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I giorni della Liberazione. 27 Aprile, la cattura /3

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Ventisette aprile

Mussolini e i suoi gerarchi (con le famiglie, circa 100 persone)  partono da Menaggio (Como), aggregati ad una colonna tedesca di militari in ritirata verso Merano e la Germania. La colonna, lunga circa un chilometro, alle 07:15, appena fuori dall’abitato di Musso, poco più a nord, viene fermata ad un posto di blocco delle Brigate Garibaldi: si tratta di pochi uomini della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici”, comandata da Pier Luigi Bellini delle Stelle, “Pedro”, commissario politico Michele Moretti “Pietro Gatti”, vice commissario politico Urbano Lazzaro “Bill” e capo di stato maggiore Luigi Canali “Capitano Neri”.

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Fig. 10. Pier Luigi Bellini delle Stelle “Pedro”, comandante della 52a Brigata Garibaldi, al centro con barba e baffi.
 

Dopo una breve sparatoria, iniziano le trattative, che si protrarranno fino al primo pomeriggio. I tedeschi, in numero e armamento assai maggiore dei partigiani, non si rendono conto di avere innanzi a loro un blocco con un numero assai esiguo di uomini, che potrebbero facilmente sopraffare. Trattano, ed alla fine ottengono il permesso di poter proseguire la ritirata, a condizione che venga effettuata un’ispezione, al posto di blocco partigiano successivo (cioè a Dongo), e siano consegnati tutti gli italiani presenti nel convoglio. L’esito pomeridiano della trattativa, con l’accordo con I tedeschi, non deve apparire strano: il comandante Pedro aveva già avuto informazione, attraverso un prete del luogo, della possibile presenza di Mussolini e degli alti gerarchi fascisti nella colonna, ed acconsente quindi a lasciar proseguire i tedeschi. I quali, d’altro canto, non faranno molta strada. Riportiamo alcuni stralci dell’articolo, già citato per alcune fonti iconografiche.

La colonna tedesca, dopo la perquisizione nel pomeriggio del venerdì 27 sul lungolago di Dongo, fu lasciata sfilare lungo la strada “Regina” verso Nord, passando per Gravedona. I partigiani poi la bloccarono e ne trattarono la resa con la firma finale il 28 aprile 1945 presso l’Albergo Isola Bella di Colico: due giovani Comandanti partigiani, Iach e Sam, firmarono la resa della colonna tedesca.

Torniamo a Musso, ed al 27 pomeriggio. Mussolini, su consiglio del capo della sua scorta SS, il tenente Fritz Birzer, indossa un cappotto e un elmetto da sottufficiale della Wehrmacht, sale sul camion numero 34 (targato WH 529507), occultandosi in fondo al pianale, vicino alla cabina di guida, ricoperto da una coperta militare: finge di dormire, come fosse ubriaco. A nessun altro italiano sarà concesso di tentare di seguire Mussolini nel convoglio nascondendosi come lui.
La pubblicistica revisionista ha tentato di negare il travestimento dell’ex duce, sempre per malintese questioni di “onore”. La già citata intervista di Fritz Birzer chiarisce anche questo punto:

«Su questo episodio nessuno può minimamente smentirmi, perché fui io stesso a ordinare a un sergente della Flak di consegnare a Mussolini il suo cappotto e il suo elmetto. Lo feci perché ritenevo che soltanto in quel modo, confondendosi con i nostri soldati, egli sarebbe forse riuscito a sfuggire ai partigiani. Il capitano Kisnat era presente alla scena, ma non disse nulla, né per opporsi alla mia iniziativa né per approvarla. Claretta Petacci invece supplicò il Duce di ascoltare il mio consiglio. Cosi Mussolini, anche se malvolentieri, indossò il cappotto della Flak e si mise l’elmo d’acciaio sotto il braccio. Salì poi sul camion dalla parte posteriore per non essere visto dai partigiani che si trovavano davanti alla nostra colonna».

Intanto – durante le convulse ore che seguono l’arresto mattutino della colonna a Musso – alcuni gerarchi componenti la colonna (Ruggero Romano con il figlio Costantino, Ferdinando Mezzasoma, Paolo Zerbino, Augusto Liverani, Nicola Bombacci, Luigi Gatti, Ernesto Daquanno, Goffredo Coppola e Mario Nudi) si consegnano al parroco di Musso, don Enea Mainetti, sperando di nascondersi e di scamparla. Essi – tradendo la consegna del silenzio assoluto sulla presenza dell’ex duce – confidano al prete che Mussolini è presente nella colonna. Il prete – però – correttamente consegna i fascisti ai partigiani e avverte il Comandante Pedro di quanto ha da loro saputo: ciò spiega anche – come detto – l’accordo sulla perquisizione con il permesso di proseguire consegnando tutti gli italiani, noché l’accuratezza della successiva ispezione, fino all’individuazione di Mussolini. In quanto ai gerarchi traditori – essendo tutti condannati a morte per decreto del CLNAI del 25 aprile, articolo 5 (vedi in seguito) – saranno fucilati il giorno seguente, a parte ovviamente il giovane  Costantino Romano, che venne rilasciato.

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Fig. 11. L’intervista del 1981 a Fritz Birzer. Fonte: http://www.larchivio.org/xoom/birzer.htm

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Fig. 12. Uno dei camion della Colonna tedesca a Dongo, 27 aprile 1945

Durante l’ispezione della colonna tedesca in piazza a Dongo, – condotta dai partigiani sotto la direzione di un maresciallo della finanza, Francesco Di Paola – Mussolini, nascosto sotto una panca del camion n. 34, viene riconosciuto dal partigiano Giuseppe Negri. Vi è stata su questo punto una certa diversità di versioni, su chi avesse “riconosciuto Mussolini” e “arrestato Mussolini”, tuttavia praticamente risolta, al contrario della questione sull’esecutore materiale della sentenza di morte.
Risale al 2002 un’intervista a Ivo Bitetti, romano, futuro rugbysta e pallanotista nazionale abbastanza noto, che trovandosi a Dongo e conoscendo il tedesco, da civile venne chiamato dai partigiani a fungere da interprete, durante l’ispezione. Nella sua intervista Bitetti sostiene di aver notato per primo il corpulento soldato tedesco steso sul fondo del camion come se dormisse ubriaco. Ma di Bitetti e del suo preteso ruolo non vi è traccia nella relazione del Maresciallo Di Paola, assai accurata e che riporteremo dopo. Appare tranciante, infine, la dichiarazione da parte del Comandante Pedro e del Commissario Urbano Lazzaro “Bill”: fu Giuseppe Negri a scoprire e riconoscere Mussolini (Figura 12a)

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Figura 12a – Dichiarazione del Comandante Pedro e del Commissario Urbano Lazzaro “Bill”: fu Giuseppe Negri a scoprire e riconoscere Mussolini.


La rivelazione di Bitetti appare quindi non corrispondente a piena verità, sebbene sia accertato da altre fonti la sua effettiva presenza sul posto in quei giorni e la sua collaborazione con la Brigata Garibaldi e al momento della perquisizione. Tuttavia la dichiarazione da parte dei comandanti Pedro e Bill sull’effettivo ruolo di Giuseppe Negri è nota e verificabile da tempo, essendo stata pubblicata sul Diario di un nipote di Giuseppe Negri stesso, e nel volume dell’Anpi e ISSREC di Sondrio a pag.214 dal titolo “Valtellina e Valchiavenna dal fascismo alla democrazia” [vedi: Pierfranco Mastalli, L’arresto di Mussolini a Dongo e la resa della Colonna Tedesca a Morbegno e a Colico (27 e 28 aprile 1945)”, Rivista di Storia e Cultura del Territorio “Archivi di Lecco e della Provincia” n 2 (monografico),  aprile/giugno 2011 (Ed.Cattaneo)].

 Si confronti anche l’articolo che riproduce la dichiarazione in figura sopra, frutto del lavoro di ricostruzione di Pierfranco Mastalli.

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Figura 12b – Mussolini fu riconosciuto da Giuseppe Negri. Articolo di Marco Luppi per “La Provincia”, 28 maggio 2015. Cortesia di Pierfranco Mastalli.

Tornando al momento nel quale Negri scopre l’ex duce nascosto, viene subito avvertito il più alto in grado nelle immediate vicinanze, cioè il vicecommissario politico Urbano Lazzaro “Bill”.  Bill riconosce Mussolini, lo invita ad alzarsi, lo disarma del mitra e di una pistola, ed arrestatolo e presolo in consegna, lo porta nella sede comunale, dove gli vengono sequestrate due borse di cui era in possesso (v. Appendice, “Carteggio Churchill-Mussolini”). Tutti gli altri componenti italiani al seguito, oltre cinquanta, vengono scoperti ed arrestati. Si tratta di quasi tutti i maggiori gerarchi e ministri della RSI; mancano Buffarini Guidi e Tarchi (già arrestati il giorno precedente), Rodolfo Graziani (ministro della guerra e capo dell’esercito repubblichino), che non aveva seguito Mussolini durante la sua fuga da Milano, il ministro della Giustizia Pisenti (anch’egli rimasto a Milano e salvato grazie all’intervento di Corrado Bonfantini), Colombo (arrestato e giustiziato altrove il 28) e pochi altri. A Dongo, oltre ai gerarchi arrestati, vi sono anche componenti delle famiglie, che non subiscono rappresaglie (eccezion fatta per Marcello Petacci, vedi in seguito).
Un Rapporto dettagliato dell’ispezione è reso dal Maresciallo Capo Francesco Di Paola, comandante della brigata della Guardia di Finanza di Dongo. Nelle giornate dell’insurrezione, Di Paola prestava servizio per il mantenimento dell’ordine pubblico, in collaborazione con la 52a brigata partigiana, e “Bill” lo incaricò di dirigere la ricognizione, effettuata dai partigiani. Riportiamo – letterale – uno stralcio della Relazione:

“Io iniziai la visita per mio conto senza mai stancarmi di raccomandare ai patrioti che mi erano vicino di eseguire le visite minuziosamente, guardando bene tra le valigie e cassette di cui erano cariche le macchine. Nonostante però le raccomandazioni ognuno agiva per proprio conto e non si vide altro che una grande confusione, specialmente quando furono trovati i primi italiani vestiti da tedeschi (come il ministro Romano, Coppola ecc.). Tutti gli armati e borghesi scendevano e salivano sui camion ma senza risultati positivi, appunto perché le  visite venivano fatte superficialmente. Visto tale confusione iniziai per mio conto un servizio di osservazione per studiare le mosse dei tedeschi che occupavano gli autocarri. Giunto presso un autocarro già visitato parecchie volte, notai che l’atteggiamento dei militari tedeschi che vi erano a bordo era sospetto fino al punto di farmi pensare con certezza che su quel automezzo si trovava qualche gerarca nascosto. Allora subito ordinai al partigiano Negri Giuseppe da Dongo di salire su quel autocarro ed eseguire una minuziosa perquisizione indicandogli anche di guardare bene sotto i materiali che si trovavano dietro il posto di guida perché vi era qualche cosa che assomigliava alla figura di un uomo. Il Negri obbedì e salito sul camion iniziava la perquisizione mentre io sorvegliavo sempre le mosse dei soldati tedeschi. Quando il Negri si avvicinò al punto dove io precedentemente gli avevo indicato ed alzate le coperte, mi accorsi che i militari suddetti dichiararono qualche cosa al Negri, ma non mi fu possibile capire le vere parole che poi seppi che gli avevano dichiarato che ivi era un loro camerata ubriaco. Il Negri non si convinse delle dichiarazioni dei militari tedeschi e alzata la coperta vide Mussolini. Fingeva di nulla e continuava la perquisizione fino a guardare bene tutto il camion. Terminata la perquisizione scese ed io subito gli chiesi il risultato della visita da me ordinata, ma il Negri era talmente confuso fino al punto di rispondermi balbettando qualche parola e precisamente “c’è su il bello”. Intanto io ancora insistentemente gli chiedevo che cosa aveva visto, insieme ci portammo verso la piazza. In quel momento appariva Bill – Lazzaro Urbano – ex Guardia di Finanza, al quale il Negri si fece incontro gridando “Bill su quel camion c’è Mussolini”. Io, Bill e alcuni uomini ci precipitammo verso il camion. Bill salì sull’automezzo e scorto Mussolini lo invitò a scendere. Mussolini lo seguì e si portò verso la parte posteriore del camion per scendere. I soldati tedeschi rimasero fermi al loro posto, mentre Mussolini li guardava e quasi con lo sguardo li invitava a reagire, come poi si è saputo che Mussolini era convinto che alla sua scoperta i militari tedeschi dovevano fare uso delle armi.”

06Fig. 13. Urbano Lazzaro “Bill”, il partigiano che arrestò Mussolini. Qui fotografato nel novembre del 1945 davanti al cancello di villa Belmonte, mentre ricostruisce l’esecuzione di Mussolini, alla quale tuttavia egli non partecipò. Secondo Pierfranco Mastalli [55], questa foto fa parte di una serie di foto scattate dal fotografo Federico Patellani ai primi di novembre del 1945 (data desunta da una foto della serie che riprende una fiera di merci e bestiame detta dei Morti a Sorico, colta nel passaggio per fotografare il Ponte del Passo dove fu bloccata per una notte la colonna tedesca della Flak ancora armata), per un servizio sul giornale “Corriere Lombardo” con la presenza in Alto Lario di Bill e Pedro, che in quel periodo soggiornavano a Como [56].
 

Alcuni fascisti cercano di fuggire durante le convulse ore del 27 aprile: sperano di nascondersi presso la popolazione locale; a questo scopo tentano di corrompere la popolazione offrendo denaro e gioielli: nessuno accetta di nasconderli.
Pavolini e gli occupanti dell’autoblindo sono gli unici a cercare di resistere: una manovra improvvisa dell’autoblindo, come se cercasse di sganciarsi dal convoglio e fuggire, scatena un breve scontro a fuoco con i partigiani: gli occupanti vengono catturati. Pavolini tenta di fuggire nascondendosi nelle rive del lago, fra la vegetazione, ma viene ripreso e nel tentativo di fuga rimane ferito.
La notizia dell’arresto di Mussolini si sparge rapidamente: inizia una partita a tempo fra coloro che vogliono sia eseguita la sentenza capitale del CLNAI e coloro che invece vogliono consegnare l’ex duce agli alleati, in pratica salvandolo dall’esecuzione.

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Figura 13a – Prima pagina del “Popolo Nuovo” del 28 aprile 1945. Sotto la notizia della Liberazione di Torino, si legge dell’arresto di Mussolini, con I suoi complici, durante la fuga. Era successo soltanto nel pomeriggio del giorno precedente.

 

Il comandante Bellini delle Stelle, dopo l’interrogatorio di Mussolini nel Municipio di Dongo, intorno alle 18.30 del 27 aprile, valuta come poco sicuro il luogo di detenzione di Mussolini: lo trasferisce nella caserma della Guardia di Finanza di Germasino, un paesino sopra Dongo. A fine giornata verrà ivi fatta sottoscrivere da Mussolini una breve dichiarazione autografa, l’ultimo scritto dell’ex duce, su richiesta del finanziere Buffelli [55], dove si attestava l’avvenuto arresto e il trattamento corretto ricevuto dall’ex duce. Altri gerarchi saranno trasferiti a Germasino e trattenuti fino al primo pomeriggio del 28 aprile, per essere poi riportati a Dongo.
Il luogo appare sufficientemente isolato e sicuro, tuttavia “Pedro”, probabilmente contattato nel frattempo dal tenente colonnello Sardagna, rappresentante del CVL a Como, decide di trasferire nuovamente l’ex duce: Sardagna, su richiesta del Comandante del CVL generale Raffaele Cadorna, gli ha chiesto di trasferire Mussolini in un “luogo sicuro”, ma per poterlo consegnare poi agli alleati. In tarda serata e prima nottata, quindi, Mussolini viene spostato in auto in altri luoghi nei dintorni, in particolare al molo di Moltrasio, dove doveva venire traghettato e posto in salvo. Alla fine, sfumato come vedremo il piano, egli giungerà a pernottare, ricongiunto alla Petacci e sorvegliato da due soli giovani partigiani (Guglielmo Cantoni “Sandrino Menefrego” e Giuseppe Frangi “Lino”), in una casa isolata a Bonzanigo, una frazione di Mezzegra, presso la famiglia De Maria, conoscenti di lunga data del “capitano Neri” e di cui il capo partigiano si fida assolutamente. Il Comandante “Pedro” ritorna a Dongo, mentre “Neri” e gli altri partigiani, fra cui Michele Moretti (“Pietro”, il cui ruolo sarà essenziale l’indomani) vanno a Como.
E’ l’ultima notte di Mussolini, mentre a Milano si decide del suo destino.

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Fig. 14. L’ultimo scritto di Mussolini, redatto a Germasino, sopra Dongo, il 27 aprile 1945. “La 52a Brigata Garibaldina mi ha catturato oggi venerdì 27 aprile nella Piazza di Dongo. Il trattamento usatomi durante e dopo la cattura è stato corretto”.

 

Ricevuta comunicazione dell’arresto dell’ex duce, in serata, il Comitato insurrezionale del CLNAI di Milano, formato da Sandro Pertini, Leo Valiani, Emilio Sereni e Luigi Longo, si riunisce d’urgenza e decide di agire subito, inviando una missione a Como per procedere all’esecuzione di Mussolini, secondo quanto decretato dal CLNAI il 25 aprile. La rapida decisione fu presa anche in modo da aggirare il comportamento equivoco del generale Cadorna, diviso tra i doveri di comandante del CVL e le pressioni degli Alleati, che volevano Mussolini vivo. Si ricordi che il giorno dopo le truppe alleate iniziarono ad occupare la zona di Como, e che quindi il controllo militare da parte dei partigiani era destinato a svanire nel giro di breve tempo.
Importante da segnalare l’atteggiamento fermo, e privo di ambiguità compromissorie, di Sandro Pertini, rappresentante del Partito Socialista (allora PSIUP, Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), in totale accordo con gli altri membri Comunisti (Longo, Sereni) ed Azionisti (Valiani).

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Fig. 15. Sandro Pertini parla durante il Comizio della Liberazione a Milano, 28 aprile 1945.

 

Con il diffondersi della notizia dell’arresto di Mussolini, intanto, era giunto al comando del CLNAI un telegramma degli Alleati con la richiesta di consegnare loro “tutti i membri di governo della RSI“, ex duce incluso, citando la corrispondente clausola numero 29 dell’armistizio di Cassibile, siglato da Eisenhower e Badoglio nel settembre 1943. Appare evidente la pretestuosità del citare quell’accordo, siglato da un’autorità italiana (il Governo del Regno del Sud con a capo Badoglio) che era aliena alla Resistenza; l’accordo era stato sottoscritto in tempi relativamente recenti (soltanto 20 mesi prima), ma lontanissimi, visto quanto era successo in Italia nel frattempo.
Erano invece da applicarsi a tutti gli effetti i Decreti del CLNAI del 25 aprile 1945, come già citati, e dei quali ribadiamo l'articolo 5: “I membri del governo fascista e i gerarchi fascisti colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d’aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi con l’ergastolo”.

Mussolini e gli alti gerarchi e ministri in fuga con lui erano già stati, perciò, condannati a morte. Non restava che eseguire la sentenza, contro l’attuazione della quale agivano gli alleati e il generale Raffaele Cadorna. Occorreva far presto, se si voleva far Giustizia.
Nella notte fra il 27 e il 28 aprile, alle 3 del mattino, il servizio radio del CLNAI trasmette agli alleati un fonogramma in risposta alla loro richiesta di consegna di Mussolini, giunta al CLNAI qualche ora prima: “Spiacenti non poter soddisfare vostra richiesta consegna Mussolini, in quanto già processato dal Tribunale popolare e fucilato nello stesso luogo ove precedentemente fucilati da nazifascisti quindici patrioti“. Il messaggio anticipava di un giorno quanto poi sarebbe successo e aveva lo scopo di depistare gli alleati. Se ne evince anche che l’idea di portare i fascisti, vivi o cadaveri, a Piazzale Loreto, a Milano (dove appunto nel 1944 vi fu la fucilazione da parte dei nazifascisti di 15 partigiani) era già stata decisa dal Comitato Insurrezionale del CLNAI nella riunione del 27 sera.

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Fig. 16. Prima pagina del “Corriere del Mattino” di Firenze del 28 aprile 1945. L’autorità del CLNAI fu riconosciuta anche dal Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia.

 

Walter Audisio, “colonnello Valerio”, ufficiale addetto al comando generale del CVL e Aldo Lampredi “Guido”, ex combattente della guerra di Spagna e ispettore del comando generale delle Brigate Garibaldi, uomo di fiducia di Luigi Longo, vengono incaricati dal CLNAI, nella sera del 27 a Milano, di andare a prendere l’ex duce e i suoi complici e di riportarli a Milano, vivi o morti, in modo da eseguire la sentenza di condanna a morte.

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Fig. 17. Walter Audisio, “colonnello Valerio” durante un comizio alla Basilica di Massenzio a Roma nel 1947 (Istituto Luce)

 

Il generale Raffaele Cadorna, posto a comando del CVL come figura di istituzionale di compromesso fra Alleati, Badoglio e il CLN, ma non un vero partigiano, ha una condotta – in quel frangente – duplice. Da un lato, sotto pressione di Longo, Pertini, Valiani e Sereni, rilascia i salvacondotti necessari ad Audisio e Lampredi per superare i molti posti di blocco fra Milano e Como, e per ottenere collaborazione e eventualmente imporre obbedienza ai partigiani locali, e in particolare la 52a Brigata Garibaldi che aveva catturato e deteneva Mussolini. Salvacondotti che si riveleranno, l’indomani, essenziali per la riuscita della missione di Audisio e Lampredi.
Dall’altro lato, Cadorna contatta il tenente colonnello Sardagna, rappresentante del CVL a Como, chiedendogli di sottrarre Mussolini ai partigiani, trasferirlo in “luogo sicuro” al fine di consegnarlo agli alleati.
Sardagna contatta telefonicamente il comandante “Pedro”  e lo convince a tentare di porre in salvo Mussolini consegnandolo agli alleati. 
Durante il peregrinare dei trasferimenti notturni dell’ex duce, la notte fra il 27 e il 28, per arrivare infine a casa De Maria, “Pedro” agisce per far riuscire il piano di Cadorna: il comandante del CVL aveva predisposto il traghettamento del prigioniero dal molo di Moltrasio sino alla villa dell’industriale Remo Cademartori a Blevio, sull’altra sponda del Lago di Como. Era questo un luogo sicuro e fortificato, dove l’ex duce sarebbe facilmente stato prelevato dagli alleati. “Pedro”, conducendo il piccolo gruppo di partigiani che sta trasferendo l’ex duce (fra cui Luigi Canali “Capitano Neri”, Michele Moretti “Pietro” e Giuseppina Tuissi “Gianna”), riesce a portare Mussolini e la Petacci sul molo di Moltrasio, ma non viene rinvenuta nessuna imbarcazione e il progetto sfuma.
Intanto, in lontananza, si odono echi di sparatorie: si tratta di una prima avanguardia della 34a Divisione statunitense che sta entrando in Como. Nella notte, una decina di Jeep con soldati alleati perlustreranno la zona di Como per cercare di assicurarsi la consegna di Mussolini.
Fra i partigiani che trasportano Mussolini, nell’allarme e incertezza conseguenti, il  capo di stato maggiore della 52a Brigata, Luigi Canali “Capitano Neri” alla fine convince “Pedro” e gli altri a portare Mussolini e Petacci in un rifugio sicuro e segreto: si lascia Moltrasio e Mussolini è nascosto in casa dei fidati De Maria, a Bonzanigo. Solo “Sandrino” e “Lino” restano a custodire i due, e per oltre 12 ore Mussolini sarà nelle loro esclusive mani: non tradiranno la consegna, lo custodiranno senza maltrattamenti, ma senza neppure accettare le sue profferte per essere lasciato andare.
Ai partigiani – che hanno lottato per 20 lunghi mesi contro I nazifascisti – viene, ovunque in Italia, lasciato poco tempo per la caccia ai fascisti e la Resa dei Conti. In questo caso, poi, vista la massima posta in gioco (Mussolini e I gerarchi) già dal 27 aprile, con ancora gli alleati per strada, si medita di sottrarre loro il controllo, eventualmente anche con l’uso della forza. Si sono ritrasformati – in quelle ore – già da cacciatori nuovamente in cacciati. Da carcerieri possono diventare prigionieri, se non consegnano Mussolini dopo averlo catturato: gli Alleati ed elementi “moderati” della Resistenza si battono per salvare la vita del dittatore, responsabile della rovina d’Italia, dopo averla privata della democrazia, e dell’uccisione di migliaia e migliaia di italiani durante la dittatura e in tempo di guerra. Era il 27 aprile 1945, due giorni dopo la data convenzionale della Liberazione, (25 aprile) già c’erano i prodromi del tradimento.

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Fig. 18. Bonzanigo di Mezzegra (CO) – Vista dell’epoca di Casa De Maria, dove pernottò Mussolini con la Petacci la notte fra il 27 e il 28 aprile 1945

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