempo richiamano l’ attenzione sulle condizioni di sfruttamento presenti in diversi comparti produttibi del territorio bresciano.
Ma se davvero si vuole contrastare il lavoro nero non basta indignarsi di fronte ai numeri. Occorre creare le condizioni affinché i lavoratori possano denunciare senza essere lasciati soli. Troppo spesso chi subisce sfruttamento teme ritorsioni, il licenziamento o l’emarginazione. In molti casi, soprattutto per i lavoratori stranieri, il permesso di soggiorno continua a rappresentare uno strumento di pressione che rafforza il potere del datore di lavoro e rende ancora più difficile far emergere gli abusi.
Allo stesso tempo occorre affrontare il tema dei salari. In un territorio dove non mancano casi di lavoratori formalmente assunti per poche ore ma impiegati per giornate molto più lunghe, il dibattito sul salario minimo non può più essere rinviato.
Garantire una retribuzione dignitosa significa anche combattere quella zona grigia nella quale il lavoro sottopagato e quello irregolare finiscono spesso per confondersi.
Ciò significa assicurare un salario minimo in tutti i settori a partire dai 12 euro lordi l’ora mettendo così fine alle centinaia di persone assunte a 4 o 6 ore al giorno, mentre in realtà ne fanno 12 di cui solo la metà (o anche meno!) pagate.
Il Tribunale del Lavoro di Brescia, da quando ha cominciato a non riconoscere le ore straordinarie e a rigettare i ricorsi con le richieste dei lavoratori di essere pagati per tutte le ore affettivamente svolte, ha inferto un durissimo colpo a chi lavora e non si vede retribuito il dovuto.
Il “datore di lavoro” e il dipendente non devono essere messi sullo stesso piano. Non sono “due facce della stessa medaglia”.
Andrà spiegato che è sbagliato se un lavoratore fa lo straordinario e nessuno glielo paga!
Vi è poi una questione più generale che riguarda il funzionamento dell’intero sistema economico. Non può esserci una vera lotta allo sfruttamento se continuano a prevalere la logica degli appalti al massimo ribasso e una concorrenza fondata sulla compressione del costo del lavoro.
Chi rispetta contratti e diritti non dovrebbe essere penalizzato rispetto a chi costruisce i propri margini sulla riduzione delle tutele.
Ma sarebbe troppo facile attribuire ogni responsabilità soltanto a qualche imprenditore senza scrupoli. Esiste anche una responsabilità sociale diffusa. Una parte dei cittadini continua a tollerare il lavoro nero quando permette di spendere meno per una badante, per un collaboratore domestico, per un operaio o per un lavoratore stagionale. Talvolta si accetta persino che siano i propri figli a lavorare senza adeguate garanzie pur di avere un’occupazione.
Per questo il miliardo e mezzo di euro dell’economia sommersa bresciana non rappresenta soltanto un problema di legalità. È il sintomo di una contraddizione profonda che attraversa una parte del nostro modello di sviluppo e della nostra cultura civile.
Ecco perché da queste pagine continueremo a denunciare le ipocrisie della “Brescia democratica” che non fa nulla- ad esempio- per chi nei musei lavora mesi con retribuzioni di 5 euro l’ora lordi. E’ inaccettabile!
E perché non introdurre nel nostro ordinamento sanzioni per i “consulenti del lavoro” che “insegnano” a evitare leggi e contratti e non pagare il dovuto? Sarebbe un contributo per combattere “la concorrenza sleale” e non fare più concorsi per “gli appalti al massimo ribasso”.
Vogliamo riempirci la bocca di parole come merito, lavoro e dignità, oppure avremo il coraggio di riconoscere che non può esistere una società davvero giusta quando una parte della sua ricchezza continua a poggiare sul lavoro invisibile, sottopagato e senza diritti? Finché questa domanda resterà senza risposta, il miliardo e mezzo dell’economia sommersa continuerà a rappresentare il lato oscuro della locomotiva bresciana.
* da La Brescia del Popolo
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa