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Trump/1. Fenomenologia di un passaggio storico. Le relazioni alla conferenza del 4 marzo

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Sabato 4 marzo si è svolta a Roma la conferenza organizzata dalla Rete dei Comunisti dal titolo "Donald Trump, fenomenologia di un passaggio storico". Dopo la relazione introduttiva si sono susseguiti gli interventi di Marco Santopadre, di Joaquin Arriola, di Giorgio Cremaschi, di Bruno Steri, di Luciano Vasapollo, di un compagno del collettivo comunista Genova City Strike, di un compagno del collettivo Militant, di Sergio Cararo. Un dibattito denso sulle tendenze e le prospettive di un mondo in cui la rivalità tra blocchi geopolitici e potenze concorrenti sembrano aumentare in un quadro di crescente tendenza alla guerra.

Pubblichiamo di seguito la relazione introduttiva di Marco Santopadre e a seguire quella di Joaquin Arriola, docente presso l'Università del Paese Basco, corredata da alcuni grafici. Nei prossimi giorni pubblicheremo altri interventi.

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Donald Trump: una conseguenza, non una causa

Marco Santopadre

Intanto occorre dire che l’iniziativa di oggi nasce in continuità con le riflessioni al centro del convegno organizzato dalla Rdc nel dicembre scorso, “Il vecchio muore ma il nuovo non può nascere”, i cui atti saranno disponibili nelle prossime settimane, raccolti nel nuovo numero della rivista cartacea Contropiano. Come abbiamo avuto modo di affermare in diverse occasioni, siamo di fronte ad un passaggio di fase di carattere epocale rispetto al quale dobbiamo, come dire, “prendere le misure” e anche le relative contromisure.

L’ascesa al potere del miliardario statunitense contro l’esponente dell’establishment liberale Hillary Clinton, insieme alla vittoria della Brexit nel referendum in Gran Bretagna e all’ampia vittoria del No (considerando anche la consistente partecipazione al voto) nel referendum costituzionale che ha segnato la fine del governo Renzi, vanno tutte considerate conseguenze di un passaggio di carattere storico. 

L’entrata in scena e l’elezione di Donald Trump suggellano, sanzionano una tendenza di natura internazionale che in realtà si è già ampiamente affermata negli anni scorsi: la globalizzazione è finita, e da tempo.
Contrariamente a quanto molti compagni pensano, anche a causa di una capillare e martellante campagna mediatica realizzata da quegli stessi giornali e tv che avevano vaticinato la vittoria di Hillary Clinton, affiancati da una straordinaria ma inefficace mobilitazione del mondo dello spettacolo, dell’arte, dell’intellettualità liberal, Trump non è la causa di un innalzamento della tensione sul piano interno e su quello internazionale, ma è il risultato di una accresciuta tensione a livello globale che ha anche riattizzato le mobilitazioni da parte dei membri delle minoranze etniche all’interno del paese. Come l’elezione di Trump infatti anche il nuovo ciclo di lotte che attraversano gli USA (al netto ovviamente dell’intervento delle reti legate direttamente al Partito Democratico e alla fondazioni controllate da George Soros) è il risultato di una profonda crisi del modello statunitense. La disoccupazione in costante crescita e l'aumento delle diseguaglianze, associate al fallimento delle politiche sociali delle precedenti amministrazioni, riportano alla luce vecchie contraddizioni e discriminazioni mai risolte dal "sogno americano". Ma alla crisi sistemica del capitalismo e al conclamato declino della superpotenza statunitense e della sua egemonia non solo un pezzo importante dei gruppi dirigenti Usa, ma anche vasti e trasversali strati sociali, rispondono con lo slogan “facciamo di nuovo grande l’America”, una vera e propria dichiarazione di guerra nei confronti di coloro che, all’interno e all’esterno del paese, a torto o a ragione, vengono ritenuti responsabili del disastro. Venendo a mancare la possibilità di poter esercitare una ormai tramontata egemonia politica, economica e culturale che le potenze rivali rifiutano, gli Stati Uniti perseguono ormai apertamente l'affermazione unilaterale del loro potere quasi esclusivamente per via militare.

La vicenda Trump a nostro avviso rappresenta la fenomenologia di un passaggio storico che non va sottovalutato e che è caratterizzato da una vera e propria escalation della competizione globale tra poli geopolitici e potenze globali e regionali di diversa natura.

Da uno scenario di competizione/concertazione tra potenze e blocchi geopolitici al centro per anni delle politiche dell’amministrazione Obama si sta passando ora rapidamente ad un altro quadro caratterizzato da uno scontro diretto ed aspro tra interessi irriducibili, che rende sempre più inefficaci e impossibili quelle istituzioni globali, quelle camere di compensazione tra interessi diversi che hanno caratterizzato la fase precedente.
Il nuovo ordine mondiale, contraddistinto dal “tutti contro tutti”, mette in discussione in primo luogo i trattati multinazionali di diverso tipo – dal Fmi al Wto, passando per il Ttip e per il Tpp fino alla Nato – che hanno segnato la fase storica instaurata dagli equilibri internazionali prodotti dal Secondo Conflitto Mondiale. Abbiamo a lungo avvertito i nostri interlocutori sul fatto che concentrare gli sforzi contro il Ttip piuttosto che contro l’imperialismo e la guerra avrebbe rappresentato un inutile e fuorviante spreco di forze e di tempo. Non perché non fosse giusto, sacrosanto combattere un trattato che mina la democrazia e i diritti sociali e ambientali nel nostro continente, ma perché gli stessi interessi del capitale imperialista europeo insieme a quelli dell’altra sponda dell’oceano si sarebbero incaricati di far naufragare il progetto.

Da questo punto di vista sono assai significative le dichiarazioni e i primi atti dell’amministrazione Trump, a partire da quelle contro la Germania, accusata di utilizzare l’Unione Europea come strumento di dominio dello spazio europeo (ovviamente in sostituzione della tradizionale tutela da parte di Washington), o contro il Giappone, contestuali al naufragio del TPP, l’equivalente asiatico del Ttip. Per non parlare della sempre più esplicita avversione dimostrata dalla Casa Bianca e dal Pentagono nei confronti della Cina – dichiarata ormai senza infingimenti come il principale avversario strategico di Washington – e dell’Iran in Medio Oriente. Da questo punto di vista la decisione da parte dell’amministrazione Trump di rilanciare a livelli parossistici, anche in campo nucleare, una corsa al riarmo già pienamente intrapresa da Obama, potrebbe rappresentare un serio ostacolo all’obiettivo di Washington di abbassare la tensione con Mosca per concentrare gli sforzi contro Pechino e spezzare il fronte avversario.

Ciò che accade dall’altra parte dell’Atlantico ha enormi ripercussioni sulla situazione interna europea ed italiana.
La crisi sistemica del capitalismo e la fine di un assetto che ha segnato la breve fase seguita alla sconfitta e allo scioglimento del Campo Socialista hanno letteralmente dinamitato le élites liberali (di centrodestra o centrosinistra, non fa differenza) che hanno gestito Europa e Stati Uniti negli ultimi decenni. In praticamente tutto l’occidente capitalistico, le vecchie classi dirigenti sono state investite da una forte crisi di egemonia perdendo il controllo, almeno in parte, delle società che hanno a lungo gestito, e si trovano oggi a dover contrastare, spesso a partire da una condizione di debolezza o difficoltà, nuovi fenomeni politici espressione soprattutto delle classi medie impoverite dalla crisi ma anche di spezzoni delle classi medio-alte tagliati fuori dalla cosiddetta globalizzazione.
A livello internazionale si affermano politiche nazionaliste sul fronte ideologico e protezioniste su quello economico, mentre si assiste ad un generalizzato aumento della spesa militare e alla crescente militarizzazione di ampi spezzoni dell’economia pubblica e privata.
Al tempo stesso, come detto, la Nato sembra entrare in relativa crisi a causa del fatto che l’Unione Europea non sembra più accettare la tradizionale supremazia da parte di Washington. Già da molti anni gli Usa non hanno potuto disporre a piacimento, come in passato, del loro principale strumento di influenza militare e politica. E ora i nuovi assetti internazionali determinati dal lento ma evidente declino degli Stati Uniti e dall’affermazione di nuove potenze di caratura internazionale – come Russia e Cina – e regionale – come le petromonarchie sunnite o la Turchia – rendono sempre più complicato per Washington mantenere intatta la propria proiezione ed egemonia militare e politica in diverse aree del globo.
Viviamo una fase di passaggio contraddistinta dalla mancanza e impossibilità di alleanze durature tra i vari soggetti della competizione globale, e dalla formazione di alleanze spurie, a geometria variabile, soggette a continui rivolgimenti di fronte. 
Questo elemento e l’assenza di un Campo Socialista – che è altra cosa rispetto all’esistenza di paesi in cui movimenti progressisti e rivoluzionari, con tutte le contraddizioni e le difficoltà del caso, hanno avviato esperimenti di transizione al socialismo – delegittimano totalmente ogni visione o ipotesi campista, che rischia di portare le forze comuniste fuori strada e di renderle subalterne agli interessi di uno piuttosto che di un altro dei poli della competizione globale.
Uno dei quali, l’Unione Europea, è data spesso dagli analisti e dai commentatori come in via di disfacimento sull’onda delle contraddizioni interne tra paesi, tra interessi inconciliabili. Eppure – anche se occorre non essere deterministi e valutare anche la possibilità che l’Ue non regga il livello delle contraddizioni che è costretta ad affrontare e che cresceranno, visto l’attivismo statunitense in questo senso – tutta la storia del processo di integrazione europeo ha finora dimostrato non solo di essere sopravvissuto alle crisi, ma addirittura di averne beneficiato rilanciandosi ogni volta ad un livello superiore più efficace e stringente.

Ed oggi di fronte alla possibilità concreta che le ingerenze di Trump e le forze centrifughe di vario tipo mettano in discussione lo strumento, il contenitore, il contesto di cui le classi capitalistiche europee si sono dotate per difendere e affermare i propri interessi all’interno e all’esterno dello spazio europeo, siamo di fronte ad una ulteriore accelerazione dei processi di unificazione, centralizzazione, gerarchizzazione. Il rilancio e la concretizzazione dell’esercito europeo all’indomani della Brexit e dell’elezione di Trump dimostrano che le classi dirigenti europee sono più che coscienti dell’innalzamento del livello delle contraddizioni, e quindi dello scontro, nei confronti dei propri competitori internazionali. Potremmo citare a questo proposito le significative dichiarazioni di Federica Mogherini al recente summit di Monaco o la contestazione da parte di Bruxelles dell’ambasciatore statunitense presso l’Ue, oltre ai già citati enormi passi in avanti sul fronte della creazione di un esercito europeo indipendente dalla catena di comando controllata da Washington, e molti altri episodi.
Bypassato il veto britannico e mettendo a tacere i mal di pancia dei paesi della cosiddetta ‘nuova Europa’, da sempre ostili ad un allontanamento dalla tutela militare statunitense, le istituzioni dell’Unione Europea hanno varato in poche settimane un piano molto ambizioso che prevede non solo la costituzione di uno spazio di difesa e di sicurezza continentale dotato di una sorta di stato maggiore unificato, ma anche la possibilità, attraverso le cosiddette ‘cooperazioni rafforzate’, di stanziare ingenti investimenti economici da destinare alla creazione di un complesso militar-industriale dell’Ue, in barba a quei vincoli di bilancio che pure continuano a valere per il welfare e la spesa sociale in generale.

E’ quanto mai necessario, quindi, respingere letture “crolliste” e disfattiste a proposito dei destini dell’Unione Europea. Così come occorre respingere e contrastare la chiamata alle armi, da parte dell’imperialismo europeo, indirizzata a quei settori sociali e politici che, impauriti dall’aggressività delle politiche protezionistiche e nazionalistiche dell’amministrazione statunitense e intimoriti dall’inasprimento di una crisi economica tutt’altro che passeggera, possono essere portati a credere che l’antidoto possa essere rappresentato da un sostegno incondizionato ad una classe dirigente europea, ad una Unione Europea che si ammantano, nonostante tutto, di quei valori liberali e di civiltà opposti strumentalmente al ‘dispotismo russo’ o all’autoritarismo fascistoide statunitense.
D’altra parte non dobbiamo cadere nella trappola della personalizzazione, ampiamente alimentata dai media e dalla propaganda europeista, individuando in Trump in quanto persona l’unico problema serio, rimosso il quale tutto tornerà alla normalità: né il sistema di potere negli USA dipende da un solo uomo né la natura di classe di quel sistema può essere dimenticata, come dimostra l’esplicito sabotaggio nei confronti della presidenza da parte di importanti apparati dello stato– come la Cia – e da parte di grandi multinazionali statunitensi che rimpiangono le possibilità globali accordategli dalla politica di competizione/concertazione dell’amministrazione Obama.

Il rischio è di una riproposizione su scala continentale, da parte delle elites liberali europee, del deleterio meccanismo dell’antiberlusconismo. Se in Italia, nei decenni scorsi, in nome del contrasto e del fronte comune contro Silvio Berlusconi le sinistre europeiste hanno imposto al proprio popolo una politica di rinuncia e di collateralismo nei confronti dei diktat del processo di unificazione europeo – austerity, cancellazione della democrazia rappresentativa, attacco al welfare e ai diritti sociali – con conseguenze disastrose, ora le classi dirigenti europee sembrano utilizzare la crociata contro il Trumpismo per subordinare ai propri interessi settori sociali e politici che farebbero bene a perseguire una propria via indipendente e di rottura.

Uno scenario simile pone le forze comuniste, anticapitaliste e antimperialiste di fronte ad una scelta di estrema responsabilità: sostenere le proprie borghesie, le proprie classi dominanti, i propri stati nello scontro con i competitori internazionali, oppure lavorare alla ricomposizione di un blocco sociale in grado di rompere con l’imperialismo di marca europea e di inceppare l’infernale meccanismo della tendenza alla guerra.

Per quanto ci riguarda, rifuggendo ogni approccio da tifoseria, occorre lavorare da subito per contrastare il tentativo da parte del polo imperialista europeo, di beneficiare della legittimazione concessagli dal carattere fascistoide e xenofobo del nuovo presidente statunitense, a partire dalla intensificazione della lotta contro l’esercito europeo – oltre che contro la Nato – e per la rottura dell’Unione Europea e dell’Eurozona, parole d’ordine che caratterizzeranno la nostra partecipazione alla manifestazione nazionale e alle altre mobilitazioni indette per contestare, il prossimo 25 marzo, la celebrazione dei 60 anni dalla nascita dello spazio imperialista continentale. Non abbiamo nulla da festeggiare!

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La competizione globale e le nuove rivalità interimperialiste USA-UE

Di Joaquin Arriola

Our real friends in the world speak English

(I nostri veri amici nel mondo parlano inglese)

Nigel Farage

Guarda le Mappe allegate all'intervento

[1] Gli avvenimenti politici più importanti del 2016 nell’Atlantico del Nord sono stati la Brexit e l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. Entrambi i processi marcano un cambiamento di tendenza politica le cui implicazioni non sono state ancora concretamente analizzate dalle forze politiche europee, né conservatrici né tantomeno da quelle di rottura e trasformazione.

Tanto negli Stati Uniti quanto in Gran Bretagna, assistiamo a una ricomposizione delle alleanze all’interno della classe dominante, come conseguenza del fatto che importanti attori del capital considerano esaurito il regime di accumulazione della finanziarizzazione neoliberista e i procedimenti istituzionali di controllo politico-militare delle relazioni internazionali.

Questa nuova tappa riflette una percezione più chiara delle forze che si scontrano nello scenario internazionale. Ma la classe politica europea insiste nel credere che l’Unione Europea sia la prima potenza commerciale del mondo. In realtà solo i paese della Eurozona possono contare su una unica politica e su una stessa moneta, due requisiti basici senza i quali non si può parlare di uno spazio commerciale unificato.

 [2] [3] Se consideriamo il peso degli Stati Uniti e dell’Eurozona nel commercio mondiale questi non solo non controllano la maggior parte del valore che circola nello spazio mondiale, ma il loro peso tende a ridursi negli ultimi anni, fino ad un 20% delle vendite e ad un 30% degli acquisti totali. Cioè l’80% dell’offerta e il 70% della domanda del commercio internazionale non passa dal Nord Atlantico.

[4] [5] [6] [7] I principali mercati e somministratori degli Stati Uniti e di Eurolandia non coincidono: gli Usa commerciano con il Nord America e con la Cina e il Giappone, e mantengono un notevole déficit commerciale con la Germania; i principali soci commerciali di Eurolandia sono la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, la Cina, la Russia e la Polonia.

[8] La politica commerciale determina la politica internazionale. E’ evidente che esiste una maggiore debolezza politica nel caso di Eurolandia, perché possiede una maggiore concentrazione geografica rispetto agli Stati Uniti e una dipendenza maggiore del commercio con i paesi integrati nella struttura militare della NATO, istituzione dipendente dalle decisioni politiche di Washington.

[9] Gli Stati Uniti possono contare su una gestione del proprio commercio più sofisticata rispetto ad Eurolandia. Gli Stati Uniti possiedono una gran capacità di assorbire merci dal resto del mondo, e senza dubbio, nonostante siano il paese maggiormente indebitato al mondo, mantengono il controllo sul sistema finanziario e monetario internazionale.

[10] [11]  Nonostante la forte necessità di capitale di credito per finanziare l’enorme squilibrio commerciale,gli Stati Uniti mantengono un crescente stock di investimenti all’estero che non smette di crescere, e che si concentra sempre di più in Europa, perché gli permette di captare una parte sostanziale della plusvalenza generata negli stessi paesi ai quali compra merci. Gli investimenti netti esteri negli Stati Uniti (scontati gli investimenti statunitensi all’estero) che finanziano l’enorme deficit commerciale, sono passati da 4 a 8 mila miliardi di dollari alla fine del mandato di Obama, cioè dal 27% del PIL al 40%.

Gli investimenti diretti delle multinazionali straniere negli Stati Uniti – 7300 miliardi di dollari – sono equilibrati da circa 7500 miliardi di dollari di investimenti diretti nordamericani nel resto del mondo. Pertanto il debito finanziario netto si compone soprattutto di investimenti in portafoglio, cioè di ‘capitale rondine’, che cerca solo di rendere il più redditizio possibile il debito commerciale e che condiziona il funzionamento dei mercati di capitale negli Stati Uniti.

L’elevata esposizione commerciale – e pertanto la dipendenza statunitense dagli investimenti di questi paesi – genera una fragilità strutturale nella posizione di dominio globale che la potenza nordamericana vuole mantenere, obiettivo proclamato durante la legislatura Clinton dal senatore repubblicano Phil Gramm quando si dedicava alla promozione della deregulation e della globalizzazione finanziaria, prima di passare per la porta girevole alla vicepresidenza dell’Unione delle Banche Svizzere (USB) negli Stati Uniti : “Cambieremo i servizi finanziari in America per… dominare questo secolo nella stessa maniera in cui abbiamo dominato il secolo scorso” diceva.

Senza dubbio, la gestione degli investimenti è un grande affare per le banche statunitensi; è Wall Street la maggiore beneficiaria della strategia deregolativa applicata sicuramente dal ministro delle Finanze democratico Robert Rubin, poi diventato vicepresidente di Citicorp. Ciò che non è così evidente è che per quanto dominanti siano le istituzioni finanziarie di Wall Street ciò non rappresenta una garanzia del dominio nordamericano nel mondo.

Sembra quindi che gli slogan “Fare di nuovo l’America grande” o “America first” non siano invenzioni del nuovo presidente. Ciò che succede è che la strategia condivisa da democratici e repubblicani di favorire gli interessi delle banche non abbia prodotto il risultato auspicato.

Donald Trump è impegnato in un’altra politica più aggressiva per tentare di garantire la continuità del dominio nordamericano; in particolare si orienta a disegnare una strategia mirante a ridurre la dipendenza commerciale della propria economia. Il che passa direttamente per l’apprezzamento delle monete dei paesi che sono grandi esportatori e finanziatori degli Stati Uniti.   

Ma per far questo cercherà di indebolire la capacità di manovra dei suoi principali somministratori e mercati, Nord America, Cina e UE. Le seguenti mappe ci aiuteranno a vedere la geopolitica di questo obiettivo.

[12] [13] La distribuzione dello spazio mondiale alla quale siamo abituati situa il nostro territorio al centro della mappa. È la stessa prospettiva che maneggia l’opinione pubblica nordamericana. A partire de questa distribuzione dello spazio, si vede che il “peso del mondo” si sta spostando dall’Atlantico verso il Pacifico, o anche verso l’Oceano Indiano.

[14]   Senza dubbio, è la prospettiva polare quella che ci può aiutare di più a capire le sfide geostrategiche chiavi del momento attuale nelle rivalità interimperialiste.

Gli Stati Uniti hanno capito che la maggiore competitrice economica –e quindi politica- al dominio globale statunitense è la Cina. Su questo c’è consenso all’interno della classe dominante nordamericana. Nello scenario del ventunesimo secolo, il dinamismo economico sembra essersi spostato ancora verso est e la Cina sembra puntare a costruire una nuova leadership globale considerata come una minaccia e una sfida nei confronti della potenza attualmente al comando. La Cina ha sostituito gli Stati Uniti come primo socio commerciale in molti paesi e da quando si è instaurato un nuovo ordine mondiale dopo la Seconda Guerra Mondiale è il primo paese che si è azzardato a proporre nuovi organismi e nuovi accordi internazionali in materia di commercio e di investimenti nel mondo capitalista senza poter contare sul consenso nordamericano.

Però la minore distanza tra il territorio nordamericano e quello della Cina passa dal Polo Nord. Come si può vedere, tra gli Stati Uniti e la Cina ci sono solo due paesi con una grande estensione territoriale, Canada e Russia. Sotto il limite degli Stati Uniti, la Cina si posiziona verso sinistra con il Kazakistán, la Russia, i paesi baltici, il nord della Polonia e della Germania (Prussia) e della Gran Bretagna. Verso destra, l’est dell’India, Indocina, Indonesia, Filippine e Australia.

[15] Questa prospettiva aiuta a capire le nuove priorità politiche della nuova amministrazione nordamericana sul punto di prendere il posto di quella fallita portata avanti da Bush Junior fino ad Obama. I primi quindici anni del ventunesimo secolo sono stati marcati dalla continuità della globalizzazione, cioè dal tentativo inaugurato all’inizio degli anni ottanta di scontare sul futuro le rendite del capitale consumate ma non prodotte per la crisi strutturale della produttività capitalista, e di canalizzare il plusvalore prodotto verso il capitale finanziario di dominanza statunitense, e per mantenere nell’asse del conflitto geopolitico la lotta contro il socialismo e il comunismo. In questo modello, l’Unione Europea giocava un doppio ruolo di alleato economico/subordinato politico-militare. In primo luogo, perché senza la partecipazione del risparmio europeo non si possono organizzare le finanze globali, il che fa sì che il capitale finanziario europeo reclami una partecipazione sostanziale ai benefici del procedimento di regolazione finanziaria dell’economia. E la sua collocazione geografica, al confine con l’allora Europa socialista, la convertiva in terreno di gioco dello scontro con il sovietismo, una forma peculiare di formazione sociale postcapitalistica.

[16] La Brexit e il trumpismo si possono intendere come componenti della strategia di continuità dell’egemonismo mondiale nordamericano, adattato al nuovo contesto post-crisi. In termini politici, la crisi del 2008/09 rappresenta il fallimento del progetto globalizzatore del neoliberismo finanziarizzato. I settori più perspicaci dell’esercito e del capitale nordamericano hanno compreso che le nuove coordinate delle forze internazionali, gli strumenti ereditati dal ventesimo secolo hanno smesso di essere utili. Di fronte a una classe politica statunitense ancorata ai valori della Guerra Fredda – al calore della quale si è sviluppato un poderoso complesso di interessi materiali e politici (il complesso militar-industriale contro la cui crescente influenza lanciava l’allarme già il presidente Eisenhower)- che pretende di riprodurre la divisione in due mondi per tentare di consolidare il dominio statunitense su una parte del pianeta. Così si spiegano gli sforzi dell’amministrazione Obama di separare la Russia dall’Europa e di gettarla tra le braccia della Cina.

Trump invece ha ben compreso la lezione storica dei secoli precedenti: la Russia è la chiave per inclinare la bilancia verso uno o l’altro dei contendenti nella disputa per l’egemonia. Sarà meglio che i 17 milioni di km2 del territorio russo, i suoi 800.000 soldati, non si sommino ai 10 milioni di km2 (gli stessi degli Stati Uniti) e ai 2 milioni e mezzo di soldati cinesi, e soprattutto che i 90 miliardi di barili di petrolio russo si sommino ai 40 miliardi delle riserve degli Stati Uniti e non ai  30 miliardi delle riserve della Cina.

Sembra che, come accadde con Thatcher e Reagan, britannici e statunitensi stiano inaugurando un nuovo ciclo politico mondiale. Forse occorrerà fare una lettura della Brexit distinta da quella abituale. I britannici non hanno deciso di rinchiudersi nella fortezza piena di crepe della propria politica nazionale, ma forse semplicemente hanno cambiato di schieramento: invece di difendere dall’interno di un’Europa dominata dalla Germania la propria partecipazione all’egemonia globale, hanno deciso di farlo rafforzando la propria alleanza con il resto degli anglosassoni.

E forse Trump non è neanche il rappresentante reazionario di un impossibile ritorno al passato splendore statunitense ma, al contrario, rappresenta la scommessa più audace del capitale statunitense per affrontare la sfida cinese all’egemonia anglosassone, con una nuova visione transnazionale basata sull’alleanza globale degli uomini bianchi (o assimilati) che parlano e pensano in inglese. In questo caso, è tra i democratici e nell’establishment repubblicano, così come nelle lobby dei servizi segreti e nei media che dovremmo cercare i rappresentanti genuini del passato, in una posizione conservatrice in difesa della vecchia politica ereditata dalla guerra fredda.

Altri accadimenti minori ma significativi di questo grande gioco del potere globale vanno in questa direzione, come il crescente ruolo geostrategico che gioca l’Australia nel controllo delle rotte marittime tra gli oceani Indiano e Pacifico o come l’appoggio alle iniziative commerciali statunitensi contro la Cina, come l’aumento del peso militare delle potenze anglosassoni minori (Canada e Australia occupano i posti 22 e 23 nella classifica militare mondiale) o la decisione presa nel marzo scorso dai neozelandesi di non maorizzare la propria bandiera e di mantenere l’insegna anglo-identitaria. I cinque grandi paesi anglosassoni dispongono insieme di territori in tre continenti e in tutti gli oceani pari a 28,5 milioni di km2, due più della Russia e della Cina messe insieme; 1,8 milioni di soldati, riserve di petrolio dieci volte maggiori della Cina e 2,5 volte quelle della Russia, una popolazione maggiore di 25 milioni rispetto a quella dell’Ue a 27, un PIL (a parità di potere d’acquisto) di 23 mila miliardi di dollari, 1,3 volte quello cinese e 1,5 volte quello dell’Ue a 27.

 [17] Il dispiegamento di forze militari degli Stati Uniti  (800 basi in 80 paesi, con un costo di circa 80 miliardi di euro). In confronto, il resto dei paesi che possiedono basi extraterritoriali (Gran Bretagna (7 basi), Francia (5), Russia (8), Giappone, India, Corea del sud, Cile, Turchia, Israele) ne hanno solo 30 tutti insieme.

[18] Con un dispiegamento ereditato dalla guerra fredda, incentrato sull’Europa, le nuove installazioni si stanno sviluppando nell’oceano Indiano e in Asia, accerchiando la Cina.

 [19] [20]  Le nuove strutture produttive, sociali e politiche della società a rete non richiedono grandi nodi centrali, ma una distribuzione delle risorse sotto forma di pioggia sottile capace di impregnare tutta la rete. A queste nuove condizioni corrispondono le strutture di dispiegamento militare nordamericano in Africa, banco di prova delle nuove regole del domino globale, e che persegue, apparentemente, la blindatura delle risorse naturali dell’Africa nei confronti delle necessità della Cina. Il colpo di stato in Costa d’Avorio (il presidente dell’internazionale socialista sostituito da un ex funzionario del Fondo Monetario Internazionale) e in generale l’auge dell’islamismo nel Sahel rivela la debolezza strutturale della Francia nel mantenere le sue posizioni neocoloniali e la sua crescente subordinazione agli Stati Uniti in Africa.

 [21] Chi rimane abbastanza indifeso in questo scenario è la vecchia Europa; ai pagani della periferia -latinoamericani, asiatici e africani- toccherà fare i conti con qualcosa che conoscono, la dominazione esterna sulle proprie politiche interne e la spoliazione delle proprie risorse. Ma la Francia e la Germania sono state le potenze che si sono disputate il potere globale nei secoli diciannovesimo e ventesimo e che oggi si presentano come soci minori addirittura per i propri alleati.

Le operazioni militari coperte degli Stati Uniti nei paesi baltici o in Polonia non rispondono solo alla vecchia strategia degli Stati Uniti contro la Russia, ma contribuiscono soprattutto a rendere difficoltoso lo stabilimento di una strategia geopolitica autonoma. Non è un caso che l’Agenzia Europea di Difesa dista dal costituire un progetto militare unificato. In tutti i casi, ci sono solo due strategie in discussione nella Ue del ventunesimo secolo: o mantenere la propria dipendenza all’unilateralismo globale degli Stati Uniti , o costruire e consolidare un nuovo militarismo europeo autonomo. Chiaramente la scelta tra un militarismo subordinato e un militarismo autonomo, è una scelta tra un imperialismo subordinato o un imperialismo egemonico, che rivela il blocco, l’impossibilità di concepire una trasformazione dell’Ue in un progetto pacifista, solidale, internazionalista.

Nel nuovo scenario dello scontro tra il mondo anglosassone e la Cina, la Russia, che sarebbe il complemento imprescindibile dal punto di vista territoriale, energetico e di popolazione al progetto del capitale europeo, è stata rifiutata come socio privilegiato dall’UE e probabilmente finirà per adottare uno status di neutralità nel nuovo scenario mondiale nel quale l’Europa continua a non trovare un ruolo che vada al di là del progetto, anch’esso vecchio, della Grande Germania e del suo spazio vitale. 

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