Menu

Immigrazione ed emigrazione: contributo per un dibattito all’interno della piattaforma Eurostop

1744 visualizzazioni

Crediamo sia fondamentale, per una Piattaforma come Eurostop, andare a definire nel più breve tempo possibile non solo la sua identità ma anche gli ambiti di intervento in cui concentrarsi per costruire l’opposizione sociale e politica necessaria.

Come Noi Restiamo vogliamo portare il nostro contributo a questo lavoro andando ad aprire una discussione franca e costruttiva sul tema delle migrazioni e della relazione stretta che oggi c’è tra l’emigrazione e l’immigrazione. Già in diverse occasioni sono emerse posizioni diverse su questo tema. Abbiamo sentito parlare di “quote” e politiche di controllo delle entrate, posizioni che a nostro avviso non solo sono sbagliate, dettate da una rincorsa al CONSENSO di una classe completamente priva di identità e progetto, ma sono pesante elemento di indebolimento di una visione autonoma e di classe rispetto alle politiche e all’ideologia dell’avversario.

Partiamo da un dato storico. Fin dal suo inizio il capitalismo e lo sviluppo capitalistico hanno prodotto immensi fenomeni migratori interni ai singoli paesi e su scala internazionale. È una storia che inizia con i grandi spostamenti dalle campagne alle città  provocate dalle “Enclosures” inglesi tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo, che produssero quelle migrazioni di contadini privati delle proprie terre che andarono a formare la base del proletariato urbano sulla quale si fondò la rivoluzione industriale nei decenni successivi. Stesso elemento per quanto riguarda le grandi migrazioni interne all’Europa e verso le Americhe del diciannovesimo e ventesimo secolo. Le classi dominanti hanno sempre mantenuto sulle migrazioni una politica fatta di tempi e modalità diverse. Da una parte hanno sempre favorito i fenomeni migratori, essendo fondamentali per garantire i lavoratori necessari al processo di accumulazione, sviluppando contemporaneamente una legislazione di contenimento del flusso per gestire le contraddizioni che queste sviluppano nella società. A ciò sono seguite campagne ideologiche di stampo razzista e xenofobo al fine di impedire l’unità della classe lavoratrice e di tutti gli sfruttati.

Nel quadro attuale, caratterizzato da una forte competizione tra le diverse aree di influenza economica e politica, che si manifestando con una accelerazione della tendenza alla guerra economica e alla guerra guerreggiata, le migrazioni sono una conseguenza della competizione globale. Nello specifico del nostro imperialismo, inoltre, registriamo una competizione interna oltre che proiettata verso gli altri poli e questo determina un inscindibile rapporto tra migrazioni extraeuropee e migrazioni interne ai paesi della Ue. I lavoratori/merce di ogni paesi si ricollocano geograficamente là dove il sistema produttivo ne ha più bisogno, con una composizione assai diversa per quanto riguarda professioni e professionalità nei diversi paesi, composizione determinata dal livello di sviluppo tecnologico e produttivo dei diversi paesi presi in esame. Ecco che il flusso continuo di forza lavoro ad alto livello di formazione va a ricollocarsi in quei paesi come la Germania e i paesi nord europei in generale, in cui gli investimenti in innovazione e ricerca sono stati più alti mentre la manodopera scarsamente specializzata si va a ridistribuire in quei paesi in cui gli investimenti nei campi dell’alta tecnologia sono stati più bassi o per interi periodi del tutto assenti come l’Italia.

Ciò spiega perché le contraddizioni, i fenomeni di razzismo e xenofobia non hanno mai dato vita a scontri sulle questioni materiali del lavoro, nemmeno in paesi come il nostro dove la cosiddetta “EMERGENZA MIGRANTI” è al centro del dibattito politico e fonte di diversi fenomeni di stampo razzista anche all’interno di ampi settori popolari e proletari. Semplicemente gli immigrati sono una merce diversa dai lavoratori autoctoni, più sfruttabile e ricattabile, utilizzata per continuare la produzione in quei settori abbandonati dai lavoratori autoctoni o utilizzati, come i meridionali negli anni del Boom economico, per calmierare gli stipendi e abbassare ulteriormente il costo del lavoro per il capitale. Merce ancora diversa sono invece i nostri migranti, quella generazione mitizzata da progetti come l‘Erasmus. Come dimostrano i dati, negli ultimi anni la migrazione dall’Italia ha cambiato la sua composizione e di livello di formazione. Se infatti su un totale di circa 5 milioni di italiani residenti all’estero, tra l’altro esattamente lo stesso numero di stranieri residenti in italia, il 25% possiede un diploma di scuola superiore, se andiamo a considerare l’emigrazione degli ultimi 10 anni , che per altro ha avuto un aumento di oltre il 50 % dovuto allo scoppio della crisi e all’aumento esponenziale della disoccupazione giovanile, vediamo come i laureati superino il 50 %. È chiaro che quella che sta avvenendo è una emigrazione che va a rispondere alle richieste di forza lavoro con un alto livello di formazione di quelle economie interne all’eurozona che richiedono un alto livello di professionalizzazione. Contemporaneamente l’Italia continua ad ospitare una manodopera immigrata a bassa formazione che viene ridistribuita in settori propriamente a basa innovazione o che rimangono a un livello di bassa specializzazione.

Quello che affermiamo sopra e analizziamo nei dettagli più avanti e nella ricerca statistica dimostra come le contraddizioni e i problemi che l’immigrazione stanno generando si sviluppano sul welfare, i diritti sociali e civili e sul degrado urbano.

Sono infatti il diritto alla casa, tutti i servizi di welfare, locale e nazionale, la decadenza di ampie aree delle nostre metropoli ad essere quel terreno su cui crescono e si diffondono le politiche di intolleranza che fanno crescere il consenso di xenofobia e razzismo anche tra ampi settori del nostro blocco sociale di riferimento.

Sul welfare il ragionamento da fare ci riguarda in pieno. Non possiamo accettare il punto di vista della destra, così come del Partito democratico, di un fallimento del welfare dovuto all’insostenibilità di meccanismi di tutela sociale in una fase di crisi e disoccupazione massiccia. Sappiamo che negli ultimi anni i fondi per l’edilizia residenziale pubblica, così come per borse di studio, sussidi alle famiglie ecc sono stati sistematicamente ridimensionati al ribasso per rispondere alle logiche del pareggio di bilancio imposte da quell’UE che abbiamo eletto e definito come il nemico principale contro cui batterci. Concentrarci sugli effetti che queste politiche hanno avuto sulla popolazione complessiva nel nostro paese e non sulle cause di queste politiche che vanno a pauperizzare non solo la popolazione di immigrati ma anche i nostri settori sociali di riferimento ha come conseguenza l’immobilismo politico, l’incapacità di concepire una politica di classe capace di indicare le lotte da intraprendere per costruire un fronte antieuropeista,  anticapitalista e socialista. Lottare contro la distruzione del welfare significa creare la base per un intervento politico e un progetto politico che metta al centro i bisogni materiali dei lavoratori, degli studenti e dei giovani. Su questo gli immigrati possono essere un prezioso alleato per noi così come per tutti i lavoratori. Non possiamo accettare la visione ideologica che contrappone italiani a stranieri in una battaglia che riguarda tutti per i diritti di tutti. La posizione secondo cui non è possibile creare ponti e mutua solidarietà tra stranieri e italiani a causa di una insostenibilità del sistema è del tutto ideologica e non provata dai fatti. Quelle istituzioni di welfare e di tutela sociale che ancora reggono, seppur fortemente compromesse dai tagli e dalle politiche di austerità, non hanno ancora determinato fenomeni di intolleranza e razzismo. Sanità e pensioni non sono nella stessa condizione dell’edilizia residenziale pubblica o delle borse di studio. La sanità ancora garantisce livelli di assistenza sufficienti, nonostante sia stata estremamente compromessa dai tagli e esternalizzazioni e infatti non si registrano tensioni o campagne razziste su questo tema. Per quanto riguarda le pensioni abbiamo addirittura un vantaggio netto per i pensionati italiani dovuto alla presenza dei migranti in quanto oggi i contributi versati dai lavoratori stranieri garantiscono la pensione a più di 600 mila persone.

La questione della delinquenza è una questione delicata, in cui i dati generali e il portato anche qui ideologico della questione devono essere presi bene in considerazione. Come primo elemento consideriamo la campagna emergenziale che viene fatta sul tema. Una campagna evidentemente del tutto ingiustificata, tesa ad alimentare quella “politica dell’emergenza” che ormai è consuetudine di una classe dirigente che sente venir meno la sua egemonia all’interno della società. Nel 2016 abbiamo avuto infatti un meno 7% complessivo di reati sul territorio nazionale con una flessione negativa (positiva) soprattutto di omicidi e rapine. Per quanto riguarda i piccoli reati ad alto impatto emotivo sulla popolazione è evidente che il peso della delinquenza di origine straniera pesa molto, ma la distribuzione territoriale e sociale di chi delinque ci parla chiaramente di una natura non etnica, ma sociale della delinquenza. La sinistra progressista è sempre stata all’avanguardia nella concepire la relazione tra delinquenza e condizione sociale. Se i migranti sono andati a sostituire in parte il necessario (al capitalismo) strato sottoproletario, super-sfruttato e ricattabile non ci deve stupire che questo sia il soggetto maggiormente incline a cadere nella piccola delinquenza da sopravvivenza. Là dove le condizioni economiche e di welfare garantiscono una vita dignitosa, la delinquenza cala drasticamente.

Discorso equivalente per il degrado urbano, che nel nostro paese ha una storia lunga. Il degrado delle metropoli è indipendente dalla presenza dei migranti e dovuto in parte allo sviluppo asimmetrico e rapido dell’economia capitalistica che storicamente anche nel nostro paese ha favorito lo svilupparsi dei grandi quartiere ghetto/dormitorio. Negli ultimi anni le politiche di gentrificazione, la diminuzione dei servizi, la deriva di una parte importante del paese che viene descritta con le 2 velocità dell’Italia, quella del Nord “Europeo” e quella del Sud in grave ritardo economico e sociale, stanno  provocando la crisi urbana di importanti metropoli del sud a partire da Roma, indipendentemente dalla presenza di stranieri nei quartieri. Nella città vetrina verticale i quartieri del centro hanno un ruolo e i quartieri della periferia un altro, al di là di chi li abita. Addossare sui migranti il degrado delle città del nostro paese è antistorico e un errore politico. Anche qui la controffensiva dell’avversario è del tutto ideologica e priva di riferimenti strutturali. La periferia di Napoli, così come quella di Palermo o di Bari, di Roma e Torino stavano in una condizione di completo degrado e abbandono anche prima delle grandi ondate migratorie degli ultimi anni. Sta alle lotte ridare dignità a queste periferie, e le lotte dal nostro punto di vista non devono essere condotte tra chi vive nella stessa condizione ma contro chi quella posizione la impone.

ANALISI SITUAZIONE IMMIGRAZIONE

La questione delle migrazioni occupa costantemente lo spazio di tv e giornali, tuttavia, nonostante il tema sia così tanto all’ordine del giorno difficilmente i vari proclami sono sostenuti da dati. Se così fosse, ci si accorgerebbe ben presto che la narrazione dominante non sta in piedi da sola ma è sostenuta da ideologie molto comode sul campo elettoralistico. Ad esempio si parla spesso d’immigrazione ma ci si dimentica di parlare degli italiani che emigrano, tralasciando  così il dato che se sono circa 5 milioni coloro che vivono in Italia con cittadinanza straniera allora altrettanti sono gli italiani che vivono all’estero.  Smentendo di fatto chi sostiene di essere di fronte ad un invasione e chi dice che non ci può essere spazio per tutti. L’invasione è un effetto ottico, infatti, la distribuzione d’immigrati in Italia non è omogenea, oltre la metà della popolazione straniera si concentra in tre regioni (Lombrardia 23%, Emilia Romagna 10.7% e Veneto 10.2%, tra l’altro Lombardia e Veneto sono tra le regioni con più alto tasso d’emigrazione) mentre un terzo degli stranieri presenti nel mezzogiorno vive in Campania. Dove gli stranieri si concentrano maggiormente sono spesso recintati in ghetti, appaiono così in maggioranza quando in realtà sono l’8.2% della popolazione. Le condizioni di vita di queste persone dipendono dal lavoro che svolgono, il 50% degli immigrati ha un lavoro stabile o un contratto a tempo indeterminato tuttavia sono mediamente pagati il 30% in meno rispetto ad un italiano che svolge lo stesso lavoro, se c’è una categoria che è trattata peggio è quelle delle donne immigrate che svolgono lavori molto più precari degli uomini.

Un altro mantra è quello che ripete che gli stranieri rubano il lavoro agli autoctoni, a parte nel settore dei servizi collettivi e personali in cui gli immigrati sono il 40% dei lavoratori, in tutti gli altri settori produttivi questi occupano quegli spazi lasciati vuoti dagli italiani. Tanto che superano il 10% solo nei settori dell’agricoltura, delle costruzioni e alberghi e ristoranti. Il 35% degli stranieri è occupato come ”personale non qualificato”, questo significa che non rubano ma vanno a completare i posti di lavoro disponibili. Questi settori non casuali,  ma sono il risultato delle modificazioni che il sistema di produzione italiano sta subendo con il processo di unificazione europea. L’Italia è un paese periferico che produce un determinato tipo di merce, fondamentalmente prodotti alimentari e turismo, inoltre è un paese demograficamente vecchio e bisognoso di assistenza in tal senso. Gli stranieri assistono gli anziani e stando ai dati pagano pure le pensioni, nel 2015 sono circa 11 i miliardi di euro che hanno versato nelle casse della previdenza pubblica, e di sicuro non solo loro a beneficiarne visto che il 20% sono minori e il 40% è sotto i 29 anni di età.  La realtà è che gli immigrati pagano 640 mila pensioni italiane.

Continuerebbero a questo punto le litanie di chi è convinto che gli italiani paghino le sigarette e i telefonini agli immigrati, stando però ad uno studio della Fondazione Moressa a fronte di una spesa pubblica per gli immigrati pari a 14.7 miliardi, le entrate che assicurano alle casse dello stato sono di 16.9 miliardi, con un saldo di 2.2 miliardi a favore degli stranieri. Inoltre, nonostante siano 8.2% della popolazione italiana pesano sul PIL per 8.8% con 127 miliardi prodotti (mentre FCA ha un fatturato di 136 miliardi). E se sono i rumeni gli stranieri più presenti in Italia sono anche coloro che contribuiscono di più alle casse dello Stato.

La criminalità è un altro mito da sfatare, i dati dicono che circa un terzo della popolazione carceraria è di origini straniere, sono mediamente più giovani degli italiani ma sono condannati per reati meno gravi. Infatti, se per furti e rapine si denunciano gli stranieri (40%), gli italiani nel campo delle truffe e delle frodi informatiche restano “i numeri uno”.   Per quanto riguarda, invece, il terrorismo così detto islamico bisognerebbe notare come tra le prime 5 nazionalità degli immigrati solo una è legata all’Islam ed è il Marocco.

ANALISI DATI SITUAZIONE EMIGRAZIONE

La dimensione e le caratteristiche dell’emigrazione dall’Italia, che ha conosciuto un vero e proprio boom negli ultimi dieci anni, non possono essere comprese se non facendo riferimento alla costruzione dell’Unione Europea come polo imperialista e ai processi di concentrazione e insieme polarizzazione che essa porta avanti. La crisi economica si è rivelata infatti un’opportunità per la ristrutturazione produttiva nel continente intorno alla Germania e ai suoi satelliti, e per una conseguente accentuazione della polarizzazione tra centro e periferia.

La struttura produttiva del nostro paese si sposta verso settori a basso contenuto tecnologico, e parallelamente assistiamo ai tagli agli investimenti in ricerca e sviluppo e alla ristrutturazione del sistema formativo, segnato da un notevole ridimensionamento dell’alta formazione (eccetto pochi poli universitari di eccellenza che anzi si consolidano) nonché dalla ridefinizione della scuola superiore come serbatoio di manodopera flessibile e impiegabile con profitto in mansioni poco qualificate, tramite l’alternanza scuola-lavoro. Il mercato del lavoro è caratterizzato da precarizzazione pressoché totale e da percentuali altissime di disoccupazione, in particolare per quanto riguarda le fasce giovanili.

Data tale desolante situazione, moltissimi fisiologicamente scelgono la strada dell’emigrazione. Negli ultimi dieci anni, sono aumentati del 50% gli iscritti al registro dell’AIRE (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) – dato conservativo in quanto non tutti gli emigranti vi si iscrivono; il dato dei cittadini italiani che lasciano il paese continua ad aumentare di anno in anno .

A smentire qualunque visione ideologica, proposta dall’avversario di classe, di presunte invasioni in corso, i dati mostrano come il saldo migratorio (ovvero la differenza tra immigrati ed emigrati) ammonti a poco più di 100.000 persone e sia inoltre in costante calo. Citiamo dal rapporto Istat: “Negli ultimi cinque anni, tuttavia, le immigrazioni si sono ridotte del 27%, passando da 386 mila nel 2011 a 280 mila nel 2015. Le emigrazioni, invece, sono aumentate in modo significativo, passando da 82 mila a 147 mila. Il saldo migratorio netto con l’estero, pari a 133 mila unità nel 2015, registra il valore più basso dal 2000 e non è più in grado di compensare il saldo naturale largamente negativo (-162 mila)”.

L’emigrazione dall’Italia ha assunto caratteristiche di massa, come già a cavallo tra Otto e Novecento e dopo la Seconda guerra mondiale; ma rispetto alle due altre grandi ondate migratorie, la composizione di chi lascia il paese presenta importanti differenze. Oltre alla perdurante migrazione di forza lavoro poco qualificata , infatti, va segnalata la presenza significativa di laureati, che si aggira intorno al 30% negli ultimi anni ed è in costante e notevole aumento dal 2011.

Le destinazioni prescelte – Regno Unito (i dati sono pre-Brexit), Germania e Francia – confermano che è in atto una “diaspora” verso il centro produttivo dell’Unione Europea, che riceve così da un lato forza lavoro non qualificata, più ricattabile e pronta ad accontentarsi di salari inferiori, dall’altro i “cervelli in fuga” dall’Italia e dagli altri paesi della periferia europea, che presentano dinamiche del tutto speculari. Dobbiamo sottolineare la corrispondenza diretta tra l’emigrazione da un lato e gli scarsissimi investimenti in ricerca e sviluppo e ridimensionamento dell’università e della ricerca dall’altro, il che ci rimanda ancora alla divisione del lavoro tra i paesi nel processo di costruzione del polo imperialista europeo.

Va inoltre segnalato che la dinamica migratoria verso il centro della UE si affianca a quella della tradizionale migrazione interna dal Mezzogiorno verso il Nord del paese (che permane); tra le regioni che vedono il maggior numero di partenti, ne notiamo molte settentrionali come Lombardia, Piemonte e Veneto. Si può dire che la “questione meridionale” si sta ridefinendo a livello europeo.

PER ANDARE A SINTESI

Sulla questione delle migrazione è evidentemente in corso una controffensiva ideologica dell’avversario tesa a dividere la classe. È una operazione relativamente semplice se giocata sulle spalle degli stranieri. Del resto le teorie e le posizioni con le quali a sinistra si è tentato di rispondere agli scenari imposti da una società in rapida evoluzione si sono dimostrate  completamente inefficaci e in alcuni casi hanno favorito la penetrazione del razzismo e della xenofobia. Multiculturalismo e  terzomondismo non sono stati strumenti efficaci contro razzismo e xenofobia in quanto non fanno altro che rafforzare il concetto di identità, identità che nella pancia della gente significa lingua, tradizioni e culture elementi che nell’immediato provocano una riconoscibilità maggiore tra sfruttati e sfruttatori di uno stesso paese che tra sfruttati di paesi diversi. Operazione più difficile invece, ma non priva di successo, la si sta tentando contrapponendo giovani a pensionati, lavoratori pubblici a lavoratori del  privato, studenti da chi cerca un lavoro, lavoratori dei servizi da consumatori e contribuenti.

Nell’epoca del capitalismo internazionale concepire delle frontiere alle migrazione è un errore di analisi. Non ci sono le porte dell’Europa e poi il mondo, così come nella edificazione del polo imperialista europeo non ci sono frontiere e identità nazionali che tengano. Nel capitalismo la forza lavoro è una merce che va dove ce ne è richiesta. Il capitalismo anche in questo campo produce contraddizioni in quanto la forza lavoro è una merce che deve sopravvivere ed è compito della sinistra di classe organizzare questa parte di umanità contro chi la vuole solo schiava. Per farlo oggi è fondamentale non scindere il concetto di immigrazione da quello di emigrazione. Da una parte i signori d’Europa favoriscono le migrazioni per i LORO bisogni e dall’altra accusano gli immigrati di essere una delle principali cause della crisi occupazionale che investe il continente. Il punto però è semplice. Chi emigra in un altro paese diviene in quel paese un immigrato, sottoposto allo stesso livello di ricattabilità a cui gli immigrati sono sottoposti in casa nostra. L’unica strada per bloccare le migrazioni sono politiche economiche e sociali diverse, non fondate sui diktat dell’imperialismo di turno ma sui bisogni di tutti i lavoratori. In questo ogni immigrato può essere ed è un alleato utile alla nostra battaglia contro l’austerità e per una alternativa alla gabbia dell’Unione Europea, che oltre ad affamare i suoi popoli è elemento di destabilizzazione militare, economica e politica di intere aree del mondo, destabilizzazioni che sono la prima causa delle fughe attraverso i Balcani e il mediterraneo.

Come Noi Restiamo abbiamo accettato la sfida impostaci dalla centralizzazione europea ponendoci come obbiettivo la lotta contro l’emigrazione che sta causando la resa di una intera generazione alla pauperizzazione del futuro. Crediamo che senza buonismo alcuno, ma con una logica di ricomposizione del fronte di classe sia fondamentale che Eurostop assuma una posizione e dia vita ad una mobilitazione conseguente sul tema dei migranti immigrati e emigrati.

In questo quadro dare vita a una campagna di rifiuto dell’ideologia impostaci dall’avversario sul tema è fondamentale. L’avversario sta sviluppando una campagna essenzialmente ideologica sulla questione delle migrazioni e noi non possiamo che rispondere  che con una controcampagna ideologica che destrutturi la vulgata che vuole gli immigrati come responsabili dell’impoverimento, della disoccupazione e del degrado urbano. Ovviamente vista la sproporzione di apparati ciò non basta. È un lavoro da costruire su più fronti e che deve per forza andare a mettere in discussione tutte quelle istituzioni e ambiti sollecitati dalla questione dell’immigrazione. Partecipare e dare vita alle campagne in difesa dei diritti dei lavoratori migranti e non, così come smascherare le menzogne sugli immigrati che indeboliscono il welfare quando invece i dati ci parlano di una ricchezza prodotta dal lavoro migrante e fondamentale così come dare vita a momenti di recupero dei quartieri popolari abbandonati attraverso iniziative che abbiamo sempre il coinvolgimento di tutti i soggetti che vivono le situazioni.

Ciò deve essere accompagnato dalla continua denuncia e lotta contro quelle istituzioni che fanno dell’emigrazione dei giovani italiani una possibilità concreta per uscire dalla crisi e dalla disoccupazione. Non è con il ricatto di una lavoro dall’altra parte dell’Europa o del mondo che si può pensare di uscire dalla crisi di prospettive e di futuro nella quale l’UE ha gettato una intera generazione dei paesi più periferici compreso il nostro. Su questo è fondamentale denunciare e lottare contro l’ideologia della “generazione Erasmus” (progetto a cui partecipa meno dell’1% dei giovani italiani) e della mobilità europea. Altro che generazione Erasmus. Questa è la generazione della Woorking Poor e anche quelli che i nostri nemici definiscono i NOSTRI Giovani stanno cominciando a pagarne caro il prezzo.

Alleghiamo a questa proposta analitica e politica la documentazione relativa alla immigrazione/emigrazione prodotta dal CESTES a supporto di una prospettiva di lotta e di organizzazione comune tra lavoratori italiani ed immigrati. Organizzazione della quale Eurostop può candidarsi ad essere direzione concreta fuori dalle sole “narrazioni”, buoniste o razziste che siano, che imperversano sui nostri mezzi di comunicazione di massa e che condizionano ideologicamente ampi settori delle classi subalterne autoctone.

 

Immigrazione/emigrazione, mondo del lavoro e welfare

Il multiforme mondo del lavoro ha assunto in questi ultimi decenni collocazioni diverse, ed anche se si è avuto un rafforzamento del settore terziario rispetto a quelli più tradizionali dell’industria e dell’agricoltura, vi sono state modificazioni molto rilevanti, nella demografia della forza-lavoro anche per la diversificazione dei flussi migratori.

Si è sviluppato sempre più un settore di lavoratori che si occupano di lavoro domestico, pulizie, sorveglianza, operai, contadini, ecc., insomma del lavoro più “sporco” e meno garantito e che sempre più spesso viene svolto in maggioranza da lavoratori stranieri.

L’immigrazione, è un fenomeno molto diffuso e problematico e delinea non solo i nuovi caratteri del mercato del lavoro ma la stessa strutturazione futura socio-economica e politico-culturale del paese.

Il mondo del lavoro rappresentato dagli “stranieri” che in Italia sono sempre maggiori in numero ma sempre con minori tutele e garanzie, rappresenta un esercito industriale di riserva, con sempre più alti livelli di ricattabilità e con relazioni socio-economiche improntate sul razzismo produttivista imposto dalle regole della mondializzazione capitalista nella nuova divisione internazionale del lavoro.

I fenomeni migratori di questi ultimi decenni nel nostro Paese testimoniano la presenza sempre maggiore di lavoratori a nero irregolari, precari, sottopagati e senza garanzie  e disoccupati che sono le  vittime del mercato del lavoro, i nuovi schiavi.

Per analizzare le politiche migratorie è necessario effettuare una distinzione tra politiche di immigrazione, ossia quelle riguardanti le condizioni per l’ingresso o l’espulsione in uno Stato, politiche per gli immigrati che concernono le regole e i diritti che hanno coloro che possiedono permessi di soggiorno, ed infine le politiche per i migranti, ossia quelle riguardanti immigrati che non possiedono autorizzazioni necessarie per l’entrata e il soggiorno nel Paese.

L’Europa, secondo dati dell’ONU  per il 2015, accoglie il 31,2% del totale internazionale dei migranti. Seguono l’Asia (30,8%) e il Nord America (22,4%); le tre aree arrivano insieme all’84,4%  del totale mondiale dei migranti.

Nel nostro Paese che al 1 gennaio 2015 aveva una popolazione residente[1] di 60.795.612 abitanti, l’8,2% erano di  cittadinanza straniera (5.014.437unità ); se si confronta con il 2014 la popolazione straniera è aumentata di un +1,9% ( 92.352 unità).

Se si osservano i paesi di provenienza degli immigrati si nota che la quota maggiore interessa i paesi dell’Europa centro-orientale (30%), seguiti in ordine discendente, dall’Africa settentrionale (20,7%), l’Asia centromeridionale (13,9%) e l’Asia orientale (13,4%).

Sempre agli inizi dell’anno 2015  quasi il 60% degli immigrati si trova nel Nord Italia,  il 25,4% al Centro, e il 15,2% nel Mezzogiorno. Oltre la metà della popolazione straniera in Italia si concentra in tre regioni del Nord (Lombardia 23,0%; Emilia Romagna 10,7% e del Veneto 10,2%),  e in  una del Centro (Lazio 12,7%). Nel Mezzogiorno la Campania accoglie il 28,6% del totale degli stranieri residenti in quest’area.

Se si guardano i contratti di lavoro per gli stranieri va detto che, pur avendo quasi il 50% un contratto di lavoro stabile a tempo indeterminato, vi è un differenziale retributivo a danno degli immigrati rispetto agli occupati italiani.

Le donne straniere occupate hanno una condizione ancora più svantaggiata rispetto ai loro omologhi uomini stranieri, ad esempio hanno  forme contrattuali stabili  solo per un 40,9% contro il 57,6% degli uomini.

In ogni posizione contrattuali i lavoratori immigrati hanno retribuzioni più basse  se confrontate con quelle degli italiani; ad esempio a fronte di una retribuzione media mensile degli occupati italiani di 1.356 euro, quella riguardante agli stranieri scende a 965 euro, ossia al 30% in meno (-371 euro). Le differenze di salario sono ancora più elevate tra le donne straniere e quelle italiane.

Tab. [2]

Secondo delle previsioni ipotizzate dall’ISTAT sulla presenza straniera in Italia nel periodo 2011-2065, l’andamento della popolazione italiana sarà negativa per 11,5 milioni (28,5 milioni di nascite contro 40 milioni di decessi) e quella migratoria sarà positiva per 12 milioni (17,9 milioni di ingressi contro 5,9 milioni di uscite), con un limite d’incertezza che cambia di 1,5 milioni.

Sempre secondo questa previsione a popolazione residente straniera si accrescerà di quasi 10 milioni, passando dai 4,6 milioni del 2011 a 14,1 milioni nel 2065.

Il 1 gennaio 2016 gli stranieri presenti regolarmente in Italia sono 5.026.153, così suddivisi  tra i continenti e le aree di provenienza: l’Europa con meno del 30% delle presenze, l’Africa settentrionale con il 20% delle presenze, l’Asia meridionale (il subcontinente indiano) e orientale (Cina, area indocinese e Filippine) con valori di circa il 14% e poi da America centromeridionale e Africa occidentale con cifre minori del 10%.

La nazionalità più consistente[3]  è  formata dai rumeni, con 1.151.000 residenti (in crescita rispetto ai 1.133.000 dell’anno precedente), vengono poi gli albanesi e marocchini in calo, a seguito dell’aumento delle acquisizioni di cittadinanza, con poco meno di 500.000 residenti ciascuno. Vi sono poi cinesi e ucraini, attestati attorno ai 250.000 residenti (270.000 i primi e 230.000 i secondi) e poi, nell’ordine, indiani, moldavi, bangladesi e peruviani, con presenze variabili tra i 150.000 e i 100.000 residenti.

Un altro fattore che va analizzato è il fatto che gli immigrati in  Italia sono costituiti da una popolazione relativamente giovane, con più del 20% di minori e il 40% di persone al di sotto dei 29 anni, mentre le classi mediane (30-44 anni) sono oltre un terzo del totale. Soltanto poco più di un quarto, infine, si pone tra le classi di età più anziane: il 23% tra i 45 e i 64 anni e appena il 3,3% oltre i 65 anni. Le donne sono presenti in misura maggiore  tra le classi di età più alta (4,1% contro il 2,5% dei maschi nel gruppo degli ultra 65enni e 26% contro 19,6% nel gruppo dei 45-64enni).

La figura 1.1 presentare l’andamento dei tassi di occupazione per cittadinanza tra il I trimestre 2014 e il II trimestre 2016 si nota come i tassi dell’occupazione  hanno avuto una  diminuzione nell’ultima parte del 2014, per poi migliorare a inizio 2015. Nel 2016 il tasso di occupazione dei lavoratori stranieri UE si colloca al 62,3%, e quindi ad un livello maggiore rispetto al 57,5% del tasso degli italiani – anch’esso in aumento rispetto al I trimestre 2016 – e maggiore del 58,2% degli Extra UE.

Se si guarda invece la distribuzione della forza lavoro immigrata si nota che la maggioranza dei lavoratori si concentra nel settore  Altri servizi collettivi e personali, dove su 100 occupati, poco meno di 40 sono di cittadinanza straniera prevalentemente extracomunitaria (figura 1.2).

Figura 1.2. Incidenza percentuale degli occupati stranieri 15 anni e oltre sul totale degli occupati 15 anni e oltre per cittadinanza e settore di attività economica. II trimestre 2016

I settori economici dove più considerevole è stata l’assunzione di nuovi occupati di cittadinanza UE ed Extra UE sono quelli che abitualmente hanno una maggiore presenza di occupati stranieri; in particolare, fatti 100 i nuovi occupati che hanno trovato lavoro in ciascun settore, il 32,0% delle assunzioni in Altri servizi collettivi e personali riguarda manodopera immigrata, il 24,4% in Agricoltura, caccia e pesca, il 21,7% nelle Costruzioni, il 20,0% in Trasporto e magazzinaggio, il 15,5% in Alberghi e ristoranti, il 13,6% in Industria in senso stretto (tabella 1).

Tabella 1. Nuovi occupati di 15 anni e oltre per cittadinanza e settore di attività economica (v.a. e inc.% sul totale). II Trimestre 2016

Nel primo semestre del 2016 la forza di lavoro straniera comprende circa il 15% della nuova occupazione; i settori maggiormente occupati dagli immigrati sono quelli di Altri servizi collettivi e personali, Alberghi e ristoranti, Agricoltura, Costruzioni; la maggior parte delle forme contrattuali sono a tempo determinato che richiedono un tipo di qualifica  di lavoro operaio con livelli di istruzione medio-bassi.

Immigrati : una risorsa.

Nel 2015 gli immigrati hanno portato 10,9 miliardi di euro alla previdenza pubblica italiana, di cui sono beneficiari solo secondari.

I 39.340 intestatari non comunitari di pensioni contributive sono cresciuti in confronto al 2014, di 3.600 unità (erano 35.740), rappresentando dallo 0,2% allo 0,3% del totale; influiscono solo per  lo 0,3% sulle 14.299.048 pensioni di invalidità, vecchiaia e superstiti.

Gli studi della Fondazione Moressa mettono a confronto le spese pubbliche per gli immigrati (14,7 miliardi) e le entrate da loro assicurate all’erario (16,9 miliardi); si è avuto quindi un beneficio per l’Italia di 2,2 miliardi di euro.

Al 1 gennaio 2016 invece  sono residenti in Italia 5.026.153 stranieri , ovvero l’8,3 per cento della popolazione totale.

Nel nostro paese il PIL prodotto dagli immigrati  è pari  a 127 miliardi di euro (l’8,8 per cento del Pil nazionale), di poco più basso al fatturato del gruppo Fca (Fiat Chrysler Automobiles), che è di a 136 miliardi.

Gli immigrati sono fondamentali anche per i contributi previdenziali; forniscono 11 miliardi di contributi e 7 miliardi di Irpef. [4]Il rapporto annuale della Fondazione Leone Moressa dimostra che gli immigrati pagano  640.000 pensioni italiane.

Quanto incide l’immigrazione nel gettito fiscale?

Nell’anno 2015 gli immigrati hanno contribuito alla previdenza pubblica del nostro Paese con   10,9 miliardi di euro pur essendo fruitori solo marginali.

Gli immigrati non comunitari si avvalgono soprattutto di prestazioni di tipo assistenziale; se mettiamo a confronto le spese pubbliche che si sostengono per gli immigrati (14,7 miliardi) con  le entrate da loro assicurate all’erario (16,9 miliardi), ne scaturisce un beneficio per l’Italia di 2,2 miliardi di euro così suddiviso: 6 miliardi di gettito fiscale e 10,9 miliardi di contributi previdenziali, a fronte di  4 miliardi sostenuto per la sanità, 3,7 miliardi per la scuola, 2,0 miliardi per la giustizia e 3,1 miliardi per trasferimenti economici diretti. Gli oltre  39.340 beneficiari non comunitari di pensioni contributive sono maggiori rispetto al 2014, di 3.600 unità (erano 35.740), passando dallo 0,2% allo 0,3% del totale ed gravano per solo lo 0,3% sulle 14.299.048 pensioni di invalidità, vecchiaia e superstiti[5].

Uno studio della Fondazione Leone Moressa rileva che “l’impatto fiscale della presenza immigrata in Italia è in questo momento molto rilevante. Un contributo dato alle casse dello Stato da circa 2,2 milioni di contribuenti (il 7,2% del totale) che vale circa 6,8 miliardi di euro. Nel bilancio complessivo sui costi e benefici dell’immigrazione, il gettito Irpef è sicuramente una delle voci d’entrata più significative, a cui vanno tuttavia aggiunte le imposte indirette, le accise sui carburanti, le tasse su permessi di soggiorno e acquisizione di cittadinanza”[6]. Gli immigrati romeni sono quelli che versano di più con oltre il 18,2% dei contribuenti nati all’estero. Vi sono poi gli  albanesi (7,2%) e marocchini (5,4%); sono in forte crescita le comunità cinesi  con  92mila contribuenti che versano quasi 250 milioni di euro di Irpef, registrando un +6,5% nel numero di contribuenti e +11,9% nelle tasse pagate. Anche India e Bangladesh hanno avuto nel 2015 un aumento del 7,1% nel numero di contribuenti, mentre le Filippine addirittura un +10%.

IRPEF versata dai contribuenti nati all’estero – Dati regionali 2015
Regioni   Contribuenti nati

 all’estero che versano

l’imposta netta

Volume IRPEF versata
(mln euro)
Media                procapite
(euro)
Incidenza %
nati estero/
totale
  Contribuenti Volume

Irpef

Lombardia 481.420 1.782,90 3.703       8,40% 5,20%
Veneto 253.401 716,9 2.829       9,10% 5,30%
Emilia Romagna 250.607 679,1 2.710       9,30% 4,90%
Lazio 225.676 782,6 3.468       7,80% 4,50%
Piemonte 179.731 563,9 3.138       7,00% 4,40%
Toscana 173.775 502,6 2.892       8,10% 4,90%
Liguria 82.776 228,7 2.762       8,80% 4,80%
Friuli V.G. 81.056 265,8 3.279     10,90% 7,50%
Campania 78.134 215,5 2.758       3,70% 2,50%
Trentino A.A. 73.668 219,7 2.982     11,60% 6,60%
Sicilia 68.690 172,4 2.510       3,70% 2,30%
Marche 61.329 157,5 2.568       7,20% 4,40%
Puglia 52.434 131,4 2.505       3,10% 2,10%
Abruzzo 46.730 122,7 2.627       7,30% 4,80%
Umbria 35.476 78,7 2.219       7,30% 3,80%
Calabria 27.661 49,8 1.799       3,70% 1,90%
Sardegna 22.095 61,6 2.789       2,90% 2,00%
Basilicata 8.337 18,3 2.190       3,40% 2,10%
Molise 6.518 16,1 2.475       4,70% 3,20%
Valle d’Aosta 6.363 16,3 2.554       8,00% 4,20%
TOTALE 2.218.411 6.784,80 3.058 7,20% 4,50%

 

LA NUOVA EMIGRAZIONE ITALIANA[7]

Più del 50% degli italiani che espatriano negli ultimi anni sono laureati o diplomati.

Sono 5.202.000 gli italiani residenti all’estero e nel 2015 sono aumentati di circa 200mila unità.

Gli italiani iscritti all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero), al 1 Gennaio 2016, sono 4.811.163, pari al 7,9% dei 60.665.551 residenti in Italia (dati Istat al giugno 2016). Il trend é in continuo aumento (+ 3,7% dal 2015).

Oltre la metà dei cittadini italiani all’estero (+2,5 milioni) risiede in Europa (53,8%) mentre oltre 1,9 milioni vive in America (40,6%) soprattutto in quella centro-meridionale (32,5%).

Le donne rappresentano il 48,1%; i minori un 15,1% e gli anziani (over 65enni) 20,2% sul totale degli iscritti all’AIRE.

Dal 2006 al 2016 la mobilità italiana è aumentata del 54,9% (da 3 a oltre 4,8 milioni).

Le comunità italiane più numerose si trovano in Argentina, Germania e Svizzera, con modificazioni più indicative degli ultimi 11 anni verso la Spagna (+155,2%) e il Brasile (+151,2%). L’analisi per classi di età mostra come la fascia più rappresentativa sia quella dei 18-34 anni (36,7%) seguita dai 35-49 anni (25,8%) e comunque tutte le classi di età sono in aumento rispetto allo scorso anno, tranne gli over 65 anni.

Per quanto concerne il titolo di studio, il 25,7% ha un diploma di scuola superiore, con una leggera prevalenza degli uomini (il 26,1% contro il 25,1% delle donne).

Le regioni per le quali è più importante il flusso migratorio di cittadini italiani verso l’estero sono la Lombardia (19,9%), la Sicilia (10,2%), il Veneto (7.903, pari al 8,9%), il Lazio (7.851 pari al 8,8%) e il Piemonte (6.237 pari al 7,0%).

Al 1 gennaio 2016 gli iscritti all’AIRE sono 4.811.163, il 7,9% dei 60.665.551 residenti in Italia secondo il Bilancio demografico nazionale dell’Istat aggiornato a giugno 2016. La differenza, rispetto al 2014, e di 174.516 unita. La variazione – nell’ultimo anno del 3,7% – sottolinea il trend in continuo incremento del fenomeno non solo nell’arco di un tempo, ma anche nell’intervallo da un anno all’altro. Le principali caratteristiche sono cosi riassumibili.

Va detto che più della meta dei cittadini italiani (+2,5 milioni) abita in Europa (53,8%) mentre oltre 1,9 milioni vive in America (40,6%) soprattutto in quella centro-meridionale (32,5%). In valore assoluto, le variazioni maggiori si hanno, rispettivamente, in Argentina (+28.982), in Brasile (+20.427), nel Regno Unito (+18.706), in Germania (+18.674), in Svizzera (+14.496), in Francia (+11.358), negli Stati Uniti (+6.683) e in Spagna (+6.520).

Il 50,8% dei cittadini italiani iscritti all’AIRE è del sud (Sud: 1.602.196 e Isole: 842.850), il 33,8% è di origine settentrionale (Nord Ovest:817.412 e Nord Est: 806.613) e, infine, il 15,4% è del Centro Italia (742.092).

Dal 2006 al 2016 la mobilità italiana è aumentata del 54,9% passando da circa  3 milioni di iscritti a oltre 4,8 milioni.[8]


Fonte: L’emigrazione italiana oggi (www.StudioCataldi.it)

LA FUGA DEI CERVELLI DOVE VANNO, COSA FANNO, RITORNANO?

La moderna società e i nuovi modelli di sviluppo economico si fondano su alcuni elementi fondamentali che consentono di arrivare a un alto livello di produttività e per competere nel mercato globalizzato: si tratta dello sviluppo tecnologico, della  conoscenza, e della  tecnica. La forza lavoro altamente qualificata, il capitale intangibile diventano quindi sempre più importanti per mettere a produzione il capitale intangibile, i beni immateriali e dà un’importanza sempre maggiore alla forza lavoro altamente qualificata[9].

Per questo motivo trasferirsi dal proprio paese per lavorare, studiare o fare ricerca all’estero diventa quindi una sorta di esigenza dei governi, delle organizzazioni internazionali e delle multinazionali che arrivano così a  controllare  i flussi di lavoratori altamente qualificati secondo i propri interessi e le proprie necessità. [10] Nel grafico di seguito, realizzato dalle Nazioni Unite, si vede come si sia in presenza di una crescita  dell’adozione di politiche che favoriscano l’affluenza  dei lavoratori altamente qualificati, soprattutto nei paesi più avanzati:

Fonte: Governments with policies to encourage the immigration of highly skilled workers, by level of development, 2005 and 2011, United Nations, World Population Policies Database.[11]

(Governi con politiche che incoraggiano l’immigrazione di lavoratori altamente qualificati, per livello di sviluppo, 2005 e 2011, Nazioni Unite, Banca dati per la popolazione mondiale.)

 

Nel nostro Paese, però,  va evidenziata  la totale incapacità di gestire un numero sempre maggiore di laureati, professionisti specializzati e tecnici che decidono di andare fuori Italia per lavoro. L’ISTAT rileva che ad esempio i valori percentuali degli espatriati laureati e specializzati tra il 2001 ed il 2010 è passata  dall’8,3% al 15,9% sul totale degli espatri[12]. Dal 2010 ad ora la percentuale di giovani con un’educazione terziaria emigrati in un altro paese ha continuato ad aumentare in modo enorme:

Fonte: Migration flows of Italian citizens with a tertiary education degree (aged >25), Commissione Europea, 2014[13].

Nell’anno 2014 infatti come si vede dal grafico si è arrivati a un valore del 32% di cittadini italiani con una educazione terziaria espatriati all’estero  mentre la percentuale dei “cervelli” arrivati nel nostro paese è rimasta al 24,2%. Questi dati dimostrano quindi, un saldo negativo  tra l’immigrazione qualificata e l’emigrazione qualificata. A questi  valori vanno aggiunti tutti gli emigrati che non si sono registrati nel consolato del paese di destinazione.

Va detto poi che i lavoratori italiani qualificati che vivono e lavorano all’estero in modo stabile manifestano bassi livelli di disposizione a tornare nel proprio paese.

Fonte: Percentage distribution of the propensity to return, Unict, 2009[14]

Distribuzione percentuale della propensione al ritorno, Unict, 2009

Il grafico mostra che il  41,5% esprime  una propensione bassa di tornare in Italia ed il 30,7% non ha alcuna volontà nulla di farlo.

Se si analizzano le maggiori destinazioni europee  della migrazione italiana qualificata si vede che al primo posto si trova il Regno Unito con 44,7%, seguito dall’Austria con il 40,6% , dalla Francia con il 36,1% e dalla Germania con il 24%. Se guardiamo invece le destinazioni extra-europee al primo posto ci sono gli Stati Uniti con il 40,6%, seguiti dal Brasile con il 36,5% ed infine l’Australia con il 32,5%:

 

Cittadini italiani iscritti e cancellati da e per l’estero di 25 anni e più per i principali paesi di provenienza/destinazione e titolo di studio. ANNO 2014[15]

Fonte: ISTAT, 2014

 

Altro argomento di interesse riguarda quali sono i principali campi in cui sono specializzati i laureati italiani all’estero : al primo posto l’ingegneria, con il 29% , il campo linguistico con il 16,5%, quello economico-statistico con il 16% ed infine quello politico-sociale con il 12%[16].  Va anche detto che il principale settore nei quali sono impiegati è il terziario[17].

Va ricordato che in passato  sono stati varati decreti ministeriali per favorire il rientro dei “cervelli” (Il decreto ministeriale 13/2001), ma i rientri, secondo il rapporto “Brain drain, brain exchange e brain circulation” solo 466 cervelli sono rientrati, di cui solo 300 italiani contro 40-50 mila di ricercatori italiani impiegati nella NSF  e nella R&S all’estero[18]. Per questo, si può parlare di un vero e proprio <esodo>[19] di cervelli italiani.

Si è stimato che in dieci anni ossia dal 2010 al 2020 il nostro Paese si lascerà sfuggire circa 30mila ricercatori che sono costati allo Stato italiano circa  5 miliardi di euro per la loro istruzione e che all’estero collaboreranno allo sviluppo economico dei quei dove andranno[20].


Se si guarda la figura ci si accorge che a fronte di nazioni come la Germania che ha una percentuale in pareggio o altri paesi con percentuali positive come accade in Svizzera e in Svezia (oltre il +20 per cento), del Regno Unito (+7,8 per cento) e Francia (+4,1 per cento) l’Italia registra un valore percentuale di -13,2%. La Spagna ha una perdita ma solo dell’1 per cento.

Questi dati  dimostrano che perdiamo il 16,2 % di ricercatori italiani e riusciamo ad attirare il 3 %.

Il fenomeno degli italiani all’estero prosegue con valori sempre maggiori : nel 2014 gli espatri sono stati 101.297, con un aumento del 7,6% rispetto al 2013. Ad andarsene sono stati soprattutto uomini, il 56%, per lo più non sposati, il 59,1%, tra i 18 e i 34 anni, il 35,8%. La Fondazione Migrantes rileva che in 10 anni i flussi dall’Italia sono aumentati del 49%. Altro dato importante da evidenziare è che ad oggi non si  tratta più di un  fenomeno tipicamente meridionale ma nel 2014  ad esempio la parte più numerosa parte di coloro che sono espatriati sono dell’Italia settentrionale. Germania e Regno Unito le mete preferite; seguono poi[21] la Svizzera scelta da 11.092 emigranti, la Francia da 9.020 e l’ Argentina da 7.225. La maggior parte dei cittadini italiani iscritti all’Aire risiede in Europa, il 53,9% e in America, il 40,3%. Al primo gennaio 2015 le donne sono 2.227.964, il 48,1% del totale (75.158 in più rispetto al 2014), i minori 706.683, il 15,2% e infine gli over 65 sono 922.545, il 19,9%. Ed anche nel 2015 si è mantenuta questa alta percentuale di espatri[22].

Nell’anno 2015 si sono registrati 107.529 espatriati, con una percentuale molto elevata (36,7%) di giovani tra i 18 e i 34 anni di età; seguono poi le persone fino ai 49 anni. Questo dimostra che la metà degli italiani che da gennaio a dicembre 2015 sono andati a risiedere all’estero sono persone maggiorenni con meno di cinquanta anni.

Ci sono poi circa il 20,7% di minori (di cui 13.807 mila hanno meno di 10 anni) e il 6,2% ha più di 65 anni (di cui 637 hanno più di 85 anni e 1.999 hanno tra i 75 e gli 84 anni).

Il paese con più elevata presenza di italiani residenti lungo il corso del 2015 è stata la Germania seguita con pochissima dal Regno Unito (16.503) e poi, la Svizzera (11.441) e la Francia (10.728). Sono diminuite le partenze per l’America meridionale (-14,9% in un anno), mentre sono  stabili quelle per l’America centro-settentrionale[23].

Nel 2016 si rileva che un italiano su dodici vive all’estero; i dati al 1 gennaio 2016 si contano circa 5 milioni i cittadini italiani con residenza all’estero iscritti all’Aire (l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero.)

Fonte: «La forza di lavoro in Europa 2017» pubblicata da Adp.

Va anche detto che andare all’estero significa per molti italiani trovare diverse e migliori condizioni servizi di welfare.

Ad esempio nel Regno Unito la presenza di nostri connazionali è molto elevata (almeno 210mila che hanno spostato la residenza, 165mila soltanto negli ultimi quattro anni), tanto che gli italiani sono la terza popolazione straniera (dopo romeni e polacchi).

Quando si ottiene il Nin (National Insurance Number),  equiparabile al nostro codice fiscale che permette di registrare i contributi versati a livello pensionistico e assicurativo, si può avere accesso ai working age benefits associati (e già accordati dal Department of work and pensions a circa settemila nostri connazionali, al 2014).  Tra questi il più richiesto è il Jobseeker’s Allowance ossia un sussidio per coloro che restano senza  lavoro basato sul reddito o sui contributi pagati (per almeno due anni): da 57 sterline (75 euro) a settimana per i single under 24, 72 sterline (95 euro) per i single over 24, 133 sterline (175 euro) per una coppia. Un altro beneficio si ottiene con l’Housing benefits ossia un  contributo per l’affitto indirizzato a disoccupati, malati o redditi minimi; si ha ancora il Child tax credit che in pratica è una riduzione sulle tasse per le persone che  hanno figli a carico; ed ancora  il Working tax credit per i lavoratori part-time.

In Germania i sussidi di disoccupazione sono legati a  specifici  procedimenti di contributi versati (Alg I); per coloro che non hanno i  titoli adatti   vi è il reddito di cittadinanza (Alg II o Hartz IV) che può andare dai 400 euro al mese per i single ai 1000 per le coppie con un figlio, oltre che  l’affitto di un appartamento e l’assicurazione sanitaria.

I  sussidi di disoccupazione che vengono dati in Francia sono molto migliori ; infatti dopo quattro mesi di disoccupazione si ha diritto a un assegno di quasi il 65% dello stipendio per due o tre anni (variano gli anni a seconda dell’età ossia più o meno di 50 anni. Per coloro che non hanno lavorato a sufficienza c’è il salario minimo (Rsa) da 500 euro a oltre mille per una coppia con due bambini.

Ed ancora in Danimarca il reddito minimo garantito è di circa 1.300 euro al mese per le persone sole, e supera i tremila euro per le coppie con uno o più figli[24].

L’asilo politico e la protezione internazionale: l’Italia nel quadro europeo [25]

L’Eurostat ha stabilito che nel 2015,  le persone che hanno fatto richiesta di asilo politico in un paese europeo è più che raddoppiato in confronto all’anno precedente (1.257.030).

La Germania è il Paese con il maggior numero di   domande (441.800, il 35% del totale dell’Unione Europea); viene poi l’Ungheria (174.435), la  Svezia (156.110), l’Austria (85.505) e, al quinto posto, l’Italia (Prospetto 1) con 83.245 richieste (il 7% del totale europeo). Coloro che richiedono asilo in Europa provengono uno su tre proviene dalla Siria, in Italia però maggior parte delle domande proviene dalla Nigeria.

Le particolarità dell’occupazione straniera in Italia

Le assunzioni di stranieri sono ancora costituite dalle piccole e medie imprese che raggiungono il 74,1% degli occupati immigrati.

Oltre la metà delle donne immigrate è occupata nel lavoro domestico (8 su 10 sono di nazionalità mentre appena 2 ogni 10 tra i senegalesi e i bangladesi). L’Osservatorio sul lavoro domestico dell’Inps, nel 2015, scrive che  le badanti e le colf sono 886.125, di cui 672.194 con cittadinanza straniera (incidenza del 75,9%, mentre nel 2009 era stato raggiunto il valore massimo pari all’83,4%).).

L’agricoltura in Italia influisce sull’occupazione circa  per il 3,8%, valore che cresce al 5,6% tra gli stranieri (quasi 340.000 occupati nati all’estero, un terzo dei circa 900mila addetti totali). Il caporalato, continua a infierire e a sfruttare coinvolgendo  aziende, agenzie di somministrazione di lavoro temporaneo, agenzie di viaggio operanti a livello internazionale.

Criminalità

Se si guardano i dati emerge che nel 2015 su un totale di 52.164 detenuti, 17.340 sono stranieri (il 33,24% del totale). Gli stranieri attualmente detenuti sono in larga maggioranza di sesso maschile (16.551) a fronte di  solo 789 di sesso  femminile. Se si guarda alla provenienza dei detenuti stranieri emerge che la maggior quota è quella dei cittadini provenienti dal Marocco (2.840 detenuti), subito poi dagli stranieri di nazionalità rumena  (2.821), albanese (2.423) e tunisina (1.893). Altro elemento da rilevare è che i detenuti stranieri sono di solito più giovani rispetto agli italiani; infatti mentre tra i detenuti italiani l’età media si aggira intorno ai 40 anni per gli stranieri si ha una prevalenza di detenuti di età compresa tra i 30 e i 34 anni (sono il 21,2%), mentre quelli con più di 60 anni sono in tutto 198 (appena l’1,1%). La maggior parte degli stranieri ha commesso reati contro il patrimonio (8.192), reati contro la persona (6.599), violazione della legge sulla droga (6.266), reati contro la pubblica amministrazione (2.499)[26].

Il ministero della giustizia fornisce i dati al 30 settembre 2016, e indica che su una popolazione detenuta totale di 54.465 persone, 18.462 erano stranieri,  ossia il 33,8 % del totale. La nazionalità dei detenuti stranieri è per il 17,4 % del  Marocco, per il 14,9% della Romania, dell’Albania il 13,1%, della Tunisia l’11%[27]. Nel Dossier statistico sull’immigrazione del 2016 (rapporto annuale curato dal Centro studi Idos),  risulta che tra i reati commessi dagli stranieri prevalgono nettamente furti (20,1%) e ricettazione (5,8%), poi lesioni dolose (5,5%), minacce (3,8%), rapine (2,9%), ingiurie (2,4%), associazione per delinquere (1,1%). “Colpiscono – si legge nel Dossier – la maggiore ricorrenza dei furti (incidenza più che doppia rispetto agli italiani) e il rilevante peso delle denunce per ricettazione, mentre la percentuale è identica a quella degli italiani per quanto riguarda le lesioni dolose. Di contro gli italiani sono più esposti, rispetto agli stranieri, alle denunce per truffe e frodi informatiche”. Rispetto all’incidenza sul totale delle denunce con autore noto, gli stranieri riportano valori più alti relativamente a furti (49,6% dei denunciati è straniero), rapine (40,1%), sequestri di persona (39,7%), violenze sessuali (38,7%) e associazione per delinquere (33%)[28].

ITALIA. Denunce a carico di cittadini italiani e stranieri. Serie storica e numeri indice (2004-2014) * Per il dato al 2004=100

Denunce 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Italiani v.a. 480.371 499.884 521.907 556.721 587.965 593.267
Italiani n° ind.* 100 104 109 116 122 124
Stranieri v.a. 229.243 251.832 279.921 302.549 301.828 275.865
Stranieri n° ind.* 100 110 122 132 132 120
Totale v.a. 709.614 751.716 801.828 859.270 889.793 869.132
Totale n° ind.* 100 106 113 121 125 123
di cui % str. 32,3 33,5 34,9 35,2 33,9 31,7
Denunce/arresti 2010 2011 2012 2013 2014
Italiani v.a. 593.580 617.881 643.275 671.336 672.876
Italiani n° ind.* 124 129 134 140 140
Stranieri v.a. 274.262 282.989 290.620 306.746 307.978
Stranieri n° ind.* 120 123 127 134 134
Totale v.a. 867.842 900.870 933.895 978.082 980.854
Totale n° ind.* 122 127 132 138 138
di cui % str. 31,6 31,4 31,1 31,4 31,4

FONTE: Centro Studi e Ricerche IDOS. Elaborazioni su dati SDI/SSD Tra gli stranieri prevalgono invece furti (20,1%) ricettazione (5,8%), lesioni dolose (5,5%), minacce (3,8%), rapine (2,9%), ingiurie (2,4%), associazione per delinquere (1,1%)
Tra gli italiani prevalgono furti (9,3%), truffe e frodi informatiche (8,7%), minacce (7,2%), ingiurie (6,2%), lesioni dolose (5,5%), danneggiamenti (3,1%), ricettazione (2,7%), rapine (2%), percosse (1,2%), estorsioni (1,1%).
FONTE: Centro Studi e Ricerche IDOS. Elaborazioni su dati SDI/SSD.
Elaborazione: Visual Desk – Repubblica.it – PAOLA CIPRIANI

La LEGISLAZIONE SANITARIA NAZIONALE PER GLI IMMIGRATI IRREGOLARI[29] (aggiornato al 4 giugno 2016) prevista dall’attuale legislazione nazionale in tema di assistenza sanitaria per gli immigrati irregolari è riassunto nelle figure  di seguito:

Si evidenzia chiaramente che vi sono gravi criticità presenti  non tanto per le attività di pronto  soccorso né i ricoveri poiché le prestazioni vengono realmente fornite in tutte le Regioni a parità di  condizioni con i cittadini italiani  e con gli stranieri regolari; le situazioni più disastrose si registrano per le prestazioni ambulatoriali di medicina essenziale (iscrizione al medico di base, ambulatori dedicati, ambulatori del volontariato convenzionato.

 

[1] Caritas e Migrantes : XXV Rapporto Immigrazione 2015

[2] Centro studi CONFINDUSTRIA :Immigrati da emergenza a opportunità, giugno 2016

[3] Nota semestrale sul mercato del lavoro degli stranieri in Italia a cura della Direzione Generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione Ministero del Lavoro e delle politiche sociali , gennaio 2017

[4] I dati sono stati elaborati dalla Fondazione Leone Moressa nel suo Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione.

[5] Cfr. http://www.aise.it/primo-piano/limmigrazione-in-italia-nel-rapporto-ocseidos/81727/160

[6] Cfr. http://www.repubblica.it/economia/2016/06/01/news/immigrati_un_tesoro_per_l_erario_7_miliardi_di_tasse_pagati-141012265/

[7] Fonte: L’emigrazione italiana oggi, (www.StudioCataldi.it)

[8] Cfr. http://www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_23609_1.pdf

[9] Si veda pagina 279 Globalizzazione e fuga dei cervelli, Lorenzo  Beltrame, http://www.academia.edu/5674717/Globalizzazione_e_fuga_dei_cervelli

[10] Ibidem pagina 281

[11] Si veda pagina 43 International Migration Policies: gouvernement views and priorities ,Economic and social affairs, United Nation, 2013, http://www.un.org/en/development/desa/population/publications/pdf/policy/InternationalMigrationPolicies2013/Report%20PDFs/z_International%20Migration%20Policies%20Full%20Report.pdf#zoom=100

[12] Si veda pagina 9 Indagine conoscitiva sulle politiche relative ai cittadini italiani residenti all’estero, ISTAT, 2011, http://www.senato.it/documenti/repository/commissioni/cqie/documenti_acquisiti/RELAZIONE%20ISTAT.pdf

[13] Si veda pagina 41 Country Report Italy 2016, Commissione Europea, 26 Gennaio 2016, http://ec.europa.eu/europe2020/pdf/csr2016/cr2016_italy_en.pdf

[14] Si veda The propensity to return: Theory and evidence for the Italian brain drain, A.E. Biondo, S. Monteleone, G. Skonieczn, B. Torrisi, Economics Letters, https://www.researchgate.net/publication/249313674_THE_PROPENSITY_TO_RETURN_THEORY_AND_EVIDENCE_FOR_THE_ITALIAN_BRAIN_DRAIN

[15] Si veda pagina 7 Report Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente, ISTAT, 2015, http://www.istat.it/it/files/2015/11/Migrazioni-_-Anno-2014-DEF.pdf?title=Migrazioni+della+popolazione+residente++-+26%2Fnov%2F2015+-+Testo+integrale.pdf

[16] Si veda pagina 12 XIII RAPPORTO ALMALAUREA SULLA CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI, Sintesi di Andrea Cammelli, Almalaurea, 2011, https://www.almalaurea.it/sites/almalaurea.it/files/docs/universita/occupazione/occupazione09/laureati_lavoro_persistere_crisi.pdf

[17] Ibidem pagina 13

[18] Si veda pagina 34 BRAIN DRAIN, BRAIN EXCHANGE   E BRAIN CIRCULATION. IL CASO ITALIANO   NEL CONTESTO GLOBALE, Aspen Institute Italia, 2012, http://www.lse.ac.uk/businessAndConsultancy/LSEEnterprise/pdf/Report_Brain-Drain.pdf

[19] Si veda pagina Vivo altrove. Giovani e senza radici: gli emigranti italiani di oggi, Claudia Cucchiarato, Bruno Mondadori, 2010.

[20] Cfr. http://www.repubblica.it/scuola/2016/02/24/news/cervelli_in_fuga_dall_italia_i_numeri_dell_esodo-134125848/

[21] Cfr. http://www.repubblica.it/cronaca/2015/10/06/news/aumentano_espatri_italiani_migrantes-124460911/

[22] http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Migration_and_migrant_population_statistics/it

[23] http://www.voglioviverecosi.com/italiani-popolo-emigranti-5-milioni-vivono-allestero-vanno.html

[24] Cfr. http://www.ilgiornale.it/news/emigranti-welfare-1221439.html

 

[25] www.Istat.it Report Permessi di Soggiorno  2015-2016

[26] Cfr. http://www.caritasitaliana.it/caritasitaliana/allegati/6472/Sintesi_OK%20(1).pdf

 

[27] Cfr. http://www.penalecontemporaneo.it/upload/PALAZZO_2016c.pdf 13

 

[28] http://www.repubblica.it/cronaca/2016/10/24/news/reati_in_calo_le_denunce_a_carico_di_immigrati-150505368/?ref=search

 

[29] Cfr. https://www.naga.it/tl_files/naga/comunicati/4-6%20ON%20LINE%20LEGISLAZ.%20SANIT%20E%20FRUIBIl..pdf

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *