La procura di Torino ha avuto il via libera per 16 delle 19 misure cautelari richieste per altrettanti manifestanti al corteo del 31 gennaio scorso contro lo sgombero di Askatasuna.
A firmare è stata ieri la giudice per le indagini preliminari, Giulia Caveglia, che ha sottoscritto due provvedimenti in carcere, sette arresti domiciliari, sei divieti di dimora e un obbligo di firma. La quasi totalità riguardano persone concentrate nel capoluogo piemontese e dintorni, ma altre città sono state interessate, tra cui Genova e Firenze.
Caduta la tesi portata in un primo momento dal pm Paolo Scafi (devastazione e saccheggio), i reati imputati sono resistenza aggravata, lesioni a pubblico ufficiale, danneggiamento, travisamento, porto di oggetti atti all’offesa e rapina. «Non isolati episodi di violenza tra loro scollegati – scrive la gip – ma un contesto di vera e propria guerriglia urbana, ben pianificata e organizzata».
Al corteo partecipano 50mila persone, mentre circa 1.500 presero parte agli scontri. Il reato più grave, tentato omicidio, per cui è stato chiesto il carcere, si riferisce all’episodio di una camionetta della polizia data alle fiamme. Il fatto sarebbe avvenuto poco prima delle 19, quando un manifestante ha inserito una torcia tra il parabrezza del mezzo e la griglia di protezione, mentre un altro ha posizionato un pallet che poi ha preso fuoco.
In quegli istanti alla guida del mezzo si trovava un agente, sceso in pochi secondi. Il mezzo è poi stato spento dall’idrante della polizia.
La difesa contesta la ricostruzione dei fatti: l’indagato ha ammesso di essersi trovato nei pressi della camionetta, ma di non aver partecipato all’assalto, come risulta dai video portati come prova. L’uomo sarebbe stato però riconosciuto dall’agente che si trovava all’interno del veicolo.
Un altro episodio riguarda invece il pestaggio da parte di alcuni manifestanti di un poliziotto, contro il quale è stato usato anche un martello. Un diciannovenne è stato accusato di rapina per essersi impossessato dello scudo, poi ritrovato, e della maschera antigas.
Ma è il concorso a pesare. Per lo stesso reato, infatti, ma in un altro procedimento, è stato imputato un 22enne della provincia di Grosseto, arrestato in flagranza differita, poche ore dopo la manifestazione. Per lui la procura ha chiesto 4 anni: il giovane, giudicato secondo rito abbreviato, è stato riconosciuto nel gruppo dell’aggressione, a cui però non avrebbe partecipato direttamente.
La tesi di una «regia preordinata», anche se non spunta nei reati contestati, è però attribuita a tre soggetti, per cui sono stati chiesti i domiciliari. Secondo le ricostruzioni uno era alla guida di un furgone noleggiato, l’altro si occupava dell’impianto acustico sistemato dietro e un terzo è intervenuto al microfono, tutti e tre a volto scoperto.
Quello al microfono è Stefano Millesimo: per lui è in corso anche un procedimento per pericolosità sociale basato proprio sui suoi interventi di speakeraggio durante le manifestazioni, non sono state infatti attribuite condotte violente.
La procura lo riconosce come leader e organizzatore non solo di Askatasuna, ma anche in contesti No Tav. Millesimo però non risulta indagato nel processo Sovrano, riguardante il movimento valsusino. I promotori avevano «in animo di realizzare uno scontro duro e frontale con le forze di polizia», contesta però la gip, che a giustificazione cita l’assemblea pubblica del 17 gennaio, in cui si sono susseguiti circa 50 interventi sullo stato del dissenso in Italia e sulle politiche repressive del governo Meloni, da cui sono state estrapolate alcune frasi a giustificazione delle intenzioni di guerriglia.
«Le istituzioni vogliano trasformare il dissenso e il conflitto sociale in un problema di ordine pubblico», risponde Askatasuna che punta il dito contro la lettura della gip: «Non tiene conto della spontaneità della rabbia di quella giornata e cerca di rinchiuderla tutta all’interno del solito teorema di “un’oscura premeditazione”».
Intanto per sabato è attesa una nuova manifestazione contro il riarmo e il carovita convocata dal coordinamento Torino in piazza, a cui hanno aderito in via informale in particolare i collettivi universitari, alla seconda settimana di occupazione del Campus Einaudi.
* da il manifesto
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