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Trump/2. Fenomenologia di un passaggio storico. Gli interventi

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Di seguito pubblichiamo gli interventi del compagno Bruno Steri, della Segreteria Nazionale del PCI e del Collettivo Genova City Strike sabato 4 marzo a Roma, nel corso del convegno "Donald Trump, fenomenologia di un passaggio storico" organizzato dalla Rete dei Comunisti.

Care compagne e cari compagni,
vi ringrazio per l’invito. Partecipo volentieri a questa discussione che trovo molto importante e opportuna. Condivido infatti un punto d’analisi centrale, sottolineato dai promotori dell’incontro di oggi: l’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti è certamente un fatto in sé significativo, ma anche e soprattutto un evento politico che – assieme ad altri – riveste un’importanza più generale, in quanto costituisce il segnale di un vero e proprio cambio di fase nei rapporti globali e un’inversione nel processo di globalizzazione, così come era andato imponendosi in questi ultimi due decenni.  Mi pare altresì giusta l’indicazione di altri due eventi politici che – insieme a quello suddetto – sono anch’essi espressione del medesimo cambiamento epocale: il referendum inglese, che porta la Gran Bretagna fuori dall’Ue (vedremo nel prossimo anno e mezzo con quali modalità e quale tempistica) e il No italiano alla controriforma costituzionale. Tre eventi diversi, ma che hanno un fondamentale punto in comune, che articolo qui nelle due seguenti peculiarità:  tutti e tre palesano una frattura negli establishment borghesi, con la sconfitta di quelli sin qui egemoni; in tutti e tre si evidenzia il fatto che l’opinione della maggioranza si afferma contro i desiderata della classe politica dominante e nonostante il martellante frastuono della sua grancassa mediatica.

Per tornare alle presidenziali Usa, possiamo legittimamente godere per la sconfitta della signora Clinton, una candidata assai pericolosa per i destini del mondo: anche se ciò non significa affatto godere della vittoria di Donald Trump, un miliardario fascistoide ideologicamente connesso alle pulsioni profonde della provincia americana. Ha fatto bene Joaquin Arriola a sottolineare nella sua relazione che il nuovo presidente, seppure eccentrico e per certi versi sin qui imprevedibile, non può comunque esser considerato alla stregua di una presenza casuale e isolata: egli esprime un blocco di potere critico nei confronti delle precedenti amministrazioni e si incarica di rappresentare un’America stanca delle aperture globalizzanti ma tutt’altro che ripiegata su se stessa. Un’America portatrice di un protezionismo che prelude a nuovi assetti globali e ad una rinnovata aggressività armata. La critica ai fallimenti della globalizzazione, resi visibili dalla profonda e persistente crisi capitalistica, ha sancito una discontinuità e aperto una nuova fase, caratterizzata dall’inasprimento della competizione sul mercato mondiale e da un riassetto delle relazioni globali. Un riassetto che ruota comunque attorno ad un medesimo cardine: quello della tutela, costi quel che costi, dell’”american way of life” e dell’affermazione del primato degli Usa (innanzitutto militare) sul mondo.

In ogni caso, resta il fatto che Trump si è imposto contro il potere dell’esecutivo egemone, evidenziando quindi una frattura nella classe dominante Usa. Penso sia corretto interpretare tale sostanziale divergenza alla luce della contraddizione tra la frazione di classe dirigente legata alla finanza, al potere della moneta, che in questi anni ha guidato il processo di globalizzazione, e la frazione di borghesia che è più direttamente espressione dell’economia reale, legata all’apparato produttivo e ai redditi prodotti dall’economia interna. Una contraddizione che è  strutturalmente immanente al modo di produzione capitalistico: come annotava Karl Marx, nel sistema capitalistico c’è sempre la tentazione di generare denaro da denaro, saltando l’ “intralcio” della produzione di merci: la quale però, prima o poi, reclama i suoi diritti sotto forma di crisi. In questo sistema sociale la crisi non è l’eccezione ma la regola.

Trump si è trovato a rappresentare gli sconfitti dalla globalizzazione. A cominciare dalla classe operaia statunitense: quando a Detroit  ha minacciato di far pagare salata in termini di tasse l’eventuale delocalizzazione in Messico delle aziende automobilistiche,  egli non solo si è guadagnato il voto di un settore operaio, ma più in generale ha colpito uno dei sacri principi della globalizzazione stessa: la libera circolazione dei capitali. Detto di passata, solo degli idioti (o dei furbi) possono pensare (o fingere di pensare) che dire questo significhi essere a favore di Trump. Noi ci limitiamo a registrare ciò che accade. Piuttosto il punto è un altro. Il punto è che la famiglia democratica, dei cosiddetti Democratici, tanto in America quanto in Italia,  a furia di essere sempre più liberal e sempre meno social , ha perso la sua egemonia. Non è un caso se, negli Usa come in Italia, il mondo del lavoro o non vota più o vota a destra; se a Roma il Pd riscuote (pochi) consensi ai Parioli e ne perde (tanti) a Tor Bella Monaca. Serve a poco sbraitare contro “il populismo”, invece di riflettere sui propri errori; ed è vergognoso mischiare in tale anatema chi come noi lotta per una trasformazione sociale  e chi da destra, dietro generiche pulsioni antisistema, non a caso elude il tema del superamento del capitalismo.

L’elezione di Trump ha confermato nel Paese capitalistico più potente del mondo tale flessione politica. Vedremo poi quanto egli confermerà i toni impetuosi della sua campagna elettorale o se giocherà anche la carta della mediazione. In che misura ad esempio concretizzerà il distacco critico nei confronti dell’Unione europea: quel che è certo è che l’inasprirsi della competizione globale non mancherà di confermare la già esplicitata irritazione per il regime favorevole di cui gode l’export tedesco, favorito dalla sottovalutazione dell’euro negli scambi commerciali. Sta di fatto che il primato economico e militare degli Stati Uniti continuerà ad essere, come è stato sin qui, la stella polare della politica internazionale anche per la nuova amministrazione. Nel merito, penso che gli Usa restino di gran lunga il principale pericolo per il pianeta. Lo testimonia il deteriorarsi della situazione ucraina (ferita purulenta nel cuore dell’Europa, con le reiterate violazioni dei patti di Minsk da parte del governo nazifascista di Kiev), la tracotante espansione della Nato verso Est (obiettivo: la Russia) e la sua minacciosa presenza nell’area del Pacifico (obiettivo: la Cina). Per questo  il No alla guerra, alla presenza di basi e bombe atomiche dentro i confini del nostro Paese, nonché la costruzione di un movimento per la pace devono rimanere in cima alla nostra agenda politica.

Accanto a questo No, è parimenti essenziale far sentire il nostro No all’Unione europea e alla sua moneta unica. Noi siamo e operiamo in Italia e l’Italia è in Europa: sul grosso della popolazione del nostro Paese pesano le politiche antipopolari di Bruxelles. Per  questo è importante  far sentire la voce dei comunisti in piazza il prossimo 25 marzo, quando i padroni del vapore europeo saranno a Roma a celebrare i tetri fasti di questa Unione.

 

Bruno Steri (Partito Comunista Italiano)

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L'intervento realizzato da un compagno del Collettivo Comunista 'Genova City Strike' sabato scorso a Roma, nel corso del convegno "Donald Trump, fenomenologia di un passaggio storico" organizzato dalla Rete dei Comunisti. 

1) Introduzione (fronte interno e fronte esterno)

Sono passati circa tre mesi da quando Donald Trump è stato eletto presidente degli U.S.A. e dal conseguente scatenarsi, a livello mondiale, di reazioni che passano dall’entusiasmo alla preoccupazione se non, addirittura, alla disperazione. Ovviamente, più che accodarci a questo tipo di posizioni basate sull’emotività, proviamo a fornire una analisi plausibile e suscettibile di verifiche sul campo di cosa Trump rappresenta e di cosa rappresentano i voti che ha raccolto, due cose, tra l'altro,  che portano a risultati non coincidenti a livello di analisi.

Districarsi su questo argomento è molto difficile. Proviamo quindi a sviluppare alcuni temi provando a trattare separatamente il fronte interno agli Stati Uniti e il fronte esterno delle relazioni geopolitiche. Ovviamente occorre che le due analisi convergano poi in una relazione dialettica. Ciò che succederà all'interno degli USA e ciò che si muoverà dal punto di vista delle relazioni internazionali saranno infatti fattori in relazione che si influenzeranno a vicenda. Esattamente come succederà nel rapporto tra l'andamento economico generale (la crisi economica e la prossima fine dell'egemonia USA) e le relazioni geopolitiche legate ai fronti di guerra e di conflitto.

2) Fronte interno: voto di protesta e protezionismo

Da una parte i voti che hanno permesso l’elezione di Trump sono da ricondursi alla completa delegittimazione, a livello popolare e di opinione pubblica, dell’establishment industriale, militare e politico e delle potenti lobby che lo rappresentano negli Stati Uniti, di cui il clan dei Clinton è espressione diretta ed evidente. Saremmo quindi portati a parlare di un voto di protesta.

In parte è così visto che ci sono una serie di elementi politici che hanno attratto i voti di larga parte della working class bianca fino a un elettorato anche più critico. A questo riguardo occorre ricordarsi che buona parte degli aventi diritto afroamericani e dei poveri in genere sono completamente avulsi dal meccanismo del voto. Inoltre la parte più cosciente e orientata al sociale di coloro che il diritto di voto ancora lo esercitano hanno prima optato per sostenere nelle primarie democratiche Bernie Sanders, e, solo dopo la sua poco limpida sconfitta e altrettanto indecorosa ritirata, hanno spostato la loro preferenza su Trump.

Sicuramente sui temi legati alla politica interna le posizioni protezionistiche sul lavoro nonché le sparate contro l'immigrazione hanno favorito la crescita dei consensi a Trump,  un miliardario scampato ad alcuni fallimenti. Voto arrivato dai settori più istintivi del corpo elettorale americano,  dagli operai cosiddetti blue collar  (esempio tipico il voto nella Rust Belt che da anni vede la propria industria in crisi e la produzione spostarsi verso le maquilladoras messicane  o verso altri paesi dove produrre costa meno).

Sul tema di chi ha votato Trump nelle recenti elezioni statunitensi potremo rimanere a lungo. Si è notato, giustamente, che il voto a Trump  è stato determinante nelle zone centrali ex industriali dove recentemente avevano vinto i democratici. Questa sembra la zona dove il voto a Trump ha fatto la differenza. Si tratta della cosiddetta classe operaia bianca che tradizionalmente negli Stati Uniti esprime desideri molto diversi dall'enorme numero di proletari che affollano gli altri Stati. Questa divisione (che si esprime anche attraverso differenti gruppi etnici) è storica negli Stati Uniti. La necessità di rappresentare gli interessi di questi settori sociali spesso in contrapposizione è stata sempre fonte di discussione per tutti i movimenti di contestazione radicale negli Stati Uniti. Da un lato si è sempre considerata centrale la questione razziale anche come una questione di classe, dall'altro ci si è posti il problema di saldare le lotte degli operai tradizionali con le lotte per i diritti civili.

Una parte consistente dei movimenti di lotta negli Stati Uniti di questi ultimi anni (dal movimento per un salario minimo di 15 dollari, alla lotta contro gli abusi della polizia sugli afroamericani) sono a carico della nuova classe operaia statunitense, formata in gran parte di afroamericani o di altre minoranze con interessi contrapposti rispetto agli operai tradizionali. Movimenti come Occupy Wall Street avevano in qualche modo alluso alla necessità di una ricomposizione in nome del cosiddetto 99% cercando l'allargamento con le lotte dei lavoratori portuali etc…Questo mondo era ricomponibile soltanto con un investimento per lo meno simbolico su Sanders (al di là della reale possibilità o volontà di Sanders nel favorire un reale cambiamento politico).

Sostanzialmente possiamo sintetizzare in questo modo:

Sul fronte interno, in conformità a quanto proposto durante la campagna presidenziale, si rafforzerà il protezionismo. Difficilmente nell'immediato si assisterà a una radicale inversione della politica monetaria espansiva tipica degli USA (nonostante il rischio di enormi bolle finanziarie di cui ci sono già ampie avvisaglie) ma si tenterà di riorientare l'economia sul fronte della produzione materiale e sulle infrastrutture.

Ovviamente questo creerà scompensi. Il futuro immediato di una parte dei lavori USA è strettamente legata al fenomeno della globalizzazione e un ripiegamento sul fronte della produzione interna  avrà degli effetti che potranno essere positivi per alcuni e negativi per altri. Se il tutto si unirà a una minore propensione per le spese legate al welfare (lo smantellamento dell'insufficiente Obama-care sulla Sanità potrebbe esserne l'esempio) lo scontro sarà inevitabile. Le proteste anti-Trump nei giorni a cavallo dell'insediamento (oltre all'intervento attivo di quella parte di establishment democratico sconfitto) ci parlano anche di questo e di uno scontro che potrebbe deflagrare in qualsiasi momento.

3) Fronte esterno

Durante la campagna elettorale,  una serie di proposte sul posizionamento statunitense nello scacchiere internazionale e  sulla politica estera da adottare, in primis riguardo i rapporti con la Federazione Russa, hanno sicuramente portato acqua al mulino repubblicano, in quanto percepite come istanze  potenzialmente avverse alla prosecuzione delle politiche di guerra statunitensi e al programma di matrice neocon sul cosiddetto “nuovo secolo americano”.

In realtà riteniamo ben più realistico pensare che l’avversione di Trump ai meccanismi e i trattati della globalizzazione quali Nafta, Ttp, Wto siano, più semplicemente, il tentativo di adeguamento della politica economica  americana ai mutamenti di un mondo che rimane multipolare e attraversato da scontri interimperialistici .

Da un lato è quindi immaginabile un riorientamento verso una minore aggressività nei confronti della Russia ma occorre fare una precisazione perché siamo bombardati da una serie di notizie che dipingono Trump come una sorta di giullare impazzito. In questo senso pare di avere a che fare con una sorta di novello Berlusconi la cui amicizia con Putin è legata a fattori che con la Politica e la strategia dei blocchi c'entrano poco o nulla. Al di là di questa superficie occorre specificare che, molto probabilmente, una parte dell'establishment statunitense ha scelto Trump in virtù di un ragionamento in prospettiva.

Le sconfitte nello scontro con la Russia (potremo citare la  Georgia, l'empasse in Ucraina, il fallimento del regime change in Siria) hanno infatti indebolito l'alleanza di una parte dell'establishment con il Partito Democratico e la Clinton favorendo Trump. L'impressione è che la posta in gioco sia la necessità di impostare un diverso rapporto con la Russia senza preoccuparsi troppo rispetto a un avvicinamento di Putin al vero nemico globale che rimane la Cina.

In questo quadro ci pare comunque assolutamente illusorio pensare che l'avvento di Trump possa significare l'avvio di una serie di relazioni globali impostate sul dialogo e la pace. Il recente tentativo di allargare il bilancio militare degli Stati Uniti (anche in questo caso comunque si tratta di un incremento rispetto a quanto previsto dalla precedente amministrazione e non quindi un cambio di strategia) parla chiaro. Il fatto che gli Stati Uniti non si muovano diversamente da altri blocchi geopolitici è vero ma è tutto tranne che rassicurante.

Qui, dopo aver ricordato che nel sistema americano il potere reale del presidente è fortemente limitato da quello del congresso e delle agenzie di intelligence, che larga parte del partito repubblicano sembra  maggiormente allineato alle posizioni della Clinton rispetto a quelle del proprio candidato vincente, possiamo comunque provare a vedere come nella realtà si stiano configurando i primi passi della nuova amministrazione.

Ci soffermiamo a titolo di esempio sul quadrante latinoamericano, lasciando fuori per motivi di tempo i quadranti caldi del medio oriente e dell'Asia.

Ovviamente è probabile che dall’elezione di Trump possano prendere forza e vigore politico tutti quei movimenti di destra che si oppongono ai governi e ai fronti progressisti  a cui, d’altronde, non sono mai mancati gli appoggi e i finanziamenti a stelle e strisce, neppure sotto i governi democratici. Resta da vedere se, la sbandierata intenzione di occuparsi in maniera prioritaria di casa propria piuttosto che di quello che storicamente ne è stato considerato il cortile di casa,  si tradurrà in qualche cambiamento reale di indirizzo. Sotto l’amministrazione Obama le ingerenze e le sponsorizzazioni ai movimenti reazionari sono state copiose: basta ricordare i colpi di stato come quello in Honduras,  il golpe suave di Temer in Brasile nonché l’incremento della guerra sporca contro il Venezuela e le intromissioni nelle politiche interne di Bolivia ed Ecuador. Sarà da vedere quanto lo sbandierato atteggiamento isolazionista, insieme alla retorica dell’America first! si andrà a tradurre  in qualche tipo di cambiamento reale al di là della propaganda. Osservando fino ad oggi quanto accade  appare evidente che, se cambiamento ci sarà, lo sarà in senso ulteriormente reazionario.

Da un lato le sbandierate politiche anti immigrati e il muro che appaiono chiaramente quali  mera prosecuzione di quanto messo in campo dalle precedenti amministrazioni.  Allo stesso modo per quanto riguarda il Venezuela, le avvisaglie non sono delle migliori con il rinnovo delle sanzioni economiche in quanto minaccia alla sicurezza nazionale. Inoltre la guerra sporca contro il Governo Maduro sembra aumentare di intensità.

Molta curiosità era stata generata pure a Cuba dall’elezione di Trump, visto che erano state diffuse una serie di dichiarazioni che sembravano mettere in discussione il criminale bloqueo. In realtà la stessa opinione di Trump a riguardo ha importanza relativa, visto che l’embargo in atto da  mezzo secolo è frutto di una legge del congresso e solo una impensabile maggioranza di due terzi dello stesso potrebbe metterlo in discussione. Anche qui, in ogni caso,  i primi passi reali non sembrano incoraggianti e, anche sotto la spinta delle lobby degli esuli, sembra in forse addirittura la prosecuzione delle aperture portate avanti da Obama con la mediazione di Bergoglio.

 

4) Trump e il populismo

Facendo infine un piccolo passo indietro, andiamo a vedere come siamo stati in grado di leggere la fase interpretandone la tendenza. E lo diciamo subito: secondo noi non bene.

La vittoria di Donald il “rozzo” è stata colta con sorpresa e stupore da molte compagini militanti in Italia e questo denota un importante deficit di internità alla classe e di autonomia nell’interpretarne le pulsioni e gli orientamenti.

Appare evidente che, a livello mondiale, le avvisaglie dell’esito elettorale americano erano alla portata di tutti esattamente come era prevedibile in Europa la vittoria della Brexit. Fenomeni non dissimili, a livello di immaginario popolare,  dalla vittoria di Syriza e del disatteso referendum greco e , poco più avanti,  dello straordinario risultato del no al referendum costituzionale renziano in Italia.  La sorpresa che ci ha colto ci parla di una difficoltà di comprensione e di come abbiamo complessivamente dimostrato di essere più indietro delle masse che vogliamo rappresentare affidandoci, più del dovuto, a una realtà virtuale mediatica che distorce la realtà e a sondaggi che sono ormai inattendibili.

E' oramai evidente che la gente non manifesta più le proprie reali intenzioni di voto ai sondaggisti (cosa ampiamente accaduta anche nelle recenti presidenziali dell’Ecuador). Più che strumenti di rivelazione della volontà popolare, i sondaggi mostrano la loro natura volta proprio ad influenzare voto ed opinione pubblica in favore dei poteri economici e politici.

I voti definiti come populisti nell’attuale fase sono anche voti contro questo. La nudità del re, l’avversione anche prepolitica ai meccanismi della globalizzazione, dai più identificati come l'azione di una sorta di supercasta di cui fanno parte oltre ai partiti politici tradizionali, i banchieri, i grandi manager delle multinazionali, e i media mainstream, sembrano ormai fattori acquisiti da strati sempre più vasti dell’opinione pubblica e di conseguenza anche dai settori di  classe che dovremmo interpretare ancora prima che rappresentare.

L'elezione di Trump in questo senso va analizzata perché ci parla direttamente. Ci parla del rifiuto di una politica dei sacrifici a cui è sottoposta gran parte della popolazione mondiale. Ci parla del fallimento di interi gruppi dirigenti sul piano mondiale. Ci parla e ci parlerà anche delle difficoltà a intervenire in piani così complessi con politiche che non comporteranno cambiamenti radicali e profondi.

Ci parla di un quadro geopolitico in continua ristrutturazione in cui occorrerà inserirsi attraversandone le contraddizioni, sostenendo gli attori a noi più vicini e lottando per far emergere a livello locale e globale le contraddizioni insanabili che fanno sì che, in un mondo attraversato da una crisi sistemica cominciata negli anni 70, sia sempre più probabile l'acuirsi degli scontri militari.

Comprendere queste dinamiche ci aiuterà a capire cosa dobbiamo costruire come comunisti sul piano strategico e quali ne debbano essere le articolazioni sul piano tattico nella politica quotidiana.

 

Collettivo Comunista Genova City Strike


 


 

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