Menu

Gli Usa cambiano strategia, ma per prendere tempo

La «tregua» di due mesi derivante dal Memorandum of Undestanding firmato in Svizzera è finita, e dunque torna il momento delle provocazioni che preludono a una ripresa dei bombardamenti Usa e israeliani.

Due notizie pressoché contemporanee confermano l’impressione. Gli Emirati Arabi – lo Stato del Golfo più allineato con gli interessi Usa – ha dichiarato che Tutti gli scambi commerciali, le transazioni finanziarie e gli scambi con l’Iran sono stati sospesi fino a nuovo avviso“. Una misura economicamente trascurabile – i rapporti tra i due paesi sono da tempo ai mini termini – ma politicamente “eccitante”.

La dichiarazione è giunta dopo quella del Ministero della Difesa emiratino, secondo cui la difesa aerea aveva rilevato due missili balistici lanciati dall’Iran, uno dei quali è caduto al di fuori delle acque territoriali del Paese e l’altro al loro interno. Come si vede, due autentici buchi nell’acqua vengono elevati al rango di «attacco cui è necessario rispondere».

Tra l’altro occorre anche dire che Tehran smentisce seccamente di aver sparato due missili e attribuisce il fatto ad «un’operazione falsa bandiera». Ossia ad un deliberato «fuoco d’artificio» statunitense o israeliano (altri soggetti interessati non ce ne sono, per ora) per riattizzare la tensione.

Nei mesi scorsi l’Iran aveva diverse volte preso di mira le basi Usa nel Golfo, quindi anche negli Emirati, dimostrando una notevole precisione che ha provocato danni serissimi alle strutture militari, accompagnata da una rivendicazione piena e motivata. Se insomma Tehran avesse davvero deciso di attaccare non avrebbe fatto due buchi nell’acqua e avrebbe anche spiegato il perché.

La seconda notizia viene ovviamente da Washington e riguarda l’annuncio di un «cambio di strategia» contro l’Iran: dagli attacchi missilistici al «lento strangolamento dell’economia». Enunciata dal ministro del tesoro Bessent questa svolta indica più cose.

In primo luogo che la scarsità di missili sia difensivi che offensivi (i Patriot tra i primi e i Tomahawk tra i secondi sono i modelli più noti) è effettivamente un problema al momento insormontabile per l’esercito Usa. Anche i contratti firmati ad occhi chiusi per «incentivare la produzione» non potranno sortire grandi risultati a breve termine (le linee di montaggio vanno installate, testate e poi si vede, anche perché diversi componenti in “terre rare” vengono dalla Cina e sono sottoposte alle “controsanzioni” di Pechino).

In secondo luogo il cambio indica che che gli Stati Uniti non intendono affatto rinunciare alle loro pretese di piegare l’Iran e l’«asse sciita», ma sono costretti a rinviare a un tempo migliore il redde rationem militare (il che probabilmente incontra la rabbia di Netanyahu, che stava facendo pressione – insieme a dei «teorici della guerra» statunitensi – per l’eventuale utilizzo di testate nucleari «tattiche», ossia di minor potenza e/o livelli di radioattività).

La terza evidenza è che questa strategia «economica» ha forse ancora minori probabilità di successo rispetto a quella militare.

Sei mesi di guerra hanno chiarito che il blocco di Hormuz – sia da parte iraniana che americana – sono un problema per l’economia mondiale, fin qui attenuato grazie al rilascio di grandi quantità di greggio dalle «riserve strategiche» dei principali paesi del mondo, oltre che alla sospensione delle sanzioni al petrolio iraniano già caricato sulle navi e a quello russo, che di fatto arriva sui mercati grazie a triangolazioni varie, peraltro benedette dagli stessi euro-idioti che continuano a sfornare «pacchetti di sanzioni contro Mosca» senza neanche rendersi conto del boomerang che ciò comporta da quattro anni a questa parte.

In più, è ormai arcinoto che numerose altre vie commerciali non marittime sono state aperte in seguito a progetti realizzati ben prima della guerra (come la ferrovia cinese che ora raggiunge Tehran) e a causa di quest’ultima (il Pakistan ha moltiplicato i punti di passaggio alla frontiera). E questo senza neanche calcolare le nuove rotte che attraversano il mar Caspio in direzione della Russia.

Quella che si prospetta, dunque, è una sorta di «tregua guerreggiata», un conflitto a medio-bassa intensità ma di durata indeterminata. Che possa essere ben accetta a Tel Aviv è escluso; che possa funzionare nei confronti di Tehran, anche. Che possa proseguire anche dopo le elezioni di midterm negli Stati Uniti – primo martedì di novembre – è altamente incerto, perché il Congresso, dopo essere stato rinnovato per metà, potrebbe non garantire più una maggioranza a Trump ed essere condizionato da una pattuglia «socialista» che va assumendo toni e dimensioni sempre meno trascurabili.

Nel frattempo Trump gioca a “padrone del mondo” dichiarando lo Stretto di Hormuz come “territorio americano” e postando una cartina in cui “si impossessa” di pezzi di Emirati ed Oman, oltre che di frammenti di territorio  iraniano.

E’ quel che gli è rimasto del potere coloniale e imperialista di un tempo: quello di “nominare” qualsiasi cosa in un modo che ne illustrava il dominio reale. Ora serve solo per il tempo di un tweet…

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *