«La situazione è insostenibile. Abbiamo bisogno del sostegno dell’UE per ristabilire la normalità. Se cade Ceuta, cade l’Europa».
Con queste parole, il presidente della città autonoma spagnola, Juan Jesús Vivas, ha lanciato lunedì un appello in conferenza stampa al Parlamento europeo.
Queste dichiarazioni del presidente Vivas sono lo specchio della natura ancora fortemente coloniale e predatoria delle “fortezza europea”.
Ceuta infatti non è una semplice “città spagnola” in terra africana, ma è un avamposto coloniale, l’ultimo tassello di un mosaico imperialista che i Paesi europei prima e l’Unione Europea poi non hanno mai smantellato, ma solo rinnovato sotto le spoglie della partnership e della cooperazione.
Per comprendere la portata della frase di Vivas, occorre rovesciarne il senso. Se cade l’enclave, non cade l’Ue come spazio fisico o politico, ma cade la narrazione di un’Europa civile, democratica e accogliente, che per secoli ha depredato i territori di tutto il mondo con il sangue e il ferro.
Ceuta fu conquistata dal Portogallo già nel lontano 1415, per poi passare in mano spagnola nel 1668, in un’epoca in cui le potenze europee si spartivano il mondo come un bottino.
Oggi, i più di 150 morti causati dalla reazione spagnola del socialista Sanchez in luglio sono lo stesso simbolo di una politica che esternalizza la morte nel Mediterraneo, mentre i corpi vengono contati come danni collaterali di un sistema che vuole tenere la “giungla” fuori dal “giardino europeo”.
L’appello di Vivas all’UE non è quindi un grido di aiuto, ma una richiesta di rinforzi per mantenere in vita una struttura che la storia ha
La “normalità” che egli invoca è quella di un’enclave dove l’esercito spagnolo pattuglia le strade, dove la lingua e la moneta sono imposte da un governo lontano mille chilometri, e dove la popolazione musulmana, di origine marocchina, vive in uno status di cittadino di serie B, sospesa tra due sponde e due identità, ma sempre soggetta a un potere che non ha mai chiesto il permesso di restare.
La richiesta di sostegno comunitario – che si tradurrà in fondi Frontex, mezzi blindati e accordi bilaterali con Rabat – non è che l’ennesima declinazione del vecchio patto coloniale: cooperazione in cambio di contenimento, aiuti in cambio di sottomissione.
La storia dell’enclave è la prova che la decolonizzazione non è mai realmente avvenuta, ma è stata solo rimossa dalla memoria ufficiale, sostituita da un racconto di “storia condivisa” che nasconde il saccheggio, lo sfruttamento e la gerarchia razziale su cui si fonda il capitalismo moderno.
L’Europa che Vivas dice di voler salvare è quella che è complice dell’occupazione israeliana e il genocidio in atto in Palestina, che ha pagato la Turchia per bloccare i rifugiati siriani, che ha siglato accordi con la Libia per costruire i lager, che ha trasformato il Mediterraneo in un cimitero di Stato, è l’Europa del modello Albania del governo meloni come modello per tutta l’Ue per gestire l’immigrazione.
È l’Unione Europea che, con il suo green deal e i suoi PNRR, continua a estrarre risorse dall’Africa, mentre chiude le porte alle persone che fuggono dalle stesse crisi che il colonialismo ha contribuito a creare.
Se cade Ceuta, cade questa Europa: quella dei patti di frontiera, della tolleranza selettiva, della democrazia a due velocità e dei doppi standard internazionali sulle controversie internazionali.
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